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sabato 9 agosto 2014

E ora?


Venerdì 8 agosto è stato approvato in prima lettura al Senato il DDL costituzionale "Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V della seconda parte della Costituzione" con una maggioranza ampia sebbene non dei 2/3 (soglia che impone il referendum popolare se non viene raggiunta nella seconda votazione).
L'approvazione del disegno di legge di riforma costituzionale in prima lettura al Senato è solo la prima tappa di un percorso ancora lungo, ma si può dire che l'Italia ha fatto un primo importante passo verso l'Europa.
Le polemiche - spesso pretestuose - che hanno accompagnato l'iniziativa del governo non hanno permesso di valutare con serenità la portata delle innovazioni introdotte.
Viene superato il bicameralismo perfetto con una camera che si occuperà prevalentemente della legislazione ordinaria e del rapporto fiduciario con il governo, viene razionalizzato e velocizzato il processo legislativo con una serie di norme che limitano drasticamente i decreti legge (una delle storture più evidenti della nostra legislazioni con problemi applicativi di non poco conto) prevedendo invece una corsia preferenziale per l'approvazione dei provvedimenti governativi di attuazione del programma.
Viene modificato il referendum abrogativo (innalzando a 800.000 le firme richieste per proporlo) abbassato drasticamente però il quorum per la sua validità: non più il 50% degli aventi diritto, ma il 50% dei votanti alle elezioni politiche precedenti. In base ai dati delle ultime politiche vuol dire meno del 38%. Con questo quorum uno strumento di democrazia diretta che era diventato inservibile torna ad essere un'arma utile nelle mani dei cittadini. In più resta in piedi anche il vecchio referendum abrogativo, con le sue 500.000 firme e il suo quorum al 50%. A ciò si aggiunga che all'articolo 71 della Costituzione viene aggiunto un nuovo comma (art. 11, comma 1, lettera c del DDL) che prevede che "al fine di favorire la partecipazione dei cittadini alle determinazioni politiche pubbliche, la legge costituzionale stabilisce condizioni ed effetti di referendum propositivi e d'indirizzo, nonché di altre forme di consultazione, anche delle formazioni sociali. Con legge approvata da entrambe le Camere sono disposte le modalità di attuazione."

E noi in Valle d'Aosta conosciamo bene gli effetti che possono avere i referendum propositivi!!

In particolare il dibattito si è concentrato sull'elezione diretta ovvero indiretta dei futuri Senatori. Io personalmente condivido la scelta optata dal legislatore e faccio mie le parole del Presidente emerito della Corte Costituzionale, Valerio Onida:
"Per il Senato delle Regioni (o delle autonomie) la scelta non è tanto tra elezione diretta ed elezione indiretta o di secondo grado, ma fra rappresentanza diretta del corpo elettorale (sia pure suddiviso fra le Regioni) e rappresentanza delle Regioni come istituzioni territoriali, attraverso i titolari di organi delle stesse o attraverso “delegati” delle stesse (non a caso l’art. 83 Cost. prevede “delegati” delle Regioni che integrano il Parlamento in seduta comune per l’elezione del Presidente della Repubblica, peraltro senza che ciò di fatto abbia dato luogo ad una significativa rappresentanza regionale in tale sede). Si tratta di avere in Parlamento non solo la rappresentanza politica nazionale (Camera) ma anche la rappresentanza delle Regioni come enti a loro volta elettivi e quindi espressione di politiche regionali a loro volta democraticamente formate.
L’elezione diretta dei senatori (anche se collegata temporalmente con l’elezione degli organi regionali) comporta inevitabilmente la prevalenza della logica dei partiti e degli schieramenti politici nazionali, e mal giustifica la differenziazione di funzioni fra le due Camere, portatrici in definitiva della stessa legittimazione popolare. La rappresentanza istituzionale delle Regioni comporta invece la diretta presenza in Parlamento degli interessi e degli indirizzi politici regionali. Naturalmente anche questi indirizzi politici sono in definitiva mediati, localmente, dai partiti, ma una cosa è che il senatore si senta essenzialmente portatore dell’indirizzo politico nazionale del partito nelle cui liste è eletto, altra cosa che si senta portatore degli interessi della comunità regionale che costituisce la base elettorale della Regione di cui è esponente, come interpretati e mediati dalla istituzione regionale: interessi non necessariamente contrastanti con gli interessi nazionali interpretati in sede parlamentare dalla Camera, ma non necessariamente coincidenti con gli stessi, e quindi suscettibili di entrare in dialettica con essi ai fini di una equilibrata composizione (naturalmente in posizione “recessiva”, per la prevalenza della Camera espressiva degli interessi nazionali)."

