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lunedì 7 ottobre 2013

Maggioranza politica o numerica?


Ho voluto aspettare per commentare ciò che è successo mercoledì al Senato, anche per cercare di analizzare a mente fredda il nuovo scenario politico che si è creato con il voto di fiducia al governo Letta.
E lo faccio oggi anche se ciò che è successo ieri a Lampedusa imporrebbe di affrontare ben altre questioni molto più rilevanti.

Ciò che è successo mercoledì è senza dubbio una chiara vittoria del duo Letta&Napolitano.
Non è un mistero che questo governo sia nato contro la volontà della maggioranza dei militanti e degli elettori del PD dopo due mesi di sbandamento (da febbraio ad aprile di quest’anno) e con un regista (Napolitano) che, almeno fino ad oggi, ha ottenuto ciò per cui aveva deciso di accettare un secondo mandato presidenziale: la nascita di un governo delle larghe intese, nonostante i malumori ben evidenti e nonostante l’ingombrante presenza di Berlusconi. Un governo a tempo, ma non di scopo, con un orizzonte temporale di almeno 18 mesi che, nelle intenzioni del Capo dello Stato, avrebbe dovuto riformare la seconda parte della nostra Costituzione, varare alcune riforme socio-economiche fondamentali e cambiare la legge elettorale. Un tempo sufficiente a scavalcare il 2014, non solo per dare una certa stabilità all’Italia che rimane agli occhi della comunità internazionale un sorvegliato speciale, ma anche per affrontare con serenità il voto europeo del prossimo anno (che diventerà strategico) e affrontare con un governo nella pienezza delle sue funzioni il semestre di Presidenza EU dell’Italia.

E le dichiarazioni rilasciate dal Presidente Napolitano prima che scoppiasse la crisi erano indirizzate a stoppare Berlusconi e i suoi falchi (soprattutto in merito alla famosa “agibilità politica del Cavaliere”) e contemporaneamente a mantenere ben saldo questo governo che doveva facilitare, aiutare lo strappo tra estremisti e moderati all'interno del PdL (come in effetti poi puntualmente si è verificato).

Ora io sono sempre stato convinto che a febbraio abbiamo perso un’occasione storica per battere definitivamente Berlusconi e per proporre realmente agli italiani un vero e proprio governo del cambiamento, ma il risultato elettorale, negativo sia a livello nazionale sia a livello locale, avrebbe dovuto indurci ad una seria analisi delle ragioni di quella storica sconfitta ed invece ciò non è avvenuto. Anzi, le incertezze e le ambiguità nel cercare di formare un governo del cambiamento prima, di minoranza poi e oltre alle traumatiche votazioni sul Presidente della repubblica hanno inciso pesantemente sul nostro partito.

Io credo davvero che mercoledì si sia scritta un’altra pagina sulla fine della c.d. Seconda Repubblica italiana il cui declino è iniziato quel 14 dicembre 2012, quando il Governo Berlusconi ottenne la fiducia alla Camera per soli 3 voti dopo che nel 2008 vinse con una maggioranza quasi “bulgara”.

Ora Letta a di fronte a se un orizzonte temporale sufficiente per impostare alcune riforme urgenti con la consapevolezza che la parte più “estremista” del PdL non è più determinate per le sorti del governo, indipendentemente dalla nascita o meno di gruppi autonomi (il cui verificarsi è legato essenzialmente al percepimento dei rimborsi elettorali del PdL). E ciò non potrà che portare ad una azione di governo più lineare e nella quale il PD ha il diritto e il dovere di dettare l’agenda (avendo la maggioranza alla Camera) e potendo così correggere le storture dell’abolizione dell’IMU (magari reintroducendoli sui redditi più alti e esentando davvero il ceto medio dal pagamento dell’imposta).

Si è sostenuto da più parti che sono i post democristiani ad aver vinto e si prospetterebbe una nuova “DC” che ci porterebbe dritti nella terza Repubblica riesumando un sistema elettorale proporzionale per un salto indietro di 20 anni.

Nulla di più sbagliato.

