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sabato 15 marzo 2014

Alcune considerazioni sulle elezioni europee


Il dibattito che si sta sviluppando sulle elezioni europee sembra viziato da un equivoco di fondo.
In chiave europea queste elezioni saranno determinanti per i futuri equilibri del continente perché, per la prima volta, i cittadini europei potranno non solo scegliere  i loro rappresentanti ma anche individuare direttamente il candidato alla carica di Presidente della Commissione europea. La crisi economica degli ultimi anni è stata affrontata con una visione prevalentemente incentrata sul lato del contenimento del debito senza una vera assunzione di responsabilità europea, come il caso della Grecia ha dimostrato. Le conseguenze di tale impostazione economica sta facendo crescere un sentimento antieuropeista che, partendo da una contestazione anche giusta alle politiche di rigore degli ultimi anni, persegue obiettivi sbagliati come l’uscita dalla moneta unica e al tempo stesso alimenta sentimenti xenofobi.
In chiave nazionale questo appuntamento elettorale si pone il duplice obiettivo di legittimare il governo Renzi, che in questo periodo ha assunto la guida del Paese, e di ottenere un numero di eurodeputati tali da far risultare il PD il primo partito dentro la famiglia dei Socialisti e Democratici europei con la possibilità di incalzare efficacemente il futuro presidente della Commissione europea, soprattutto se questo sarà Martin Shulz.
In questa situazione politica anche la Valle d’Aosta può giocare un ruolo importante se si pone l’obiettivo di contribuire concretamente all’elezione di un eurodeputato valdostano che si collochi in un contesto europeista in linea con la tradizione della nostra storia autonomista. 
La segreteria nazionale del PD ha manifestato il suo assenso a concedere l’apparentamento con una lista della minoranza linguisitica purché il sostegno a questa lista sia il più ampio possibile, non solo perché i voti così raccolti confluiscono nella lista nazionale del PD ma anche perché tale meccanismo potrebbe far scattare un eurodeputato in più nella circoscrizione nord-ovest mediante il meccanismo dei resti più alti.
Non si può quindi che ribadire la validità e la centralità dell’attuale coalizione autonomista, democratica e progressista comprendente oltre al PD della Valle d’Aosta anche l’ALPE e l’UVP: se le finalità sono quelle di cui sopra, tale coalizione diventa il motore e la base sulla quale costruire un percorso condiviso per le elezioni europee, che deve necessariamente potersi aprire anche al contributo di altri partiti e movimenti politici se l'intenzione è quella di eleggere un eurodeputato valdostano. E' evidente che tale eurodeputato dovrebbe iscriversi al gruppo dei Socialisti e Democratici, facendo una chiara e netta scelta di campo.
Diversamente, diciamolo chiaramente, non si guarda all'interesse della Valle d'Aosta ma ai propri interessi personali e le elezioni diventano l'ennesima occasione per contarsi senza ottenere alcun risultato concreto. Se bisogna contarsi, essendo evidente che la sola coalizione autonomista progressista non ha i numeri sufficienti per eleggere l'eurodeputato, allora tanto vale che il PD corra da solo con il suo simbolo: rinunciare a quest'ultimo infatti ha senso solo se l'obiettivo è alto e finalizzato al bene della Valle d'Aosta. 
Portare un valdostano a Bruxelles non credo proprio che possa considerato una larga intesa! Le #largheintese si fanno per governare non certo per eleggere un deputato.
Perché così tanta paura di trovare alcuni punti qualificanti all'interno della coalizione Alpe, Uvp e Pd, individuare un candidato di alto profilo e che è al di fuori dalle piccole beghe locali e andare a verificare se può ottenere l'appoggio di uno schieramento più ampio di quello che oggi è all'opposizione in Regione?
E' ormai un anno che la politica valdostana è chiusa su se stessa mentre la crisi aumenta e le difficoltà crescono.Occerrerebbe forse avere un po' più di umiltà per capire che serve uno sforzo congiunto per uscire da questa crisi che sta già cambiando in profondità anche la nostra realtà. 
Intanto, il M5S, che condivide con noi l'opposizione al governo regionale, ha deciso di andare comunque per conto suo portando in Europa la richiesta di uscire dalla moneta unica (e davvero non capisco che vantaggio potrebbe portare alla Valle d'Aosta), mentre alcuni amici che erano nella lista PD-Sinistra Vda alle ultime elezioni regionali hanno già avviato la raccolta delle firme per presentare la lista Tsipras. Quale sarà il risultato? Secondo il mio modesto parere, tale scelta non potrà che produrre una dispersione di voti e dare una mano alla Merkel. Infatti i voti sottratti al PD dalla lista Tsipras non faranno altro che confermare ancora una volta primo partito europeo il PPE della signora Merkel sprecando l'ennesima occasione per cambiare questa politica rigorista.
Certo, capisco che è più semplice fare politica con slogans e portarsi "la claque" che ti applaude ad ogni intervento piuttosto che misurarsi sul piano del ragionamento politico, ma io sono convinto che in questo momento storico debba prevalere il ragionamento rispetto all'insulto gratuito e all'affermazioni di posizioni ideologizzate. 
Tutto il mio sforzo, per quanto possibile, è stato e resta orientato a lavorare per il bene della Valle d'Aosta.

domenica 26 gennaio 2014

Per una nuova Valle d'Aosta - #perunanuovaVDA


MOZIONE CONGRESSUALE: PER UNA NUOVA VALLE D’AOSTA. 
Candidato alla Segreteria regionale: Fulvio Centoz

Non si può più, in nessun campo, sottrarsi al dovere della proposta, alla ricerca della soluzione praticabile, alla decisione netta e tempestiva per le riforme di cui hanno bisogno improrogabile per sopravvivere e progredire la democrazia e la società italiana.” 
Giorgio Napolitano


La situazione politica attuale in Italia.
La necessità di elaborare un pensiero utile al dibattito sul futuro del nostro partito non può che partire dall’esame della situazione politica che stiamo vivendo.
La sconfitta alle elezioni politiche del febbraio 2013 è stata netta e particolarmente pesante. Infatti, rispetto alle elezioni del 2008, abbiamo perso oltre 3 milioni di voti (per la precisione 3.435.958, che significa una contrazione del 28,4%). La sconfitta è stata ancor più grave se si pensa che i nostri competitori diretti, quelli che avremmo dovuto sconfiggere, hanno perso a loro volta voti consistenti: il PDL ha perso oltre 6 milioni di voti (per la precisione 6.296.744 con una contrazione del 46%) e la Lega Nord oltre 1,5 milioni di voti (per la precisione 1.631.982 con una riduzione rispetto al 2008 del 54%).
I dati dimostrano come la mobilità elettorale sia stata massiccia e abbia colpito pesantemente i due partiti maggiori (PD e PDL, quasi 10 milioni di voti) per riversarsi, prevalentemente, su una nuova formazione politica, il Movimento 5 Stelle.
Queste elezioni ci hanno consegnano un quadro sostanzialmente tripolare e completamente diverso dallo schema bipolare della c.d. “Seconda Repubblica”. Rispetto al 1994 (anche allora furono elezioni particolarmente importanti per uscire dalla c.d. “Prima Repubblica”) la situazione è però molto meno frammentata.
Le linee di frattura nella società non sembrano più essere quelle classiche (destra/sinistra – centro/periferia – capitale/lavoro); la forte crescita del M5S sembra ora posizionare la frattura sociale tra “casta/cittadini”, sancendo un discrimine profondo tra chi fa politica nei palazzi e il cittadino medio che fatica ad arrivare a fine mese.
I successivi tentativi di formare un Governo Bersani, l’umiliazione subita dallo stesso ad opera del Movimento 5 Stelle, l’incapacità di eleggere un vero e proprio Presidente della Repubblica di garanzia, le rovinose votazioni concernenti Franco Marini e, soprattutto, Romano Prodi, l’approdo infine al secondo mandato presidenziale di Napolitano hanno fatto emergere l’incapacità di quella classe politica, protagonista e parte in causa del lento processo di declino che l’Italia sta attraversando da ormai un ventennio.
Mi sembra di poter affermare che solo a seguito dell’elezione a Segretario Nazionale di Matteo Renzi il PD ha ritrovato la sua vocazione maggioritaria e una nuova spinta propulsiva. Il forte mandato popolare ricevuto in occasione delle ultime primarie ha attribuito al neo Segretario una forte legittimazione, sia dentro sia fuori dal partito, e spostato il baricentro del più grande partito italiano verso una politica più riformista e liberal-democratica.
L’accelerazione impressa da Renzi in quest’ultimo periodo sulla legge elettorale, sulle riforme costituzionali e sui costi della politica sembra poter dare una svolta molto significativa al nostro Paese.