Infine i rapporti tra Stato e Regioni che non sono confinati solo alla riforma del titolo V ma discendono anche nel nuovo Senato dove siederanno i rappresentanti delle autonomie locali e delle Regioni e non è affatto vero che avrà poteri "minori" rispetto alla Camera. Vero che il rapporto fiduciario con il governo viene attribuito solo alla Camera dei Deputati ma al Senato viene attribuita una funzione importantissima: "esercita la funzione di raccordo tra l'Unione Europea, lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica. Partecipa alle decisioni dirette alla formazione e all'attuazione degli atti normativi e delle politiche dell'Unione europea e ne valuta l'impatto."
La camera alta, come in moltissime democrazie europee, diventa il motore per la europeizzazione del nostro Paese, partecipando attivamente a quella fase ascendente della legislazione europea che diventerà sempre più strategica per la vita normale delle persone visto che già oggi oltre il 70% della legislazione italiana (e quindi anche valdostana) è fatta direttamente o indirettamente da norme di derivazione europea.

La riforma del titolo V che pure presenta profili di inevitabile accentramento su materie peraltro a valenza chiaramente sovraregionale, va letta non da sola ma alla luce della trasformazione del Senato in luogo di rappresentanza delle autonomie, in luogo di prevenzione del contenzioso costituzionale (questo si, vero freno all'economia) e della clausola inserita nel DDL che esclude l'applicabilità del titolo V (e della tanto temuta clausola di supremazia) alle regioni a statuto speciale fino all'adeguamento dei rispettivi statuti sulla base di specifiche intese.
Non sarà la costituzionalizzazione del "principio dell'intesa" come qualcuno avrebbe voluto ma la norma (che peraltro non pone un limite temporale all'adeguamento, basti ricordare che già la riforma costituzionale del 2001 prevedeva il principio dell'adeguamento rimasto però sino ad oggi lettera morta) ha una valenza strategica che ci consente finalmente di aprire un dibattito serio e maturo sul nostro statuto speciale di autonomia.

Credo che la Valle d'Aosta dovrebbe cogliere al volo quest'occasione (anche perché in settant'anni lo statuto non si è mai seriamente riformato) per aprire un dibattito sulla nostra autonomia alla luce delle modifiche costituzionali in essere e alla partecipazione sempre più stretta all'Unione Europea. Un dibattito che coinvolga tutte le forze politiche e che, partendo dalle migliori elaborazioni di riforma statutaria, apra un serio dibattito che veda protagonista la Valle d'Aosta del domani.
Un progetto di riforma del nostro Statuto speciale rispettoso delle nostre competenze acquisiste e che possa valorizzare al meglio la nostra tradizione autonomista, per esempio riprendendo il dibattito sulla zona franca che va contestualizzato e letto alla luce delle norme europee.

La domanda quindi non è quanto è brutto e centralizzatore questo Stato, ma più semplicemente siamo in grado noi di elaborare una proposta politica innovativa sull'autonomia valdostana e contrattarla con lo Stato per un nuovo Statuto speciale? Riuscirà questo Consiglio regionale particolarmente litigioso e diviso a sedersi introno ad un tavolo per elaborare una riforma di tale portata se l'unica riforma approvata in un anno e mezzo attiene agli enti enti locali valdostani e certo, pur rappresentando un passo avanti, non è una rivoluzione rispetto all'assetto esistente?