Il voto di mercoledì dimostra che l’era "berlusconiana" è ormai tramontata ma la sua influenza ha condizionato la nostra società fin nel profondo, mutandone abitudini e consumi, soprattutto in ambito politico. Mi riesce davvero difficile ipotizzare il ritorno ad una politica parlamentare pura come c’era nella prima repubblica, non solo perché coloro che oggi guidano il governo sono figli di questo ventennio (molti di loro non erano in parlamento durante gli ultimi anni della Prima repubblica) ed hanno comunque assimilato uno schema bipolare anche se diverso da quello visto fino ad oggi, ma soprattutto per un motivo ben più profondo.

Ormai gli italiani hanno assimilato uno schema maggioritario e presidenzialista che è ben rappresentato dalle elezioni comunali, provinciali e regionali (con la notevole eccezione della nostra Regione e della Provincia autonoma di Bolzano) nella quali si vota direttamente il Sindaco, il Presidente di Provincia e il Presidente di Regione. In quest’ultimo caso peraltro, la stessa locuzione con cui ci si riferisce ai Presidenti (Governatori) ben sintetizza il cambiamento profondo che hanno subito le nostre istituzioni locali. Cambiamento che non potrà che riflettersi anche a livello nazionale con la necessaria modifica della Costituzione per codificare una sorta di elezione diretta del Presidente del Consiglio (come previsto nella bozza dei Saggi). Una riforma che di fatto abbiamo già conosciuto con il Porecellum dove l’indicazione del Premier non pone dubbi circa il soggetto che, in caso di vittoria, guiderà il governo.

Per questi motivi io non credo che ci sarà una spinta a tornare indietro, ma semmai ad andare avanti e questa spinta sarà ancora più forte dopo l’elezione del nuovo Segretario del PD, chiunque esso sia, poiché gli aspiranti candidati attualmente in corsa, pur con le loro differenze, sono ormai effettivamente dei nativi democratici. Nell'arco dell’ultimo anno si è verificato un effettivo ricambio generazionale nella politica.

Questo voto ha un impatto anche per la Valle d’Aosta? Io credo di si.

Le ultime elezioni regionali ci hanno consegnato un Consiglio sostanzialmente spaccato a metà e la riforma elettorale del 2007 ha mostrato tutta la sua fragilità: l’introduzione del premio di maggioranza e delle coalizioni preventive ha polarizzato il voto senza trasformare il nostro sistema in maggioritario/presidenziale. Di fatto il premio di maggioranza non è scattato ma l’illusione di avere un sistema bipolare sta bloccando la politica regionale. I due blocchi si contendono i voti fino all'ultimo e i "ribaltoni" o "controribaltoni" si giocano su pochi consiglieri che possono fare la differenza. Da questo punto di vista era meglio un sistema proporzionale come quello previgente: un risultato del genere avrebbe indotto le forze politiche a cercare una maggioranza più stabile e più ampia dell’attuale.
Lo scenario di crisi che ancora viviamo in Italia si sta rivelando in tutta la sua drammaticità anche in Valle d’Aosta. Tra la fine di quest’anno e il prossimo anno saremo tutti chiamati a fare delle scelte dolorosissime perché il “sistema Valle d’Aosta”, così come lo abbiamo conosciuto, non sta più in piedi e, allo stato attuale nessuno dei due blocchi ha la forza politica e numerica per imporre una visione strategica per la Valle d’Aosta del 2030.

Credo quindi che anche qui da noi, come è avvenuto in Italia, si debba lavorare per emarginare gli "elementi di polarizzazione dello scontro politico", si debbano superare delle logiche di crescita economica stile "anni ’80", si debba puntare sui volti nuovi e sulle persone che hanno una visione di prospettiva e si debba lavorare per imboccare una via diversa per un “nuovo sistema Valle d’Aosta”, in cui l’iniziativa privata sia sostenuta e valorizzata, in cui il necessario raccordo con l’area del canavese ci deve portare ad una nuova economia distrettuale che dia uno sviluppo alla nostra bassa valle, in cui il nostro walfare deve essere salvaguardato perché un fiore all'occhiello ma deve essere riformato, in cui la Regione, pian piano, esce da tutta una serie di settori non strategici per concentrarsi invece prevalentemente sul sociale e sull'istruzione che sono i veri obiettivi di chi ha a cuore tutta la popolazione, il ceto medio che soffre e la crescente povertà che dilaga anche nella nostra Regione.