La situazione politica in Valle d’Aosta.
Si è già detto e analizzato molto riguardo al voto delle elezioni regionali dello scorso maggio, ma forse conviene ancora una volta ripartire da lì.
Lo scenario politico regionale è indubbiamente mutato: non esiste più un movimento egemone sulla scena politica come lo è stata l’Union Valdôtaine fino ad ora.
Se ripercorriamo un po’ la storia degli ultimi 20 anni della politica valdostana, notiamo che nel 1993 il Leone Rampante ottenne 13 consiglieri in un Consiglio regionale dove la presenza dei partiti regionalisti era pari circa al 60% (21 su 35); progressivamente la sua forza è cresciuta, ottenendo, a partire dal 1998, sempre 17/18 seggi, fino alla penultima legislatura, quando ha raggiunto la soglia altissima dell’85% (30 consiglieri su 35). L’UV si è configurata così come il movimento-perno attorno a cui ha ruotato tutta la politica regionale valdostana in questo ventennio.
La crescita esponenziale dei partiti autonomisti è un elemento che va studiato attentamente se non vogliamo far passare l’idea che un partito nazionale, federale ed europeo come il PD non è necessario in una Regione Autonoma come la nostra.
Alle ultime elezioni regionali si sono presentate due coalizioni che avrebbero potuto ragionevolmente aspirare alla vittoria: da una parte la maggioranza uscente composta da UV,  SA e FA e dall’altra la coalizione Autonomista, Democratica e Progressista rappresentata dalla neonata UVP, dall’ALPE e dalla lista comprendente il PD e le altre forze di sinistra oltre ad alcuni rappresentanti della società civile (lista PD -Sinistra VdA). Hanno corso invece da soli il M5S, coerentemente con la linea politica seguita in tutt’Italia, il PdL e una nuova formazione di Centrodestra che si richiamava ai valori liberali, denominata LeALI.
Per poche centinaia di voti la coalizione Autonomista Democratica e Progressista non è riuscita ad andare al ballottaggio.
Il risultato complessivo vede formarsi anche in Consiglio Regionale due poli lungo la frattura Destra/Sinistra che si contendono la guida della Regione, ma lo scenario è drasticamente cambiato:
1. FA e il PdL non riescono a superare il quorum (come la neonata LeALI) e la maggioranza uscente è oggi composta solamente da UV e SA;
2. L’UVP, formazione nata solamente 6 mesi prima delle elezioni, ottiene un risultato straordinario partendo da zero;
3. L’ALPE arretra rispetto a cinque anni prima non riuscendo ad ottenere neppure i voti che allora presero Valle d’Aoste Vive e Renouveau Valdôtain messi assieme (ai quali andrebbero aggiunti anche parte dei voti dell’Arcobaleno, tutti confluiti in ALPE) ma mantiene i 5 consiglieri;
4. Il PD perde voti rispetto al 2008. Cinque anni fa, la sola lista del PD prese 6.840 voti; cinque anni dopo la lista PD- Sinistra VDA ottiene 6.401 voti. Sembrano solamente 439 voti in meno; tuttavia, dal momento che nelle ultime elezioni all’interno della lista sono presenti anche altre forze politiche (da cui l’esigenza di modificare il nome alla lista) come Rifondazione Comunista, Italia dei Valori, Centro Democratico, Socialisti e Associazione Loris Fortuna, i voti persi dal PD nell’arco di un quinquennio sono ben maggiori, quantificabili in circa un migliaio.
Oggi il Consiglio Regionale si presenta diviso praticamente a metà, con 18 consiglieri di maggioranza, sempre in bilico e a rischio ad ogni votazione, e 17 consiglieri di minoranza, dal momento che anche i due eletti del Movimento 5 Stelle si coordinano e lavorano con l’Alleanza Autonomista Democratica e Progressista. Si tratta di un quadro politico al momento ingessato e che non sembra in grado di dare quelle risposte alla società valdostana che essa si attende, soprattutto perché comincia a sentire anch’essa i pesanti effetti della crisi economica.
Occorre quindi anche in Valle d’Aosta un Partito Democratico che sappia cogliere appieno i mutamenti della società e li possa tradurre in indirizzi strategici per i prossimi 20/30 anni.
Occorre un partito di Centrosinistra che sia motore del cambiamento e che sappia riformare il “sistema Valle d’Aosta”, che necessita ormai di una nuova forza propulsiva per uscire dall’impasse e dal difficile momento che stiamo vivendo.
Occorre infine un partito di governo, un partito riformista che non abbia paura di affrontare anche i temi più difficili, che abbia il coraggio di prendere decisioni che possano aiutare davvero i cittadini a far fronte ai problemi più ingenti, e al tempo stesso contribuisca ad attirare a sé anche i voti finora confluiti nei partiti autonomisti.
Nel quadro dell’attuale alleanza Autonomista, Democratica e Progressista (e cioè Union Valdôtaine Progressiste, ALPE e PD Sinistra VDA), il nostro partito deve dunque ritrovare una centralità e mostrare la sua capacità di governo per contribuire a costruire una valida alternativa alla maggioranza che governa ora.

Il Partito nel XXI secolo. Cos’è il PD oggi e cosa potrebbe diventare.
In una società in movimento come quella attuale e nel mezzo di una delle più grandi crisi economiche che l’Occidente abbia mai conosciuto, è importante fare una riflessione sui partiti politici.
Di particolare interesse, a mio parere, è un libro uscito recentemente per Einaudi Editore (2013), Finale di partito, scritto da Marco Revelli. L’autore analizza acutamente la crisi dei tradizionali partiti politici, crisi conclamata che rischia di contagiare le stesse istituzioni democratiche. Secondo i più recenti sondaggi, meno del 5% degli Italiani ha fiducia nei partiti politici, poco più del 10% nel Parlamento. Particolarmente evidente in Italia, il fenomeno è tuttavia generale: ovunque i “contenitori politici” novecenteschi stentano a conservare il consenso, e ovunque cresce un senso di fastidio verso quella che viene considerata una “oligarchia”, separata dal proprio popolo e portatrice di privilegi ingiustificati.
Revelli costruisce un interessante parallelo tra due fenomeni avvenuti in congiunture temporali diverse: l’esplosione dei partiti novecenteschi da una parte e il superamento dell’organizzazione produttiva “fordista” massificata e l’affermarsi di nuove forme organizzative leggere dall’altra (questa lettura della crisi dei partiti di massa come li abbiamo conosciuti fino ad oggi è tra l’altro simile anche  alle recenti riflessioni fatte da Fabrizio Barca all’interno del partito).
L’analisi citata porta anche l’attenzione, in maniera a mio parere del tutto condivisibile, sull’organizzazione dei modelli partitici, strutturati come una pubblica amministrazione, organizzati secondo gerarchie (non sempre condivisibili) e secondo una struttura che ricalca ampiamente la suddivisione per temi propria delle amministrazioni (i forum o i dipartimenti che si occupano dei vari settori non sono nient’altro che la ripartizione dei vari settori della Pubblica amministrazione). In tale quadro, il sistema di finanziamento pubblico, peraltro particolarmente generoso, ha finito con l’accrescere, anche oltre il necessario, questa macchina politica che si alimenta di finanziamenti pubblici e occupa tutto, con una ramificazione ed una estensione senza precedenti.
Ora, a partire da queste considerazioni, si possono fare alcune riflessioni.
Intanto, dal momento che il PD è un partito federale, occorre partire dal presupposto che la struttura ed il funzionamento del partito nazionale non necessariamente devono coincidere con quello locale. Si possono pensare per i livelli locali dove i numeri spesso sono assai più contenuti, strutture più leggere e più snelle. Allo stesso tempo però il nostro partito deve mantenere un respiro nazionale ed europeo e deve poter dialogare alla pari con gli organismi dirigenziali nazionali.
Urge, per esempio, istituire una Conferenza dei Segretari Regionali, come momento di confronto e dibattito sullo stato del regionalismo e sulle proposte per riformarlo. Sempre in questa direzione diventa, a mio parere, strategico un raccordo stretto con i Segretari Regionali del PD delle altre Regioni e Province autonome per condurre battaglie comuni sui temi dell'autonomia. La grande trazione di Sinistra in Italia ha sicuramente molto da dire e da raccontare su questa materia, essa può contribuire in maniera significativa al ripensamento di un autonomismo che non sia puramente assistenziale ma che sia inclusivo, che, nel mantenimento delle differenze, non si chiuda in un becero micronazionalismo, ma sappia guardare all'Europa come luogo di intreccio di culture che hanno saputo, negli ultimi decenni, progredire nella pace.
Su un altro versante, il partito che vorrei promuove il dibattito e la crescita dei circoli territoriali avendo però anche cura di rivedere l’organizzazione attuale, sia per renderla più funzionale, sia per incentivare nuove forme di aggregazione lungo tutta la Valle. Un aiuto importante potrà venire anche dalle nuove tecnologie, dalle forme di partecipazione virtuale, dai social networks, dalle piattaforme come Liqueed Feedback che non possono in alcun modo sostituire il contatto umano, ma che possono essere importanti risorse nell’organizzazione di un partito che vuole essere presente sul territorio avendo cura di limitare le spese.
Il taglio ai costi della politica ci obbligherà sia a rivedere l’organizzazione interna sia a ripensare alle nostre forme di comunicazione politica ed in primis alla storica testata “Le Travail”, che deve poter continuare a svolgere la sua fondamentale funzione di divulgazione e informazione agli aderenti e simpatizzanti.
Un ruolo strategico dovrà averlo Aosta, non solo perché capitale della nostra Regione ma perché luogo di forte tradizione di sinistra in cui il PD può e deve giocare un ruolo importante, anche in vista delle prossime scadenze elettorali.
Spero dunque in un partito snello, attento ai costi, presente sul territorio nelle istituzioni e vicino alla gente, un partito inclusivo e aperto alla società civile; sogno un partito coraggioso sulle riforme da affrontare, un partito con l'ambizione di governo che non ha paura di sostenere posizioni anche impopolari e difficili perché il momento storico richiede questa capacità di mettersi in gioco fino in fondo, soprattutto per le generazioni che verranno dopo di noi.
Il Partito democratico che vorrei per una nuova Valle d'Aosta avrà cura di sviluppare alcuni temi che io ritengo fondamentali e che vado ora ad analizzare in dettaglio. 