Il Partito Democratico della Valle d'Aosta è pronto a giocare la sua parte e a portare il suo contributo di idee a cominciare da settembre quando l'On. Gianclaudio Bressa, sottosegretario di Stato agli Affari Regionali, sarà in Valle per parlare della riforma del titolo V e delle autonomie speciali.

domenica 26 gennaio 2014

Per una nuova Valle d'Aosta - #perunanuovaVDA


MOZIONE CONGRESSUALE: PER UNA NUOVA VALLE D’AOSTA. 
Candidato alla Segreteria regionale: Fulvio Centoz

Non si può più, in nessun campo, sottrarsi al dovere della proposta, alla ricerca della soluzione praticabile, alla decisione netta e tempestiva per le riforme di cui hanno bisogno improrogabile per sopravvivere e progredire la democrazia e la società italiana.” 
Giorgio Napolitano


La situazione politica attuale in Italia.
La necessità di elaborare un pensiero utile al dibattito sul futuro del nostro partito non può che partire dall’esame della situazione politica che stiamo vivendo.
La sconfitta alle elezioni politiche del febbraio 2013 è stata netta e particolarmente pesante. Infatti, rispetto alle elezioni del 2008, abbiamo perso oltre 3 milioni di voti (per la precisione 3.435.958, che significa una contrazione del 28,4%). La sconfitta è stata ancor più grave se si pensa che i nostri competitori diretti, quelli che avremmo dovuto sconfiggere, hanno perso a loro volta voti consistenti: il PDL ha perso oltre 6 milioni di voti (per la precisione 6.296.744 con una contrazione del 46%) e la Lega Nord oltre 1,5 milioni di voti (per la precisione 1.631.982 con una riduzione rispetto al 2008 del 54%).
I dati dimostrano come la mobilità elettorale sia stata massiccia e abbia colpito pesantemente i due partiti maggiori (PD e PDL, quasi 10 milioni di voti) per riversarsi, prevalentemente, su una nuova formazione politica, il Movimento 5 Stelle.
Queste elezioni ci hanno consegnano un quadro sostanzialmente tripolare e completamente diverso dallo schema bipolare della c.d. “Seconda Repubblica”. Rispetto al 1994 (anche allora furono elezioni particolarmente importanti per uscire dalla c.d. “Prima Repubblica”) la situazione è però molto meno frammentata.
Le linee di frattura nella società non sembrano più essere quelle classiche (destra/sinistra – centro/periferia – capitale/lavoro); la forte crescita del M5S sembra ora posizionare la frattura sociale tra “casta/cittadini”, sancendo un discrimine profondo tra chi fa politica nei palazzi e il cittadino medio che fatica ad arrivare a fine mese.
I successivi tentativi di formare un Governo Bersani, l’umiliazione subita dallo stesso ad opera del Movimento 5 Stelle, l’incapacità di eleggere un vero e proprio Presidente della Repubblica di garanzia, le rovinose votazioni concernenti Franco Marini e, soprattutto, Romano Prodi, l’approdo infine al secondo mandato presidenziale di Napolitano hanno fatto emergere l’incapacità di quella classe politica, protagonista e parte in causa del lento processo di declino che l’Italia sta attraversando da ormai un ventennio.
Mi sembra di poter affermare che solo a seguito dell’elezione a Segretario Nazionale di Matteo Renzi il PD ha ritrovato la sua vocazione maggioritaria e una nuova spinta propulsiva. Il forte mandato popolare ricevuto in occasione delle ultime primarie ha attribuito al neo Segretario una forte legittimazione, sia dentro sia fuori dal partito, e spostato il baricentro del più grande partito italiano verso una politica più riformista e liberal-democratica.
L’accelerazione impressa da Renzi in quest’ultimo periodo sulla legge elettorale, sulle riforme costituzionali e sui costi della politica sembra poter dare una svolta molto significativa al nostro Paese.