E in questa prospettiva il PDVdA può giocare un ruolo centrale se saprà mettersi al centro di questo processo di cambiamento, senza preconcetti, e aprendo un canale di dialogo con il "nostro" Presidente del Consiglio, soprattutto in questa fase di possibile modifica della Costituzione: occorre lavorare non solo per il principio dell’intesa (che, seppur importante, da solo non riempie la nostra autonomia), ma in generale per un ripensamento in chiave europea del nostro Statuto Speciale partendo dalla modifica urgente della legge elettorale e da un diverso assetto di poteri regionali.


martedì 28 maggio 2013

Due veloci considerazioni sul voto (elezioni regionali 2013)


Ora, a mente fredda e dopo essermi riposato, due considerazioni conclusive sul voto si possono fare.
Le elezioni politiche del 24/25 febbraio ci avevano regalato un quadro politico alquanto frammentato con 10 liste alla Camera dei Deputati e 9 liste al Senato della Repubblica.
Le recenti elezioni regionali sembravano prospettarci una nuova frammentazione del quadro politico con 9 liste presenti alla competizione elettorale, ma soltanto sei (come nella passata consiliatura) hanno superato la soglia di sbarramento e conseguito almeno due consiglieri.
Il nuovo Consiglio Regionale si presenta differente dal vecchio, sia sotto il profilo degli eletti, sia sotto il profilo della composizione politica.
Dal primo punto di vista più della metà dei consiglieri sono nuovi, sono persone giovani e competenti che porteranno sicuramente una ventata di novità a Palazzo Regionale.
Dal secondo punto di vista la novità più importante è data dall'assenza di una forza del centrodestra in consiglio regionale. Conseguentemente l'asse della politica valdostana torna a spostarsi verso il centrosinistra dopo una consiliatura in cui, invece, l'alleanza tra le forze di maggioranza e il PdL aveva impresso una svolta a destra.
Anche questa volta solo due partiti "nazionali" entrano in Consiglio (M5S e PD sinistra VDA) ma complessivamente solo 5 consiglieri su 35 appartengono a partiti nazionali...
E' questo un dato su cui riflettere perché la progressiva scomparsa dei partiti nazionali dalla scena valdostana è, per me, preoccupante.

Di più. Se sommiamo i voti dell'UV e dell'UVP abbiamo la bellezza di 20 consiglieri, a conferma che la scissione ha scalfito il monolite, ma di fatto ha consentito alle due formazioni di aumentare il consenso a scapito degli altri partiti. Ed è fin troppo evidente che gran parte del bottino di Federation sia transitato direttamene al'UV per il tramite di La Torre, mentre gran parte dell'elettorato del PdL è stato fagocitato dalla Stella Alpina e dall'Union, che ha lasciato fuoriuscire molti elettori verso UVP.

I Progressistes, infine, hanno pescato da UV, ma anche da ALPE e PD. Nel 2008 Renouveau e Valle d'Aoste vive totalizzarono oltre 9 mila voti, ai quali bisognerebbe aggiungere anche l'area degli ex Verdi confluiti tutti in Alpe che portano ad un bacino potenziale di oltre 10 mila voti.
Ne hanno totalizzati 8.900, imbarcando anche il presidente di Vallevirtuosa. Per effetto dei resti, però mantengono i cinque consiglieri.

E veniamo al PD.
Anche noi manteniamo i tre consiglieri, ma perdiamo in termini assoluti, rispetto al 2008, 439 voti. A questi però vanno aggiunti altri 6/700 voti persi dal PD e riportati alla lista da Rifondazione Comunista,  dai Socialisti, dall'Italia dei Valori, dal Centro Democratico, dall'Associazione Loris Fortuna, e da ValleVirtuosa.
In pratica perdiamo, come PD, oltre mille voti pur mantenendo il terzo consigliere.

Ci posizioniamo inoltre marcatamente a sinistra lasciando il campo libero per l'espansione dei partiti autonomisti diretti concorrenti nella nostra area (ALPE e UVP). Se guardiamo i primi 5 classificati nella lista del PD sinistra VDA, ci sono 4 rappresentanti (o ex rappresentanti) della CGIL e uno di Rifondazione Comunista. Tutte persone stimabilissime, ma l'area più centrista o moderata che dir si voglia sembra decisamente minoritaria in questo partito.
Ho il massimo rispetto per tutti i sindacati e della CGIL in particolare, ma credo che un partito debba mantenere una certa autonomia, anche di pensiero, dal sindacato. Se ci proponiamo come forza di governo dobbiamo saper dialogare con tutti, raccogliere le istanze che provengono dalla società civile e dai sindacati, ma non possiamo avere dei "tabou". La capacità di mediare tra le opposte istanze è l'essenza di un partito, e l'impressione che oggi il PD sia troppo schiacciato su posizione di una parte non è solo una sensazione.