1. Il lavoro, lo sviluppo economico e un nuovo modello Valle d’Aosta.
La recessione che ha colpito l’Occidente dal 2007 sta mostrando solo adesso in Valle d’Aosta i segni evidenti di una crisi che per noi, più che altrove, è una crisi di sistema.
Se il modello di sviluppo che abbiamo conosciuto negli ultimi trent’anni si è basato quasi esclusivamente sulla spesa pubblica (dalle assunzioni dirette o indirette nelle partecipate, ai contributi, alle più svariate attività economiche), esso ci ha comunque permesso di crescere e di ottenere un livello di benessere elevato. 
In questi ultimi 3 anni questo modello è entrato irrimediabilmente in crisi e non sarà più replicabile in futuro.
Occorre quindi reinventare un modello economico per la nostra Regione ed immaginare una crescita che possa derivare dalla creazione di imprese che offrano uno sbocco lavorativo alle future generazioni. E’ del tutto evidente che un sistema basato sulla spesa pubblica, oltre ad essere fonte di inefficienze e di clientelismi, ha finito per diventare un sistema chiuso e autarchico, in cui si è creduto di bastare a sé stessi. 
Occorre quindi invertire la rotta, ma non basta.
Intanto, va ricordato che il capitale umano è di fondamentale importanza. Serve quindi innovare il sistema della formazione professionale favorendo la valorizzazione e la certificazione delle competenze al fine di creare un sistema di riconoscimento formale di crediti finalizzati all’acquisizione di certificazioni riconosciute a livello europeo. Parallelamente occorre predisporre un piano per favorire l’inserimento dei giovani nel mondo del Lavoro sia come avvio al primo lavoro sia come sostegno a chi vuole avviare un’impresa, un laboratorio artigianale, o  un’attività commerciale.
Inoltre, secondo il mio modesto parere, è necessario investire per creare un modello distrettuale, inteso come forma di organizzazione della produzione della piccola e media impresa, in cui il territorio svolge la funzione di infrastruttura di integrazione economica, istituzionale e cognitiva. In tal direzione, la Regione dovrebbe gradualmente uscire da molti settori che non le competono e favorire l’ingresso di privati, mentre dovrebbe concentrarsi nell’organizzare e regolamentare (in omaggio alla natura delle Regioni quali enti di programmazione), insieme con il vicino Canavese, un sistema distrettuale che possa, per esempio, gradualmente rimpiazzare l’indotto dell’auto, ormai pesantemente ridotto rispetto al peso che aveva negli anni ’80 e ’90 nell’area del nord-ovest.  Il problema che dobbiamo porci è quale modello distrettuale si può immaginare per il futuro della Valle d’Aosta. Ad un ovvio distretto turistico si potrebbe aggiungere un distretto legato alla green economy, alle energie rinnovabili, alle soluzioni per l’efficienza energetica e a tutte quelle forme di alta specializzazione tipiche di questo settore e/o comunque legati alla montagna. Per tutto ciò, è necessario creare una forte sinergia con il territorio del vicino Canavese, zona che ha bisogno anch’essa di reinventare una politica industriale: creare un unico distretto integrato con la nostra Bassa Valle permetterebbe sia alla Valle d’Aosta che all’Alto Piemonte di costituirsi in sistema con tutti i vantaggi che ne derivano.

2. Le riforme istituzionali.
Ripensare la nostra autonomia diventa fondamentale poiché, da un lato, il bilancio regionale ha subito negli ultimi anni tagli notevoli che impongono delle scelte drastiche e, dall’altro, la normativa europea, sempre più invasiva, ci pone all’interno di un mercato unico nel quale spesso fatichiamo a trovare la nostra dimensione.
Diventa allora fondamentale ridiscutere gli accordi sul Federalismo fiscale, firmati a suo tempo con il Governo Berlusconi, per impostare con chiarezza i rapporti tra Stato e Regione, perseguendo quel principio dell’intesa che meglio potrebbe tutelare le nostre prerogative.
Allo stesso tempo, diventa improrogabile ridefinire l’assetto istituzionale della nostra Regione e dei nostri Enti locali.
Quanto al primo, di primaria importanza è la modifica della legge elettorale che ha mostrato tutti i suoi limiti alle ultime elezioni regionali. Solamente la Regione Valle d’Aosta e la Provincia Autonoma di Bolzano hanno una forma di governo “parlamentare” avendo ormai optato tutte le altre Regioni e tutti gli Enti locali (ivi comprese le province) per un sistema di tipo “presidenziale” con l'elezione diretta del capo dell’esecutivo (Sindaco, Presidente di Regione, Presidente di Provincia).
Anche nella nostra piccola Regione si impone dunque una scelta. E poiché abbracciare un sistema piuttosto che un altro non è privo di conseguenze, il PD non ha remore a sedersi attorno ad un tavolo per discutere di riforme che vadano nella direzione di un sistema maggioritario e bipolare. Se le opzioni possono infatti essere molteplici, resta primario l’obiettivo di introdurre un vero e proprio sistema maggioritario, di trovare un meccanismo che consenta a coloro che hanno vinto le elezioni di governare e di limitare il controllo del voto che una piccola realtà come la nostra e le tre preferenze favoriscono.
Senza stravolgere la nostra istituzione, credo che l’attuale meccanismo della c.d. “sfiducia costruttiva” (ossia il principio secondo cui per presentare una mozione di sfiducia è necessaria, contestualmente, la presentazione di un programma e di un governo alternativo) potrebbe accompagnarsi tanto con una legge maggioritaria come il doppio turno di collegio quanto con un sistema proporzionale con premio di maggioranza che sia però più chiaro del sistema attuale (per esempio, il premio dovrebbe andare alla lista o coalizione che raggiunge il 40% dei voti, valutando l’opportunità del ballottaggio, con una sola preferenza, oppure con la doppia preferenza di genere).
Per quanto riguarda invece i comuni, la loro riforma è sul tappeto e non può più essere rinviata.
La bozza elaborata dal CELVA nel luglio del 2013 presenta, a mio avviso, un punto di grande debolezza: i livelli di governo della nostra Regione rimangono tre mentre in una Regione di 120 mila abitanti potrebbero essere più che sufficienti due livelli di governo, il comune e la Regione. Tale impostazione, però, presuppone dei comuni più grandi e più strutturati, che possano garantire una serie di funzioni e servizi, mentre i servizi che necessitano di una dimensione più vasta dovrebbero necessariamente essere gestiti a livello regionale.
Il principio dovrebbe essere quello di diventare grandi per contare di più, sulla scia di quanto sta avvenendo nella vicina Svizzera.
Prendendo in considerazione la conformazione della nostra Regione, che vede, normalmente,  più comuni di modeste dimensioni dislocati lungo le vallate laterali e uno o più comuni di dimensioni maggiori all'imbocco delle stesse, le nuove aggregazioni comunali potrebbero gestire in forma associata le funzioni comunali individuando come ambito ottimale per le funzioni l’intera vallata.
Per la c.d. Plaine, cioè Aosta e i comuni limitrofi, il discorso invece è, a mio parere, un po’ diverso: dovremmo cominciare a immaginarli come parte di un unico agglomerato urbano che ha sue esigenze proprie e problematiche specifiche.
Nel corso degli ultimi anni, il ruolo dell’agglomerato ha conquistato un’importanza maggiore all’interno dell’organizzazione degli Stati moderni. Tanto le piccole quanto le grandi zone urbane rivestono infatti una particolare importanza quali promotori della vita economica del Paese. Un esempio in tal senso è quello di Lugano, in Svizzera, che nel 2002 ha aggregato a sé diversi comuni limitrofi aumentando del doppio il suo territorio comunale e di 1/3 la propria popolazione. Questo processo è servito per dare respiro al territorio urbano e consentire a Lugano di trovare nuove aree edificabili in cui potersi estendere, mentre ha offerto ai comuni limitrofi, talvolta di grande estensione territoriale e poco popolati, la possibilità di ridurre le spese e di coordinarsi con piani regolatori più adeguati.
Infine, la necessaria riforma della finanza degli Enti locali non potrà che prevedere, al fine di incentivare le varie forme aggregative (convenzioni, associazioni o fusioni), dei trasferimenti aggiuntivi per quegli enti che, una volta definito il quadro generale, vogliano spingersi oltre le semplici convenzioni, e vogliano magari mettere in piedi delle unioni di comuni oppure  intraprendere la strada della fusione: strade, queste ultime, che devono essere intraprese dopo una consultazione con i cittadini e che devono essere frutto di una libera adesione.

3. La scuola e l’istruzione.
La scuola e l’istruzione rappresentano la chiave fondamentale per uscire da questa lunga recessione economica. Il ripensamento di alcune prassi e di alcune scelte è d’obbligo nell’ottica di una razionalizzazione dei costi, del miglioramento delle pratiche pedagogiche e dell’attenzione a coloro che si operano perché i nostri figli possano avere un futuro migliore, ossia il personale scolastico.  
I pesanti tagli che la nostra Regione ha subito ci obbligano, a mio parere, ad iniziare a ripensare alla struttura del nostro sistema scolastico,  che ha sempre cercato di valorizzare le piccole scuole di montagna.
Mi rendo conto che sarebbe un passaggio cruciale, che potrebbe creare malumori e polemiche, tuttavia credo sia giunto il tempo, come dicevamo all’inizio, di porre sul piatto anche questa questione così spinosa.
Durante la mia esperienza come sindaco di Rhêmes-Notre-Dame, ho molto riflettuto sui costi/benefici di tali tipologie di scuola con pochi alunni e piuttosto isolate.  Senza entrare in dettagli ed esempi che ci porterebbero via troppo tempo, si pongono alla nostra attenzione alcune questioni fondamentali.
La prima è economica e concerne i costi, che, considerata la congiuntura storica in cui ci troviamo a vivere, stanno diventando sempre più insostenibili. La seconda questione è di tipo didattico-pedagogico: siamo sicuri che queste scuole siano la forma più idonea ad assicurare la crescita e lo sviluppo psico-fisico dei nostri figli? La pluriclasse è la forma più idonea alla crescita di questi bambini? Credo che la letteratura in merito sia quanto meno controversa.
Certo, non si può negare che la soppressione di tali sedi costituirebbe un problema per i residenti nonché una delle concause del cosiddetto spopolamento della montagna (fermo restando che il primo fattore che favorisce il ripopolamento resta comunque il lavoro, le possibilità di impiego che hanno da offrire tali zone di montagna).
Senza dunque rinnegare il nostro passato, io credo sia urgente procedere ad una riorganizzazione del sistema, mantenendo importanti presidi scolastici sul territorio, ma accorpando e razionalizzando alcune sedi scolastiche, magari seguendo l’impostazione di riforma degli Enti locali. E’ del tutto evidente che una riorganizzazione così complessa e difficoltosa che tocca direttamente molteplici interessi primari (degli alunni e dei genitori, degli insegnanti e del personale scolastico tutto, ma anche degli enti coinvolti che devono organizzare il trasporto pubblico locale, motore primario di questa riforma) non potrà che avvenire in seguito ad un adeguato dibattito in cui  possano venire alla luce le soluzioni più opportune, con la partecipazione attiva di tutti i membri coinvolti.
Altra questione assai spinosa su cui, a mio parere, è necessario riflettere è quella del sistema contrattuale della scuola.  
Credo che sia giunto il tempo in cui anche noi ci interroghiamo se non sia piuttosto necessario fare un percorso insieme anche a tutte le organizzazioni sindacali (anche con quelle che si sono espresse in maniera diversa sulla questione) per discutere dell’eventuale regionalizzazione del contratto degli insegnanti, nonché dell’introduzione di un idoneo sistema di valutazione dei docenti basato anche su parametri di merito, finora del tutto assenti.