La situazione politica in Valle d’Aosta.
Si è già detto e analizzato molto riguardo al voto delle elezioni regionali dello scorso maggio, ma forse conviene ancora una volta ripartire da lì.
Lo scenario politico regionale è indubbiamente mutato: non esiste più un movimento egemone sulla scena politica come lo è stata l’Union Valdôtaine fino ad ora.
Se ripercorriamo un po’ la storia degli ultimi 20 anni della politica valdostana, notiamo che nel 1993 il Leone Rampante ottenne 13 consiglieri in un Consiglio regionale dove la presenza dei partiti regionalisti era pari circa al 60% (21 su 35); progressivamente la sua forza è cresciuta, ottenendo, a partire dal 1998, sempre 17/18 seggi, fino alla penultima legislatura, quando ha raggiunto la soglia altissima dell’85% (30 consiglieri su 35). L’UV si è configurata così come il movimento-perno attorno a cui ha ruotato tutta la politica regionale valdostana in questo ventennio.
La crescita esponenziale dei partiti autonomisti è un elemento che va studiato attentamente se non vogliamo far passare l’idea che un partito nazionale, federale ed europeo come il PD non è necessario in una Regione Autonoma come la nostra.
Alle ultime elezioni regionali si sono presentate due coalizioni che avrebbero potuto ragionevolmente aspirare alla vittoria: da una parte la maggioranza uscente composta da UV,  SA e FA e dall’altra la coalizione Autonomista, Democratica e Progressista rappresentata dalla neonata UVP, dall’ALPE e dalla lista comprendente il PD e le altre forze di sinistra oltre ad alcuni rappresentanti della società civile (lista PD -Sinistra VdA). Hanno corso invece da soli il M5S, coerentemente con la linea politica seguita in tutt’Italia, il PdL e una nuova formazione di Centrodestra che si richiamava ai valori liberali, denominata LeALI.
Per poche centinaia di voti la coalizione Autonomista Democratica e Progressista non è riuscita ad andare al ballottaggio.
Il risultato complessivo vede formarsi anche in Consiglio Regionale due poli lungo la frattura Destra/Sinistra che si contendono la guida della Regione, ma lo scenario è drasticamente cambiato:
1. FA e il PdL non riescono a superare il quorum (come la neonata LeALI) e la maggioranza uscente è oggi composta solamente da UV e SA;
2. L’UVP, formazione nata solamente 6 mesi prima delle elezioni, ottiene un risultato straordinario partendo da zero;
3. L’ALPE arretra rispetto a cinque anni prima non riuscendo ad ottenere neppure i voti che allora presero Valle d’Aoste Vive e Renouveau Valdôtain messi assieme (ai quali andrebbero aggiunti anche parte dei voti dell’Arcobaleno, tutti confluiti in ALPE) ma mantiene i 5 consiglieri;
4. Il PD perde voti rispetto al 2008. Cinque anni fa, la sola lista del PD prese 6.840 voti; cinque anni dopo la lista PD- Sinistra VDA ottiene 6.401 voti. Sembrano solamente 439 voti in meno; tuttavia, dal momento che nelle ultime elezioni all’interno della lista sono presenti anche altre forze politiche (da cui l’esigenza di modificare il nome alla lista) come Rifondazione Comunista, Italia dei Valori, Centro Democratico, Socialisti e Associazione Loris Fortuna, i voti persi dal PD nell’arco di un quinquennio sono ben maggiori, quantificabili in circa un migliaio.
Oggi il Consiglio Regionale si presenta diviso praticamente a metà, con 18 consiglieri di maggioranza, sempre in bilico e a rischio ad ogni votazione, e 17 consiglieri di minoranza, dal momento che anche i due eletti del Movimento 5 Stelle si coordinano e lavorano con l’Alleanza Autonomista Democratica e Progressista. Si tratta di un quadro politico al momento ingessato e che non sembra in grado di dare quelle risposte alla società valdostana che essa si attende, soprattutto perché comincia a sentire anch’essa i pesanti effetti della crisi economica.
Occorre quindi anche in Valle d’Aosta un Partito Democratico che sappia cogliere appieno i mutamenti della società e li possa tradurre in indirizzi strategici per i prossimi 20/30 anni.
Occorre un partito di Centrosinistra che sia motore del cambiamento e che sappia riformare il “sistema Valle d’Aosta”, che necessita ormai di una nuova forza propulsiva per uscire dall’impasse e dal difficile momento che stiamo vivendo.
Occorre infine un partito di governo, un partito riformista che non abbia paura di affrontare anche i temi più difficili, che abbia il coraggio di prendere decisioni che possano aiutare davvero i cittadini a far fronte ai problemi più ingenti, e al tempo stesso contribuisca ad attirare a sé anche i voti finora confluiti nei partiti autonomisti.
Nel quadro dell’attuale alleanza Autonomista, Democratica e Progressista (e cioè Union Valdôtaine Progressiste, ALPE e PD Sinistra VDA), il nostro partito deve dunque ritrovare una centralità e mostrare la sua capacità di governo per contribuire a costruire una valida alternativa alla maggioranza che governa ora.