Il PD (come peraltro sta facendo anche a livello nazionale) si stia chiudendo nel suo recinto e sta perdendo inesorabilmente consenso all'interno della società. Mentre io credo si debba aprire e debba cercare di contendere i voti al centro, verso l'ALPE e l'UVP che sono i nostri alleati ma anche i diretti concorrenti nella ricerca del voto, e perché no anche all'UV.

Infine due parole sul mio risultato personale.
Partendo insieme a tre amici, tutti a digiuno di politica (Souad BengouchachCamilla Mandatori e Nicolò Fracasso) e senza il sostegno del Partito abbiamo raccolto 458 preferenze arrivando ad una incollatura dal primo escluso (13 preferenze di scarto). Un risultato molto interessante per tutti e quattro che ci inorgoglisce e ci sprona a continuare e a fare meglio per il futuro, consapevoli che anche grazie ai nostri voti il PD ha mantenuto il 3° consigliere.

lunedì 21 maggio 2012

I ballottaggi delle elezioni amministrative...



... possono essere riassunti così:

  1. Il centrosinistra in generale e il PD in particolare hanno vinto nella grande maggioranza dei comuni più grandi;
  2. La vittoria del candidato del Movimento 5 Stelle a Parma e in altri centri minori come Comacchio e Mira è un dato da non sottovalutare. In particolare a Parma il candidato M5S ha triplicato i voti, passando da 17 mila a 51 mila, mentre il candidato del PD ha confermato i voti sia nel primo turno che nel secondo (circa 39 mila).
  3. Le attese vittorie di Doria e Orlando a Genova e Palermo. Nel primo caso il PD ha perso le primarie e ha vinto le elezioni con un candidato di SeL (dei 24 seggi spettanti alla coalizione vincente su 40, ben 12 però vanno al PD e 6 alla lista Doria: i democratici sono comunque determinati); nel secondo caso il PD ha perso le primarie con la Borsellino e ha perso le elezioni con Ferrandelli: qui c'è poco da dire se non che Orlando ha ancora una presa politica molto forte sulla città (ma non venitemi a parlare di rinnovamento, per favore!) e il PD paga l'incapacità di scegliere se stare con o contro il governatore Lombardo;
  4. La grave sconfitta del PdL che conserva solamente 3 capoluoghi di provincia;
  5. La scomparsa della Lega che perde 7 ballottaggi su 7.
Ora molto si può dire e molto si dirà ma alcuni commenti posso sicuramente condividerli: su Grillo e il M5S, sulla portata generale di queste elezioni, sui pronostici per le prossime elezioni politiche

E' del tutto evidente che il sistema come lo abbiamo conosciuto negli ultimi 20 anni si sta sfasciando e, soprattutto al Nord, non possiamo nasconderci che la vittoria arriva anche perché il cdx non esiste più, almeno non come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi.
Preoccupa l'astensione, ma la tempo stesso può essere la carta vincente del csx e del PD: si apre una prateria che può essere attraversata in lungo e in largo solo se saremo in grado di rinnovarci nella classe dirigente ed offrire un'alternativa credibile con pochi e chiari punti programmatici.

PS: piccolo aggiornamento sul punto n. 2. Analisi dell'Istituto Cattaneo sui flussi elettorali tra il 1° e il 2° turno a Parma: qui. Questa frase, in particolare: "La capacità del candidato del Movimento 5 stelle di mobilitare gli elettori che al primo turno avevano votato per altri candidati emerge con chiarezza anche dalla tabella 3: su 100 voti a Pizzarotti, solo 1/3 è dovuto a elettori che lo avevano votato al I° turno; il restante 2/3 è dovuto a elettori che avevano votato diversamente, in primis Ubaldi (area di centro) e Ghiretti (area civica). Anche una certa quota di elettori che si erano astenuti al I° turno lo hanno votato: probabilmente elettori critici verso il sistema dei partiti riconquistati al voto dalla possibilità di successo di un candidato alternativo alla politica tradizionale."