4. L’Università.
Negli ultimi vent’anni le due riforme più importanti dell’Università (l’introduzione dell’autonomia universitaria e del “modello 3+2”) hanno prodotto una notevole espansione dell’offerta, alla quale hanno contribuito in maniera determinante una domanda crescente di istruzione universitaria proveniente dai diplomati della scuola secondaria e contemporaneamente la pressione degli enti locali che consideravano motivo di prestigio avere l’università sotto casa. Tuttavia, l’aumento dell’offerta universitaria e il conseguente aumento di iscritti all’università non si è tradotto in un complessivo aumento di laureati, segno evidente che ancora oggi esistono troppi abbandoni e che il “modello 3+2” ha finito con il creare un livello di laurea, quello triennale, poco spendibile perché non ritenuto particolarmente formativo dalle imprese.
Anche in Valle d’Aosta dunque, dove la questione dell’università è in via di sviluppo, è necessario riflettere su alcuni punti.
Al di là delle diatribe sul campus universitario e sulle facoltà che in esso dovrebbero trovare posto e degli interrogativi sull’opportunità di ampliare un’offerta formativa in un contesto come il nostro dove il numero degli iscritti è assai ridotto, bisognerebbe, a mio parere, puntare sulla formazione specialistica finalizzata all’apprendimento di un mestiere, come già avvenuto in altre Regioni italiane.
Si tratta di investire sugli Istituti Tecnici Superiori (ITS) che sono "scuole ad alta specializzazione tecnologica", nate per rispondere alla domanda delle imprese che necessitano di nuove ed elevate competenze tecniche e tecnologiche. Esse formano tecnici superiori nelle aree tecnologiche strategiche per lo sviluppo economico e la competitività  e costituiscono il segmento di formazione terziaria non universitaria.
Tali "scuole di specializzazione" in collaborazione con un numero di imprese localizzate sul territorio organizzano un corso di laurea triennale di specializzazione tecnica. Lo studente lavoratore acquisisce metà dei crediti del corso in azienda e metà dei crediti in università. Sia le imprese sia l’università mettono a disposizione un tutor che segue il ragazzo in università e in azienda. Lo studente è formalmente impiegato presso l’impresa con un contratto di apprendistato della durata di tre anni, ma l’azienda non ha alcun obbligo di assumere il giovane con un contratto unico di inserimento alla fine del triennio.
In Valle, tale tipo di percorso didattico potrebbe facilmente essere intrapreso per le professioni turistiche, per le professioni legate alla montagna e alla tutela ambientale, oltre che per le professioni sanitarie. Si tratta dunque di ripensare il sistema universitario valdostano per orientarlo ad una o più specializzazioni tecniche finalizzate a creare giovani preparati e già inseriti nel mondo del lavoro.
Al tempo stesso per gli studenti migliori occorre, a mio parere, prevedere delle borse di studio perché i nostri talenti migliori possano andare anche all’estero, nelle migliori Università, magari vincolando le agevolazioni alla necessità di rientrare al termine degli studi, per spendere le conoscenze acquisite sul nostro territorio.

5. La sanità e il welfare.
Questo è il capitolo più sostanzioso, in termini di bilancio, di tutte le regioni e lo è anche per la nostra piccola realtà.
L’obiettivo strategico non può che essere quello di dotare la nuova Valle d’Aosta di un unico presidio ospedaliero, moderno, affidabile e funzionale ad una realtà di montagna come la nostra.
Non è più accettabile rinviare o tergiversare sull’unica grande opera di cui la nostra Regione ha davvero bisogno. Occorre rivedere i costi avendo cura di eliminare il superfluo, definire una tempistica certa e attuabile e programmare l’investimento.
Parallelamente occorre rivedere il sistema di welfare valdostano: è necessario mantenere una sua diffusione quanto più capillare possibile sul territorio ma rivalutarne le modalità di gestione, perché bisogna al tempo stesso garantire servizi necessari ed importanti e far quadrare i bilanci delle amministrazioni, purtroppo sempre più scarni.
Per fare un esempio, si impone la necessità di rivedere le modalità di gestione delle nostre micro-comunità per anziani e i servizi di assistenza anziani domiciliari: bisognerebbe trasferire la loro titolarità in capo alla Regione per una gestione unitaria e più uniforme su tutto il territorio, prevedere una differenziazione ed una specializzazione delle varie strutture, valutando anche l’eventuale chiusura o la trasformazione di quelle più piccole e dunque più antieconomiche e/o possibili forme di esternalizzazione della gestione.
In particolare, a mio avviso, dovrebbero rimanere sotto la diretta gestione dell’Ente pubblico quelle strutture che accolgono i pazienti meno autosufficienti e più bisognosi di personale infermieristico (strutture, quindi, semi-ospedaliere), mentre i servizi per gli anziani più autosufficienti e l’assistenza domiciliare potrebbero anche essere erogati da soggetti terzi, debitamente controllati ed accreditati per assicurarne la qualità ed il rispetto delle normative di tutela dei lavoratori.
Più in generale, le nuove forme di povertà che stanno crescendo vanno contrastate sia col lavoro sia con un welfare riorganizzato per affrontare questa emergenza, ad esempio rafforzando i sostegni attuali con un reddito minimo garantito che possa fungere da ammortizzatore universale. L’inclusione sociale non può ridursi ad un mero sostegno economico - come fu la c.d. “social card” - ma deve configurarsi come un adeguato “mix” tra sostegno al reddito e forme attive di partecipazione alla società. La famiglia infine, intesa come nucleo familiare riconosciuto dalla legge, deve diventare il punto di riferimento delle politiche sociali; non può essere utilizzata come ammortizzatore sociale bensì come motore di una società più solidale e armoniosa. 

7. Il superamento delle disuguaglianze e il riconoscimento delle differenze. 
Nella società attuale che è sempre più complessa, multietnica e diversificata, si deve porre attenzione alle differenze e pensare ai valori della convivenza con un impegno concreto contro le discriminazioni e le prevaricazioni. 
La diversità di genere rappresenta la prima e più immediata delle differenze. Lo sviluppo della nostra società passa anche dalla valorizzazione di ruoli distinti, propri del mondo maschile e femminile. Non voglio dunque parlare di "questione femminile" ma di valorizzazione dello sguardo femminile necessario per affrontare non solo tematiche "femminili" ma la globalità dei problemi.   
Non intendo trattare un tema specifico riguardante il genere, ma portare all'attenzione temi quali l'occupazione, il mantenimento del sistema di welfare,  la lotta contro la violenza sulle donne.
Naturalmente credo che la responsabilità di un partito moderno debba dimostrarsi nelle pratiche da attuare concretamente e immediatamente anche al proprio interno: esso deve mostrarsi  capace di stimolare e incoraggiare il coinvolgimento, la formazione e l'inserimento di donne nella politica attiva, radicando nella società il convincimento che nessuna differenza esista fra i generi per la pratica politica.      

8. Il sistema di trasporto pubblico locale.
Lo si accennava nel capitolo sulla scuola: poiché una parte dei fruitori del trasporto pubblico locale è costituita dai ragazzi in età scolare, una programmazione del trasporto in funzione della scuola e della sua dislocazione territoriale è di fondamentale importanza; allo stesso modo, il sistema scolastico nel suo complesso dovrebbe prevedere un necessario coordinamento con il sistema dei trasporti al fine di offrire un servizio ottimale evitando gli sprechi.
Risulta di vitale importanza creare una stretta integrazione tra trasporto su gomma e trasporto su rotaia al fine di evitare inutili duplicazioni di corse e poter così valorizzare la nostra linea ferroviaria che copre quasi tutto l'asse centrale, per esempio studiando forme di integrazione del biglietto che consentano ai cittadini di usare indifferentemente qualunque mezzo pubblico per raggiungere la propria meta e favorendo quindi una mobilità sostenibile. Tali prospettive dovrebbero poi trovare una spinta notevole in ambito turistico al fine di consentire al turista che visita la nostra Regione di spostarsi agevolmente sul territorio valdostano, utilizzando con semplicità i vari mezzi pubblici, anche alternativi, in un vero e proprio sistema integrato.
Potenziare la ferrovia lungo l'asse centrale ed integrarla con un sistema di trasporto su gomma per servire le vallate laterali potrebbe portare ad un miglioramento del servizio e ad una riduzione dei costi.

9. Il turismo, la cultura, l’ambiente e l’agricoltura.
Il turismo può essere ancora una volta una delle eccellenze esclusive che la nostra terra propone, grazie sì al suo territorio e al suo ambiente, ma anche in forza di un sistema di ospitalità che punti a migliorare gli standards. Infatti il PIL del turismo rappresenta una fetta notevole dell’economia valdostana con importanti prospettive di miglioramento e di crescita. L’ascesa del turismo nella scala dei valori produttivi e d’immagine della Valle d'Aosta ha contribuito anche alla tutela e alla qualificazione ambientale.
Assume una fondamentale importanza garantire lo sviluppo autonomo e libero della cultura locale, favorendo la collaborazione e le relazioni con altri ambienti culturali europei così come la valorizzazione e la fruizione dei beni culturali, intesi nella loro accezione più ampia ( non solo i beni fisici ma anche il patrimonio culturale, storico, ambientale, ecc.), ivi compresa l’Area Megalitica, che deve diventare accessibile nel più breve tempo possibile.
Urgente è tuttavia ripensare la governance del sistema della promozione turistica, in primo luogo chiarendo "chi fa che cosa", ossia definendo le specifiche e diverse mansioni dell’Office du Tourisme, dei consorzi turistici, dei soggetti terzi che a vario titolo interagiscono in ambito turistico (es. Fondation Grand Paradis), degli enti locali e della Regione. In secondo luogo, bisognerà puntare su un osservatorio del turismo che consenta agli operatori e agli attori del turismo di fare delle scelte sulla base di dati certi ed oggettivi.
Il turismo, la cultura, l'ambiente e l'agricoltura non possono che essere, a mio parere, settori che sempre più dovranno integrarsi e intrecciarsi: se è vero che il turista viene nella nostra Regione per le sue bellezze naturali, per scoprire la nostra cultura e le nostre tradizioni, è altrettanto vero che la cura delle nostre bellezze naturali dovrebbe essere il nostro primo obiettivo. Da questo punto di vista la valorizzazione ed il sostegno all'agricoltura sono quindi indispensabili anche per la tutela del nostro territorio, così come l'attuazione di politiche volte alla riduzione dei rifiuti, al riuso e al riciclo sono strumenti fondamentali in un'ottica di promozione di un territorio "eco-compatibile" (ed in tal direzione è quasi superfluo ricordare che rimane di primaria importanza dare immediata attuazione alla volontà che i cittadini hanno espresso con il voto referendario contro il pirogassificatore). 
La formazione, infine, rimane un aspetto fondamentale e strategico per il miglioramento ed il potenziamento del sistema turistico. Serve un sistema, una filiera della formazione e dell’istruzione articolata ed efficiente, nella quale può essere di assoluto interesse e rilevanza l’attivazione di un percorso di specializzazione tecnica (come abbiamo già spiegato nel capitolo sull'università) che dia un’opportunità più articolata agli studenti che si diplomano alla scuola Alberghiera. 
Al tempo stesso, a quello turistico va sempre più legato il comparto dell’agricoltura per la sua funzione di salvaguardia, cura e valorizzazione del territorio e dei suoi prodotti. Il rapporto tra i due settori è di natura strategica, anche dal punto di vista economico, ed un impegno particolare dovrà essere posto per rafforzarlo anche attraverso iniziative di natura legislativa, oltreché specifici progetti e destinazione di risorse.