Il Partito nel XXI secolo. Cos’è il PD oggi e cosa potrebbe diventare.
In una società in movimento come quella attuale e nel mezzo di una delle più grandi crisi economiche che l’Occidente abbia mai conosciuto, è importante fare una riflessione sui partiti politici.
Di particolare interesse, a mio parere, è un libro uscito recentemente per Einaudi Editore (2013), Finale di partito, scritto da Marco Revelli. L’autore analizza acutamente la crisi dei tradizionali partiti politici, crisi conclamata che rischia di contagiare le stesse istituzioni democratiche. Secondo i più recenti sondaggi, meno del 5% degli Italiani ha fiducia nei partiti politici, poco più del 10% nel Parlamento. Particolarmente evidente in Italia, il fenomeno è tuttavia generale: ovunque i “contenitori politici” novecenteschi stentano a conservare il consenso, e ovunque cresce un senso di fastidio verso quella che viene considerata una “oligarchia”, separata dal proprio popolo e portatrice di privilegi ingiustificati.
Revelli costruisce un interessante parallelo tra due fenomeni avvenuti in congiunture temporali diverse: l’esplosione dei partiti novecenteschi da una parte e il superamento dell’organizzazione produttiva “fordista” massificata e l’affermarsi di nuove forme organizzative leggere dall’altra (questa lettura della crisi dei partiti di massa come li abbiamo conosciuti fino ad oggi è tra l’altro simile anche  alle recenti riflessioni fatte da Fabrizio Barca all’interno del partito).
L’analisi citata porta anche l’attenzione, in maniera a mio parere del tutto condivisibile, sull’organizzazione dei modelli partitici, strutturati come una pubblica amministrazione, organizzati secondo gerarchie (non sempre condivisibili) e secondo una struttura che ricalca ampiamente la suddivisione per temi propria delle amministrazioni (i forum o i dipartimenti che si occupano dei vari settori non sono nient’altro che la ripartizione dei vari settori della Pubblica amministrazione). In tale quadro, il sistema di finanziamento pubblico, peraltro particolarmente generoso, ha finito con l’accrescere, anche oltre il necessario, questa macchina politica che si alimenta di finanziamenti pubblici e occupa tutto, con una ramificazione ed una estensione senza precedenti.
Ora, a partire da queste considerazioni, si possono fare alcune riflessioni.
Intanto, dal momento che il PD è un partito federale, occorre partire dal presupposto che la struttura ed il funzionamento del partito nazionale non necessariamente devono coincidere con quello locale. Si possono pensare per i livelli locali dove i numeri spesso sono assai più contenuti, strutture più leggere e più snelle. Allo stesso tempo però il nostro partito deve mantenere un respiro nazionale ed europeo e deve poter dialogare alla pari con gli organismi dirigenziali nazionali.
Urge, per esempio, istituire una Conferenza dei Segretari Regionali, come momento di confronto e dibattito sullo stato del regionalismo e sulle proposte per riformarlo. Sempre in questa direzione diventa, a mio parere, strategico un raccordo stretto con i Segretari Regionali del PD delle altre Regioni e Province autonome per condurre battaglie comuni sui temi dell'autonomia. La grande trazione di Sinistra in Italia ha sicuramente molto da dire e da raccontare su questa materia, essa può contribuire in maniera significativa al ripensamento di un autonomismo che non sia puramente assistenziale ma che sia inclusivo, che, nel mantenimento delle differenze, non si chiuda in un becero micronazionalismo, ma sappia guardare all'Europa come luogo di intreccio di culture che hanno saputo, negli ultimi decenni, progredire nella pace.
Su un altro versante, il partito che vorrei promuove il dibattito e la crescita dei circoli territoriali avendo però anche cura di rivedere l’organizzazione attuale, sia per renderla più funzionale, sia per incentivare nuove forme di aggregazione lungo tutta la Valle. Un aiuto importante potrà venire anche dalle nuove tecnologie, dalle forme di partecipazione virtuale, dai social networks, dalle piattaforme come Liqueed Feedback che non possono in alcun modo sostituire il contatto umano, ma che possono essere importanti risorse nell’organizzazione di un partito che vuole essere presente sul territorio avendo cura di limitare le spese.
Il taglio ai costi della politica ci obbligherà sia a rivedere l’organizzazione interna sia a ripensare alle nostre forme di comunicazione politica ed in primis alla storica testata “Le Travail”, che deve poter continuare a svolgere la sua fondamentale funzione di divulgazione e informazione agli aderenti e simpatizzanti.
Un ruolo strategico dovrà averlo Aosta, non solo perché capitale della nostra Regione ma perché luogo di forte tradizione di sinistra in cui il PD può e deve giocare un ruolo importante, anche in vista delle prossime scadenze elettorali.
Spero dunque in un partito snello, attento ai costi, presente sul territorio nelle istituzioni e vicino alla gente, un partito inclusivo e aperto alla società civile; sogno un partito coraggioso sulle riforme da affrontare, un partito con l'ambizione di governo che non ha paura di sostenere posizioni anche impopolari e difficili perché il momento storico richiede questa capacità di mettersi in gioco fino in fondo, soprattutto per le generazioni che verranno dopo di noi.
Il Partito democratico che vorrei per una nuova Valle d'Aosta avrà cura di sviluppare alcuni temi che io ritengo fondamentali e che vado ora ad analizzare in dettaglio. 