10. La riforma della pubblica amministrazione e la burocrazia.
Ultimo ma non meno importante è il capitolo attinente alla riforma della pubblica amministrazione e alla necessità di intervenire per alleggerire il peso della burocrazia.
La Banca Mondiale ha calcolato che la gestione amministrativa e fiscale a carico dell'imprenditoria italiana occupa mediamente 36 giorni lavorativi l'anno, ovvero il 76% in più rispetto alla media europea ed il 46% in più rispetto ai paesi dell'OCSE. Il costo dello start-up di impresa, ovvero l'apertura di una nuova attività, si attesta in Italia al 18,6% del reddito pro-capite contro una media OCSE del 5,6%.
La mia piccola esperienza di amministratore mi ha dato la possibilità di misurarmi personalmente con il peso e le complessità della burocrazia. Nel corso di questi ultimi 3 anni il Comune di Rhêmes-Notre-Dame si è occupato principalmente dell'ammodernamento del nostro domaine skiable, un intervento fondamentale e strategico per la nostra vallata con un costo d'investimento di circa 3,5 milioni di euro. L'iter amministrativo è stato particolarmente complesso sia perché un piccolo comune spesso non ha le risorse umane e le specializzazioni necessarie a seguire appalti così complessi, sia perché gli enti coinvolti che hanno rilasciato il loro parere erano diversi.
Oggi possiamo vantare una nuova seggiovia, ma l'intervento è stato particolarmente lungo e difficile. I primi studi di fattibilità risalgono agli anni 2008/2009, a cui sono seguiti la progettazione preliminare e la procedura di Valutazione di Impatto Ambientale: in pratica sono stati spesi più di tre anni in adempimenti burocratici per ottenere le necessarie autorizzazioni e per appaltare un’opera che ha richiesto circa 4 mesi di lavori effettivi! Il tutto condito anche da contraddizioni: dal momento che la seggiovia si trova in parte nel Parco Nazionale del Gran Paradiso, quest’ultimo ha dovuto essere coinvolto per il parere sulla compatibilità dell'intervento nell'area protetta. Il medesimo parere si è dovuto richiedere anche al servizio Aree Protette della Regione, con un notevole appesantimento della procedura, oltre al rischio di trovarsi con due pareri divergenti.
Questa piccola esperienza è esemplare delle difficoltà che gli amministratori, ma anche i singoli cittadini e le imprese, incontrano ogni giorno quando si interfacciano  con la pubblica amministrazione. 
È evidente che in tutte quelle materie ove la Valle d'Aosta ha competenza primaria, e per quanto possibile anche nelle altre, si dovrebbe intervenire per cercare di snellire e semplificare le procedure, non solo nei tempi ma anche nella quantità dei soggetti coinvolti. 
In Valle d'Aosta il tema è importante anche in considerazione del peso che la pubblica amministrazione ha sulla nostra economia. La riduzione dei costi dell'apparato burocratico e la riorganizzazione di tutto il comparto unico sarà uno dei temi centrali dei prossimi anni: il blocco delle assunzioni, la mobilità del personale, la riorganizzazione degli uffici e dei servizi investirà la nostra comunità con scelte difficili, in nome delle quali bisogna discernere e operare per cercare di salvaguardare il più possibile l'occupazione e le professionalità che oggi operano all'interno della pubblica amministrazione.

A conclusione di questa veloce panoramica che dovrebbe servire ad illustrare l'orientamento politico-programmatico che mi piacerebbe dare al Partito Democratico della Valle d'Aosta vorrei precisare come queste linee generali (neppure esaustive) dovranno essere approfondite e discusse prima all'interno e poi all'esterno del nostro Partito. 
L'impegno che vorrei prendere con gli iscritti e i sostenitori è quello di far crescere non solo numericamente ma anche e soprattutto dal punto di vista della cultura politica e del dibattito formativo il nostro Partito, perché nessuna comunità è realmente libera e autonoma se non è in grado di autogestirsi. Occorre formare una nuova classe dirigente per dare risposte concrete alla gente e costruire una visione di medio lungo periodo. Non è una singola persona che cambierà la nostra piccola regione, ma un gruppo di persone che con impegno e dedizione si occuperanno della res publica nei prossimi anni.
Per questi motivi vi chiedo di darmi una mano per una nuova Valle d'Aosta!

lunedì 7 ottobre 2013

Maggioranza politica o numerica?


Ho voluto aspettare per commentare ciò che è successo mercoledì al Senato, anche per cercare di analizzare a mente fredda il nuovo scenario politico che si è creato con il voto di fiducia al governo Letta.
E lo faccio oggi anche se ciò che è successo ieri a Lampedusa imporrebbe di affrontare ben altre questioni molto più rilevanti.

Ciò che è successo mercoledì è senza dubbio una chiara vittoria del duo Letta&Napolitano.
Non è un mistero che questo governo sia nato contro la volontà della maggioranza dei militanti e degli elettori del PD dopo due mesi di sbandamento (da febbraio ad aprile di quest’anno) e con un regista (Napolitano) che, almeno fino ad oggi, ha ottenuto ciò per cui aveva deciso di accettare un secondo mandato presidenziale: la nascita di un governo delle larghe intese, nonostante i malumori ben evidenti e nonostante l’ingombrante presenza di Berlusconi. Un governo a tempo, ma non di scopo, con un orizzonte temporale di almeno 18 mesi che, nelle intenzioni del Capo dello Stato, avrebbe dovuto riformare la seconda parte della nostra Costituzione, varare alcune riforme socio-economiche fondamentali e cambiare la legge elettorale. Un tempo sufficiente a scavalcare il 2014, non solo per dare una certa stabilità all’Italia che rimane agli occhi della comunità internazionale un sorvegliato speciale, ma anche per affrontare con serenità il voto europeo del prossimo anno (che diventerà strategico) e affrontare con un governo nella pienezza delle sue funzioni il semestre di Presidenza EU dell’Italia.

E le dichiarazioni rilasciate dal Presidente Napolitano prima che scoppiasse la crisi erano indirizzate a stoppare Berlusconi e i suoi falchi (soprattutto in merito alla famosa “agibilità politica del Cavaliere”) e contemporaneamente a mantenere ben saldo questo governo che doveva facilitare, aiutare lo strappo tra estremisti e moderati all'interno del PdL (come in effetti poi puntualmente si è verificato).

Ora io sono sempre stato convinto che a febbraio abbiamo perso un’occasione storica per battere definitivamente Berlusconi e per proporre realmente agli italiani un vero e proprio governo del cambiamento, ma il risultato elettorale, negativo sia a livello nazionale sia a livello locale, avrebbe dovuto indurci ad una seria analisi delle ragioni di quella storica sconfitta ed invece ciò non è avvenuto. Anzi, le incertezze e le ambiguità nel cercare di formare un governo del cambiamento prima, di minoranza poi e oltre alle traumatiche votazioni sul Presidente della repubblica hanno inciso pesantemente sul nostro partito.

Io credo davvero che mercoledì si sia scritta un’altra pagina sulla fine della c.d. Seconda Repubblica italiana il cui declino è iniziato quel 14 dicembre 2012, quando il Governo Berlusconi ottenne la fiducia alla Camera per soli 3 voti dopo che nel 2008 vinse con una maggioranza quasi “bulgara”.

Ora Letta a di fronte a se un orizzonte temporale sufficiente per impostare alcune riforme urgenti con la consapevolezza che la parte più “estremista” del PdL non è più determinate per le sorti del governo, indipendentemente dalla nascita o meno di gruppi autonomi (il cui verificarsi è legato essenzialmente al percepimento dei rimborsi elettorali del PdL). E ciò non potrà che portare ad una azione di governo più lineare e nella quale il PD ha il diritto e il dovere di dettare l’agenda (avendo la maggioranza alla Camera) e potendo così correggere le storture dell’abolizione dell’IMU (magari reintroducendoli sui redditi più alti e esentando davvero il ceto medio dal pagamento dell’imposta).

Si è sostenuto da più parti che sono i post democristiani ad aver vinto e si prospetterebbe una nuova “DC” che ci porterebbe dritti nella terza Repubblica riesumando un sistema elettorale proporzionale per un salto indietro di 20 anni.

Nulla di più sbagliato.

Il voto di mercoledì dimostra che l’era "berlusconiana" è ormai tramontata ma la sua influenza ha condizionato la nostra società fin nel profondo, mutandone abitudini e consumi, soprattutto in ambito politico. Mi riesce davvero difficile ipotizzare il ritorno ad una politica parlamentare pura come c’era nella prima repubblica, non solo perché coloro che oggi guidano il governo sono figli di questo ventennio (molti di loro non erano in parlamento durante gli ultimi anni della Prima repubblica) ed hanno comunque assimilato uno schema bipolare anche se diverso da quello visto fino ad oggi, ma soprattutto per un motivo ben più profondo.

Ormai gli italiani hanno assimilato uno schema maggioritario e presidenzialista che è ben rappresentato dalle elezioni comunali, provinciali e regionali (con la notevole eccezione della nostra Regione e della Provincia autonoma di Bolzano) nella quali si vota direttamente il Sindaco, il Presidente di Provincia e il Presidente di Regione. In quest’ultimo caso peraltro, la stessa locuzione con cui ci si riferisce ai Presidenti (Governatori) ben sintetizza il cambiamento profondo che hanno subito le nostre istituzioni locali. Cambiamento che non potrà che riflettersi anche a livello nazionale con la necessaria modifica della Costituzione per codificare una sorta di elezione diretta del Presidente del Consiglio (come previsto nella bozza dei Saggi). Una riforma che di fatto abbiamo già conosciuto con il Porecellum dove l’indicazione del Premier non pone dubbi circa il soggetto che, in caso di vittoria, guiderà il governo.

Per questi motivi io non credo che ci sarà una spinta a tornare indietro, ma semmai ad andare avanti e questa spinta sarà ancora più forte dopo l’elezione del nuovo Segretario del PD, chiunque esso sia, poiché gli aspiranti candidati attualmente in corsa, pur con le loro differenze, sono ormai effettivamente dei nativi democratici. Nell'arco dell’ultimo anno si è verificato un effettivo ricambio generazionale nella politica.

Questo voto ha un impatto anche per la Valle d’Aosta? Io credo di si.

Le ultime elezioni regionali ci hanno consegnato un Consiglio sostanzialmente spaccato a metà e la riforma elettorale del 2007 ha mostrato tutta la sua fragilità: l’introduzione del premio di maggioranza e delle coalizioni preventive ha polarizzato il voto senza trasformare il nostro sistema in maggioritario/presidenziale. Di fatto il premio di maggioranza non è scattato ma l’illusione di avere un sistema bipolare sta bloccando la politica regionale. I due blocchi si contendono i voti fino all'ultimo e i "ribaltoni" o "controribaltoni" si giocano su pochi consiglieri che possono fare la differenza. Da questo punto di vista era meglio un sistema proporzionale come quello previgente: un risultato del genere avrebbe indotto le forze politiche a cercare una maggioranza più stabile e più ampia dell’attuale.
Lo scenario di crisi che ancora viviamo in Italia si sta rivelando in tutta la sua drammaticità anche in Valle d’Aosta. Tra la fine di quest’anno e il prossimo anno saremo tutti chiamati a fare delle scelte dolorosissime perché il “sistema Valle d’Aosta”, così come lo abbiamo conosciuto, non sta più in piedi e, allo stato attuale nessuno dei due blocchi ha la forza politica e numerica per imporre una visione strategica per la Valle d’Aosta del 2030.

Credo quindi che anche qui da noi, come è avvenuto in Italia, si debba lavorare per emarginare gli "elementi di polarizzazione dello scontro politico", si debbano superare delle logiche di crescita economica stile "anni ’80", si debba puntare sui volti nuovi e sulle persone che hanno una visione di prospettiva e si debba lavorare per imboccare una via diversa per un “nuovo sistema Valle d’Aosta”, in cui l’iniziativa privata sia sostenuta e valorizzata, in cui il necessario raccordo con l’area del canavese ci deve portare ad una nuova economia distrettuale che dia uno sviluppo alla nostra bassa valle, in cui il nostro walfare deve essere salvaguardato perché un fiore all'occhiello ma deve essere riformato, in cui la Regione, pian piano, esce da tutta una serie di settori non strategici per concentrarsi invece prevalentemente sul sociale e sull'istruzione che sono i veri obiettivi di chi ha a cuore tutta la popolazione, il ceto medio che soffre e la crescente povertà che dilaga anche nella nostra Regione.

E in questa prospettiva il PDVdA può giocare un ruolo centrale se saprà mettersi al centro di questo processo di cambiamento, senza preconcetti, e aprendo un canale di dialogo con il "nostro" Presidente del Consiglio, soprattutto in questa fase di possibile modifica della Costituzione: occorre lavorare non solo per il principio dell’intesa (che, seppur importante, da solo non riempie la nostra autonomia), ma in generale per un ripensamento in chiave europea del nostro Statuto Speciale partendo dalla modifica urgente della legge elettorale e da un diverso assetto di poteri regionali.


martedì 28 maggio 2013

Due veloci considerazioni sul voto (elezioni regionali 2013)


Ora, a mente fredda e dopo essermi riposato, due considerazioni conclusive sul voto si possono fare.
Le elezioni politiche del 24/25 febbraio ci avevano regalato un quadro politico alquanto frammentato con 10 liste alla Camera dei Deputati e 9 liste al Senato della Repubblica.
Le recenti elezioni regionali sembravano prospettarci una nuova frammentazione del quadro politico con 9 liste presenti alla competizione elettorale, ma soltanto sei (come nella passata consiliatura) hanno superato la soglia di sbarramento e conseguito almeno due consiglieri.
Il nuovo Consiglio Regionale si presenta differente dal vecchio, sia sotto il profilo degli eletti, sia sotto il profilo della composizione politica.
Dal primo punto di vista più della metà dei consiglieri sono nuovi, sono persone giovani e competenti che porteranno sicuramente una ventata di novità a Palazzo Regionale.
Dal secondo punto di vista la novità più importante è data dall'assenza di una forza del centrodestra in consiglio regionale. Conseguentemente l'asse della politica valdostana torna a spostarsi verso il centrosinistra dopo una consiliatura in cui, invece, l'alleanza tra le forze di maggioranza e il PdL aveva impresso una svolta a destra.
Anche questa volta solo due partiti "nazionali" entrano in Consiglio (M5S e PD sinistra VDA) ma complessivamente solo 5 consiglieri su 35 appartengono a partiti nazionali...
E' questo un dato su cui riflettere perché la progressiva scomparsa dei partiti nazionali dalla scena valdostana è, per me, preoccupante.

Di più. Se sommiamo i voti dell'UV e dell'UVP abbiamo la bellezza di 20 consiglieri, a conferma che la scissione ha scalfito il monolite, ma di fatto ha consentito alle due formazioni di aumentare il consenso a scapito degli altri partiti. Ed è fin troppo evidente che gran parte del bottino di Federation sia transitato direttamene al'UV per il tramite di La Torre, mentre gran parte dell'elettorato del PdL è stato fagocitato dalla Stella Alpina e dall'Union, che ha lasciato fuoriuscire molti elettori verso UVP.

I Progressistes, infine, hanno pescato da UV, ma anche da ALPE e PD. Nel 2008 Renouveau e Valle d'Aoste vive totalizzarono oltre 9 mila voti, ai quali bisognerebbe aggiungere anche l'area degli ex Verdi confluiti tutti in Alpe che portano ad un bacino potenziale di oltre 10 mila voti.
Ne hanno totalizzati 8.900, imbarcando anche il presidente di Vallevirtuosa. Per effetto dei resti, però mantengono i cinque consiglieri.

E veniamo al PD.
Anche noi manteniamo i tre consiglieri, ma perdiamo in termini assoluti, rispetto al 2008, 439 voti. A questi però vanno aggiunti altri 6/700 voti persi dal PD e riportati alla lista da Rifondazione Comunista,  dai Socialisti, dall'Italia dei Valori, dal Centro Democratico, dall'Associazione Loris Fortuna, e da ValleVirtuosa.
In pratica perdiamo, come PD, oltre mille voti pur mantenendo il terzo consigliere.

Ci posizioniamo inoltre marcatamente a sinistra lasciando il campo libero per l'espansione dei partiti autonomisti diretti concorrenti nella nostra area (ALPE e UVP). Se guardiamo i primi 5 classificati nella lista del PD sinistra VDA, ci sono 4 rappresentanti (o ex rappresentanti) della CGIL e uno di Rifondazione Comunista. Tutte persone stimabilissime, ma l'area più centrista o moderata che dir si voglia sembra decisamente minoritaria in questo partito.
Ho il massimo rispetto per tutti i sindacati e della CGIL in particolare, ma credo che un partito debba mantenere una certa autonomia, anche di pensiero, dal sindacato. Se ci proponiamo come forza di governo dobbiamo saper dialogare con tutti, raccogliere le istanze che provengono dalla società civile e dai sindacati, ma non possiamo avere dei "tabou". La capacità di mediare tra le opposte istanze è l'essenza di un partito, e l'impressione che oggi il PD sia troppo schiacciato su posizione di una parte non è solo una sensazione.

Il PD (come peraltro sta facendo anche a livello nazionale) si stia chiudendo nel suo recinto e sta perdendo inesorabilmente consenso all'interno della società. Mentre io credo si debba aprire e debba cercare di contendere i voti al centro, verso l'ALPE e l'UVP che sono i nostri alleati ma anche i diretti concorrenti nella ricerca del voto, e perché no anche all'UV.

Infine due parole sul mio risultato personale.
Partendo insieme a tre amici, tutti a digiuno di politica (Souad BengouchachCamilla Mandatori e Nicolò Fracasso) e senza il sostegno del Partito abbiamo raccolto 458 preferenze arrivando ad una incollatura dal primo escluso (13 preferenze di scarto). Un risultato molto interessante per tutti e quattro che ci inorgoglisce e ci sprona a continuare e a fare meglio per il futuro, consapevoli che anche grazie ai nostri voti il PD ha mantenuto il 3° consigliere.

martedì 19 febbraio 2013

Perché è importante votare Jean-Pierre Guichardaz e Patrizia Morelli


Manca meno di una settimana alle elezioni per il rinnovo del Parlamento nazionale e sembra mancare la convinzione che, questa volta, la vittoria del centrosinistra è possibile, così com'è possibile dare al Paese un governo stabile che possa fare le riforme, uscire da questa crisi economica e dal ventennio berlusconiano.
Manca la convinzione che siamo davvero ad un passaggio storico decisivo.
Sebbene non pubblicabili, su internet si trovano diversi siti di informazione che ci fanno capire la tendenza del voto secondo i sondaggi più recenti. Tutti concordano su questi punti.