1. Il lavoro, lo sviluppo economico e un nuovo modello Valle d’Aosta.
La recessione che ha colpito l’Occidente dal 2007 sta mostrando solo adesso in Valle d’Aosta i segni evidenti di una crisi che per noi, più che altrove, è una crisi di sistema.
Se il modello di sviluppo che abbiamo conosciuto negli ultimi trent’anni si è basato quasi esclusivamente sulla spesa pubblica (dalle assunzioni dirette o indirette nelle partecipate, ai contributi, alle più svariate attività economiche), esso ci ha comunque permesso di crescere e di ottenere un livello di benessere elevato. 
In questi ultimi 3 anni questo modello è entrato irrimediabilmente in crisi e non sarà più replicabile in futuro.
Occorre quindi reinventare un modello economico per la nostra Regione ed immaginare una crescita che possa derivare dalla creazione di imprese che offrano uno sbocco lavorativo alle future generazioni. E’ del tutto evidente che un sistema basato sulla spesa pubblica, oltre ad essere fonte di inefficienze e di clientelismi, ha finito per diventare un sistema chiuso e autarchico, in cui si è creduto di bastare a sé stessi. 
Occorre quindi invertire la rotta, ma non basta.
Intanto, va ricordato che il capitale umano è di fondamentale importanza. Serve quindi innovare il sistema della formazione professionale favorendo la valorizzazione e la certificazione delle competenze al fine di creare un sistema di riconoscimento formale di crediti finalizzati all’acquisizione di certificazioni riconosciute a livello europeo. Parallelamente occorre predisporre un piano per favorire l’inserimento dei giovani nel mondo del Lavoro sia come avvio al primo lavoro sia come sostegno a chi vuole avviare un’impresa, un laboratorio artigianale, o  un’attività commerciale.
Inoltre, secondo il mio modesto parere, è necessario investire per creare un modello distrettuale, inteso come forma di organizzazione della produzione della piccola e media impresa, in cui il territorio svolge la funzione di infrastruttura di integrazione economica, istituzionale e cognitiva. In tal direzione, la Regione dovrebbe gradualmente uscire da molti settori che non le competono e favorire l’ingresso di privati, mentre dovrebbe concentrarsi nell’organizzare e regolamentare (in omaggio alla natura delle Regioni quali enti di programmazione), insieme con il vicino Canavese, un sistema distrettuale che possa, per esempio, gradualmente rimpiazzare l’indotto dell’auto, ormai pesantemente ridotto rispetto al peso che aveva negli anni ’80 e ’90 nell’area del nord-ovest.  Il problema che dobbiamo porci è quale modello distrettuale si può immaginare per il futuro della Valle d’Aosta. Ad un ovvio distretto turistico si potrebbe aggiungere un distretto legato alla green economy, alle energie rinnovabili, alle soluzioni per l’efficienza energetica e a tutte quelle forme di alta specializzazione tipiche di questo settore e/o comunque legati alla montagna. Per tutto ciò, è necessario creare una forte sinergia con il territorio del vicino Canavese, zona che ha bisogno anch’essa di reinventare una politica industriale: creare un unico distretto integrato con la nostra Bassa Valle permetterebbe sia alla Valle d’Aosta che all’Alto Piemonte di costituirsi in sistema con tutti i vantaggi che ne derivano.

2. Le riforme istituzionali.
Ripensare la nostra autonomia diventa fondamentale poiché, da un lato, il bilancio regionale ha subito negli ultimi anni tagli notevoli che impongono delle scelte drastiche e, dall’altro, la normativa europea, sempre più invasiva, ci pone all’interno di un mercato unico nel quale spesso fatichiamo a trovare la nostra dimensione.
Diventa allora fondamentale ridiscutere gli accordi sul Federalismo fiscale, firmati a suo tempo con il Governo Berlusconi, per impostare con chiarezza i rapporti tra Stato e Regione, perseguendo quel principio dell’intesa che meglio potrebbe tutelare le nostre prerogative.
Allo stesso tempo, diventa improrogabile ridefinire l’assetto istituzionale della nostra Regione e dei nostri Enti locali.
Quanto al primo, di primaria importanza è la modifica della legge elettorale che ha mostrato tutti i suoi limiti alle ultime elezioni regionali. Solamente la Regione Valle d’Aosta e la Provincia Autonoma di Bolzano hanno una forma di governo “parlamentare” avendo ormai optato tutte le altre Regioni e tutti gli Enti locali (ivi comprese le province) per un sistema di tipo “presidenziale” con l'elezione diretta del capo dell’esecutivo (Sindaco, Presidente di Regione, Presidente di Provincia).
Anche nella nostra piccola Regione si impone dunque una scelta. E poiché abbracciare un sistema piuttosto che un altro non è privo di conseguenze, il PD non ha remore a sedersi attorno ad un tavolo per discutere di riforme che vadano nella direzione di un sistema maggioritario e bipolare. Se le opzioni possono infatti essere molteplici, resta primario l’obiettivo di introdurre un vero e proprio sistema maggioritario, di trovare un meccanismo che consenta a coloro che hanno vinto le elezioni di governare e di limitare il controllo del voto che una piccola realtà come la nostra e le tre preferenze favoriscono.
Senza stravolgere la nostra istituzione, credo che l’attuale meccanismo della c.d. “sfiducia costruttiva” (ossia il principio secondo cui per presentare una mozione di sfiducia è necessaria, contestualmente, la presentazione di un programma e di un governo alternativo) potrebbe accompagnarsi tanto con una legge maggioritaria come il doppio turno di collegio quanto con un sistema proporzionale con premio di maggioranza che sia però più chiaro del sistema attuale (per esempio, il premio dovrebbe andare alla lista o coalizione che raggiunge il 40% dei voti, valutando l’opportunità del ballottaggio, con una sola preferenza, oppure con la doppia preferenza di genere).
Per quanto riguarda invece i comuni, la loro riforma è sul tappeto e non può più essere rinviata.