  1. Alla Camera dei Deputati, dove il premio di maggioranza viene assegnato al partito o coalizione che prende anche un solo voto in più del secondo/a, è in vantaggio Bersani e lo è di un margine tale (circa 5/6 punti percentuali) che consente di ritenere pressoché certa una sua vittoria;
  2. Al Senato della Repubblica, dove il premio di maggioranza viene assegnato su base regionale, lo scenario non è così in bilico come lo si vuole dipingere. Sulle 19 regioni italiane (tralasciamo un attimo la nostra) ben 15 sono accreditate al centrosinistra, una al centrodestra (Veneto) e tre in bilico (Lombardia, Sicilia e Campania). 
  3. In questi ultimi giorni di campagna elettorale però si sta delineando uno scenario abbastanza chiaro che vede il centrosinistra come unica coalizione in grado di vincere e di governare il Paese. Infatti non solo può conquistare le regioni in bilico, ma sembra che si riapra anche la partita in Veneto. In questa regione avanza inesorabilmente Grillo ai danni del centrodestra e della Lega in particolare con il risultato che Grillo potrebbe avvantaggiare il centrosinistra togliendo consensi a destra.
  4. Nella corsa alla Regione Lombardia sembra che il candidato del centrosinistra Ambrosoli ora sia in vantaggio anche se di un solo punto percentuale nei confronti di Maroni. Indicazione importante perché prima del black-out dei sondaggi la situazione era esattamente rovesciata e questo trend positivo può avere ricadute altrettanto positive anche per il Senato in questa regione.


Lo scenario che ho delineato sopra porta a ritenere che la coalizione di centrosinistra, guidata da Bersani, abbia tutte le carte in regola per giocarsi la vittoria, non solo alla Camera, ma anche e soprattutto al Senato con la prospettiva di dare un governo stabile al nostro Paese per i prossimi 5 anni.
E nella sfortunata ipotesi che il centrosinistra non abbia una chiara maggioranza al Senato difficilmente si potrà indicare un Presidente del Consiglio diverso da Bersani. Potrebbe un Monti o un qualsiasi altro candidato anche istituzionale governare un parlamento in cui il centrosinistra è maggioranza assoluta alla Camera e maggioranza relativa al Senato?

E qui in Valle d'Aosta?
Valgono alcune considerazioni molto semplici.

  1. L'accordo che i candidati della coalizione "per la Valle d'Aosta" Guichardaz e Morelli hanno sottoscritto con Bersani si sta rivelando la mossa vincente: appurato che il candidato premier del centrosinistra sarà molto probabilmente il prossimo Presidente del Consiglio, una delle prime mosse che i nostri candidati potranno fare è costituzionalizzare il principio dell'intesa per difendere, in futuro, la nostra autonomia. E saranno gli unici a poterlo fare!
  2. I candidati della maggioranza regionale si presenteranno a Roma (sempre se riusciranno ad essere eletti) senza nessun accordo, con un Parlamento in cui in un ramo ci sarà sicuramente una larga maggioranza tra PD e SEL e nell'altro ramo, se non ci sarà una chiara maggioranza di centrosinistra Bersani ha già chiarito che cercherà di convergere su alcune riforme fondamentali con Monti (che, ricordiamo, è accreditato di circa 30/35 senatori) creando così una maggioranza tale da rendere inutile una qualsiasi trattativa con un singolo senatore come avvenne nella legislatura 2006/2008. Ancora una volta, l'accordo firmato da Guichardaz e Morelli con Bersani in cui al primo posto è stato inserito il principio dell'intesa tornerà utile: nel caso in cui il centrosinistra debba stringere un accordo con Monti per poter governare, la nostra autonomia sarà salvaguardata proprio da quell'accordo. Non più un Monti come tecnico in emergenza e sostenuto da una maggioranza trasversale che approva norme anche in contrasto con il nostro Statuto, ma avremo un Presidente del Consiglio come Bersani che, grazie all'accordo, contratterà con i parlamentari valdostani le questioni che ci riguardano. Peraltro questo modo di rapportarsi con lo Stato è estraneo alla concezione dell'attuale maggioranza che, in questa legislatura, pur avendo espresso il Senatore Fosson ha trattato le questioni più importanti (es. l'accordo sul federalismo fiscale) direttamente tra il Presidente della Giunta e il Governo, scavalcando palesemente le funzioni dei parlamentari valdostani. 
  3. Ancora più inutile il voto al candidato dell'UVP, Laurent Viérin. Anch'egli, come i candidati espressi dalla maggioranza si presenta senza accordo con nessun candidato premier (peraltro aveva poca scelta essendosi Bersani già impegnato con Guichardaz e Morelli e avendo dichiarato Viérin che mai avrebbe sostenuto Berlusconi o Monti. Rimanevano solo Grillo e Ingroia....) ma a differenza dei primi si presenta pure da solo alla Camera. Utilità? nessuna. Scenario ipotetico 1: alla Camera vince Viérin e al Senato vince Lanièce. Risultato? alla Camera il nostro rappresentante è ininfluente sia perché a maggioranza di centrosinistra, sia perché non potrà vantare alcun accordo con Bersani. Al Senato pure, non potendo vantare alcun accordo e avendo un solo voto da far pesare il nostro rappresentante non verrebbe neppure preso in considerazione. Scenario ipotetico 2: Viérin vince alla Camera e Morelli vince al Senato. In questo caso avremmo comunque un candidato valdostano che può far valere l'accordo con Bersani (Morelli), ma sarà in ogni caso la coalizione "per la Valle d'Aosta" ad avere un rapporto chiaro e lineare con lo Stato per il tramite della Senatrice e del partito che qui in Valle rappresenta Bersani, cioé il PD.
  4. A cosa serve la candidatura dell'UVP? quale utilità potrà eventualmente avere per la Valle d'Aosta il suo candidato a Roma? Io credo che nell'eventualità che venga eletto non avrà alcun ruolo strategico nello scenario sopra descritto, risultando la candidatura utile solamente a contarsi in vista delle elezioni regionali
Non facciamoci quindi prendere dall'emotività. Dobbiamo essere coscienti delle difficoltà ma consapevoli che la vittoria è a portata di mano e che solo votando la lista "per la Valle d'Aosta" sia alla Camera sia al Senato possiamo contribuire anche noi valdostani alla vittoria del centrosinistra!


mercoledì 16 gennaio 2013

Cosa serve alla Valle d’Aosta


Inizia un anno molto importante per la nostra Regione. Tra poco più di un mese e mezzo si terranno le elezioni politiche e, entro la fine del prossimo mese di maggio,verrà rinnovato il Consiglio regionale.
Il risultato (anche inatteso) del recente referendum contro la costruzione del Pirogassificatore ha "rotto gli argini" e, il fermento che covava probabilmente da tempo sotto l'apparente immobilità della scena politica (complice anche una maggioranza che sembrava monolitica, sotto la guida di Augusto Rollandin), si stanno verificando degli spostamenti di equilibri che sembravano immutabili.
Le scosse di assestamento non si notano solo all'interno del partito di maggioranza relativa (con la nascitadi una nuova formazione), ma sembrano udirsi anche all'interno di ALPE e, ora della Fédération Autonomiste.

In questo scenario il PD della Valle d’Aosta sta portando avanti una linea politica molto chiara: partendo dalla storica vittoria di quel referendum e passando per lo straordinario successo delle primarie“Italia bene comune” sta cercando di costruire una solida alleanza di centrosinistra e autonomista da contrapporre all'attuale maggioranza regionale,non solo per le prossime scadenze elettorali (politiche e regionali) ma per dare una prospettiva di governo alla Valle d’Aosta.
Questa scelta, secondo me condivisibile, ha comportato la necessità di rinunciare (in questa fase) alle primarie per la scelta dei candidati alla carica di Senatore e Deputato perché più che una mera competizione sui nomi,oggi è importante costruire un progetto condiviso per il futuro. Un progetto chiaramente alternativo e di lungo respiro che non si limiti a “rattoppare un pantalone ormai consumato, ma che abbia il coraggio di cambiare vestito”.

Ecco perché la costruzione di una coalizione di centrosinistra autonomista è oggi uno degli obiettivi prioritari visto lo smottamento in atto nell'area autonomista e la necessità di dare una prospettiva diversa ai cittadini valdostani. L’obiettivo non è dunque solamente mandare due parlamentari a Roma, ma giocare una partita a tutto campo per governare la nostra regione nel prossimo decennio.

Se questo è l’obiettivo condiviso, il voto del 24 febbraio diventa determinante. La sottoscrizione di un accordo con la coalizione guidata da Pier Luigi Bersani, il recupero di una dignità istituzionale tra Regione e Stato con accordi chiari nel rispetto reciproco, la necessità di orientare la politica economica sia nazionale, sia regionale su scelte compatibili con la tutela ambientale e lo sviluppo di una economia sostenibile, la difesa del Welfare state e delle politiche sociali che la nostra società ha saputo costruire (soprattutto nella nostra regione) pur consapevoli che una riorganizzazione è necessaria, l’attenzione particolare verso un nuovo sistema di istruzione universitario che abbandoni il gigantismo e l'autarchia di questi anni e diventi invece un ponte verso il mondo del lavoro e, infine, l’abbandono di un sistema regione-centrico per abbracciare una sana economia di mercato con la creazione di un distretto insieme al canavese.

Questi i punti che, a mio modesto parere, dovrebbero costituire il cardine di un’Agenda per la Valle d’Aosta.

Ma questa prospettiva non potrà che attuarsi avendo ben presente due linee di indirizzo.
La crescita di una forza di centrosinistra laica, liberale, plurale, inclusiva, federalista, europeista che, perseguendo l'obiettivo dell'unità e della sintesi si ponga come interlocutore credibile (e non subalterno) con le forze autonomiste per lavorare ad una prospettiva di governo nei prossimi anni. In secondo luogo, questa rinascita valdostana non potrà che avvenire con un forte ricambio dell'attuale classe dirigente. Il tema della "rottamazione" è forse entrato definitivamente nell'attualità politica ed è questa una delle vittorie più significative di Matteo Renzi. Il PD, sia a livello locale sia a livello nazionale, sta perseguendo questa strada (anche se, talvolta, a fatica); ora tocca anche alle altre forze politiche fare un passo avanti in questa direzione e è bene non lascersi ingannare dai facili cambi di casacca o dai posizionamenti dell'ultimo minuto. 


lunedì 20 agosto 2012

Le ultime news da Rhemes


Siamo ormai giunti agli sgoccioli di questa stagione estiva e ci prepariamo ad un autunno che si preannuncia molto caldo. Non solo perché dovremo far fronte ai nuovi tagli imposti dalla c.d. "spending review" ma anche perché da noi in Valle d'Aosta si svolgeranno le elezioni comunali a Courmayeur (test sempre molto importante) e, salvo sorprese, il referendum propositivo volto ad impedire tecniche di smaltimento dei rifiuti "a caldo", quindi anche il c.d. "pirogassificatore" ipotizzato dalla regione.

Nel frattempo il Comune di Rhemes-Notre-Dame, dopo aver organizzato (anche grazie al prezioso contributo di associazioni locali e operatori turistici della zona a cui va un ringraziamento importante) un fitto calendario di eventi estivi, all'ultimo minuto è riuscito ad organizzare un nuovo evento per il prossimo 28 agosto, contattando il consigliere regionale della Lombardia e componente della Direzione nazionale del PD, Giuseppe "Pippo" Civati che ci presenterà il suo ultimo libro.

Infine, ma non meno importante, è in distribuzione in questi giorni l'ultimo numero (il terzo, per la precisione) dell'opuscoletto sulla "trasparenza amministrativa" del nostro Comune. Come potrete notare è stata rinnovata la veste grafica e si è deciso, anche per rispettare l'ambiente, di farlo stampare su carta riciclabile.

Buona lettura!

mercoledì 4 luglio 2012

Un nuovo modello di sviluppo


Se i tagli della spending review per le Regioni a Statuto Speciale sono questi per la Valle d'Aosta si prospettano minori risorse per circa 29 milioni di euro già sul 2012, circa 58 milioni di euro per il 2013 fino a salire a circa 87 milioni nel 2014. E poi i tagli alla sanità, le indicazioni sulla centralizzazione degli acquisti, il blocco delle assunzioni anche per gli enti locali fino ad arrivare agli obblighi di associazione per i comuni più piccoli (sotto i  3.000 abitanti nelle zone di montagna che da noi interessano quasi tutti i comuni).
Aggiungiamoci il taglio dei Giudici di Pace e dei Tribunali minori che comporterà una modifica sostanziale anche per quanto riguarda la giustizia, sia civile che penale, cui fino ad oggi eravamo abituati. Nel distretto della Corte di Appello di Torino, oltre al Tribunale di Aosta, ci sono altri 16 Tribunali sparsi nel piemonte, di cui 2 in particolare più vicini a noi: Ivrea e Biella. Non ho idea di come verranno riordinati ma qualche scompenso lo subiremo anche noi.
Ed ora la politica locale tornerà a lamentarsi dello Stato cattivo che nega l'autonomia alla nostra piccola regione e ci prevarica su diritti riconosciuti persino dallo Statuto speciale che è norma costituzionale, salvo scoprire che tutti i ricorsi alla Corte Costituzionale che la regione ha fatto dal 2010 ad oggi sono stati regolarmente bocciati. Risultato: le norme si applicano anche da noi, non perché i ministri sono brutti e cattivi ma semplicemente perché le norme vengono introdotte come coordinamento della finanza pubblica e, in quanto tali prevalgono anche per le regioni speciali.
Credo che ormai sia ampiamente finito il tempo dei piagnistei e occorra cambiare la mentalità e l'approccio politico a questa crisi.
L’attuale modello di sviluppo della nostra regione, basato esclusivamente sulla spesa pubblica – bisogna pur riconoscerlo – ha avuto un ruolo fondamentale per la crescita della Valle d’Aosta negli ultimi 30 anni. A partire dal riparto fiscale ottenuto alla fine degli anni '70 questo modello ha creato benessere e piena occupazione ma anche delle enormi storture che sono sotto gli occhi di tutti.

Questa crisi economica ci ha fatto capire molto bene come una società non possa crescere sui debiti, non possa vivere al di sopra delle proprie possibilità (se non per un breve periodo di tempo). Ed allora il sistema Valle d’Aosta va riformato, va reso sano, va creata economia e crescita. 
Diventa quindi indispensabile creare un nuovo modello di sviluppo valdostano che non si limiti - come si cerca maldestramente di fare oggi - a rattoppare un pantalone ormai vecchio e consumato, ma che abbia il coraggio di costruirsi un vestito nuovo – su misura – per un’autentica rinascita valdostana.

E' del tutto evidente che occorre studiare un nuovo modello di crescita ed equità per la nostra regione muovendosi lungo due binari: favorire l’ingresso dei privati in alcune società pubbliche al fine di recuperare fondi necessari per investire in un modello distrettuale.
Privatizzare oppure esternalizzare non può più essere considerato un tabù.
Mi riferisco in particolare alla CVA, al Casinò e ad alcune grandi stazioni sciistiche.
Quanto alla prima credo che una sua quotazione in borsa mantenendo una quota significativa in capo alla Regione (30 - 35%) consentirebbe alla società di crescere non solo in Italia ma anche all’estero (già oggi è una delle 10 società di produzione elettrica italiana) e l’ente pubblico manterrebbe un controllo strategico su scelte vitali (mantenimento della sede in valle, tutela dell’occupazione, ecc..).
Quanto alla seconda ritengo inutile spendere milioni di euro per ristrutturare il Casinò e dotarlo di strutture alberghiere di lusso facendo concorrenza all’unico settore privato (quello alberghiero appunto). Più logico sarebbe coinvolgere i capitali privati mediante una finanza di progetto con la quale chi vince la gara ristruttura il complesso (Casinò e alberghi) e lo gestisce per 20-30 per rientrare dell’investimento. Di vitale importanza anche il controllo sulla casa da gioco: perché non siglare un accordo con la Banca d'Italia e la sua filiale valdostana attribuendo ad essa il controllo? In fondo la casa da gioco raccoglie denaro esattamente come una banca... 
Infine, quanto ad alcuni impianti di risalita si dovrebbe continuare nella politica di aggregazione per macro aree e, ferma la proprietà pubblica delle infrastrutture, procedere ad una gestione privata dei comprensori che verrebbero così sgravati dai pesanti costi di manutenzione straordinari degli impianti. 
Tale politica di privatizzazione, studiata e governata (non improvvisata e confusa come quella messa in atto dalla Regione con i forestali) deve essere finalizzata al recupero di denaro da investire in una economia distrettuale. Il problema che dobbiamo porci è quale modello distrettuale – inteso come forma di organizzazione della produzione della piccola e media impresa, in cui il territorio svolge la funzione di infrastruttura di integrazione economica, istituzionale e cognitiva – si possa immaginare per il futuro della Valle d’Aosta? Io credo che ad un ovvio distretto turistico debba essere affiancato un distretto legato alla “green economy”, alle energie rinnovabili, alle soluzioni per l’efficienza energetica e a tutte quelle soluzioni di alta specializzazione in questo settore e/o comunque legati alla montagna.

Per raggiungere questo obiettivo strategico, però, è necessaria un’istruzione di eccellenza legata al territorio.
Negli ultimi vent’anni le due riforme più importanti dell’Università (l’introduzione dell’autonomia universitaria ed il modello 3+2) hanno prodotto una notevole espansione dell’offerta universitaria, alla quale ha contribuito in maniera determinante una domanda crescente di istruzione universitaria proveniente dai diplomati della scuola secondaria, così come la pressione degli enti locali, che consideravano motivo di prestigio avere l’università sotto casa. Ma l’aumento dell’offerta universitaria e il conseguente aumento di iscritti all’università non si è tradotto in un complessivo aumento di laureati, segno evidente che ancora oggi esistono troppi abbandoni e il modello 3+2 ha finito con il creare un livello di laurea, quello triennale, poco spendibile perché non ritenuta particolarmente formativa dalle imprese.
Sostanzialmente ciò che è avvenuto anche in Valle d’Aosta.
Mi domando: ha senso in un contesto di recessione, con tagli ingenti al bilancio pubblico investire oltre 100 milioni di euro per costruire un campus universitario senza sapere come riempirlo di contenuti e per circa 1.200 studenti, tanti quanti un qualsiasi liceo di una grande città?
Che senso ha mettere in piedi un'università che non potrà mai avere dimensioni tali da poter svolgere una vera ricerca?
Nell'ottica della creazione di un modello di sviluppo distrettuale non è forse più utile, per la Valle d’Aosta, investire in scuole di specializzazione che possano favorire l’apprendistato mediante uno stretto legame con le imprese sul territorio?
In chiaro: l'università oppure chiamiamola "scuola di specializzazione" insieme ad un numero di imprese localizzate sul territorio dovrebbe istituire un corso di laurea triennale di specializzazione tecnica. Lo studente lavoratore acquisirà metà dei crediti del corso in azienda e metà dei crediti in università. Sia le imprese che l’università metteranno a disposizione un tutor che seguirà il ragazzo in università e in azienda. Lo studente sarà formalmente impiegato presso l’impresa con un contratto di apprendistato della durata di tre anni, ma l’azienda non avrà alcun obbligo di assumere il giovane con un contratto unico di inserimento alla fine del triennio.
Per rimanere in tema, questo tipo di percorso didattico può facilmente essere intrapreso per le professioni turistiche, ma anche per le professioni legate alla montagna e alla tutela ambientale, oltre che per le professioni sanitarie. 
Ma ciò non basta!
E' necessario creare sinergia con i territori vicini del canavese e del biellese. Un territorio importante che ha bisogno di reinventarsi una politica industriale che non può che avvenire insieme, mediante un unico distretto integrato con la nostra bassa valle.
E' finito il tempo dell'autarchia: non possiamo più permetterci di costruire il nostro piccolo aeroporto, la nostra piccola università, la nostra piccola metropolitana... Forti delle competenze che abbiamo e delle risorse che ancora ci restano dobbiamo riconvertire la nostra economia in una economia di mercato.
Questo obiettivo, però, presuppone una nuova classe politica: fino ad oggi abbiamo visto solo idee vecchie e ormai superate.