La bozza elaborata dal CELVA nel luglio del 2013 presenta, a mio avviso, un punto di grande debolezza: i livelli di governo della nostra Regione rimangono tre mentre in una Regione di 120 mila abitanti potrebbero essere più che sufficienti due livelli di governo, il comune e la Regione. Tale impostazione, però, presuppone dei comuni più grandi e più strutturati, che possano garantire una serie di funzioni e servizi, mentre i servizi che necessitano di una dimensione più vasta dovrebbero necessariamente essere gestiti a livello regionale.
Il principio dovrebbe essere quello di diventare grandi per contare di più, sulla scia di quanto sta avvenendo nella vicina Svizzera.
Prendendo in considerazione la conformazione della nostra Regione, che vede, normalmente,  più comuni di modeste dimensioni dislocati lungo le vallate laterali e uno o più comuni di dimensioni maggiori all'imbocco delle stesse, le nuove aggregazioni comunali potrebbero gestire in forma associata le funzioni comunali individuando come ambito ottimale per le funzioni l’intera vallata.
Per la c.d. Plaine, cioè Aosta e i comuni limitrofi, il discorso invece è, a mio parere, un po’ diverso: dovremmo cominciare a immaginarli come parte di un unico agglomerato urbano che ha sue esigenze proprie e problematiche specifiche.
Nel corso degli ultimi anni, il ruolo dell’agglomerato ha conquistato un’importanza maggiore all’interno dell’organizzazione degli Stati moderni. Tanto le piccole quanto le grandi zone urbane rivestono infatti una particolare importanza quali promotori della vita economica del Paese. Un esempio in tal senso è quello di Lugano, in Svizzera, che nel 2002 ha aggregato a sé diversi comuni limitrofi aumentando del doppio il suo territorio comunale e di 1/3 la propria popolazione. Questo processo è servito per dare respiro al territorio urbano e consentire a Lugano di trovare nuove aree edificabili in cui potersi estendere, mentre ha offerto ai comuni limitrofi, talvolta di grande estensione territoriale e poco popolati, la possibilità di ridurre le spese e di coordinarsi con piani regolatori più adeguati.
Infine, la necessaria riforma della finanza degli Enti locali non potrà che prevedere, al fine di incentivare le varie forme aggregative (convenzioni, associazioni o fusioni), dei trasferimenti aggiuntivi per quegli enti che, una volta definito il quadro generale, vogliano spingersi oltre le semplici convenzioni, e vogliano magari mettere in piedi delle unioni di comuni oppure  intraprendere la strada della fusione: strade, queste ultime, che devono essere intraprese dopo una consultazione con i cittadini e che devono essere frutto di una libera adesione.

3. La scuola e l’istruzione.
La scuola e l’istruzione rappresentano la chiave fondamentale per uscire da questa lunga recessione economica. Il ripensamento di alcune prassi e di alcune scelte è d’obbligo nell’ottica di una razionalizzazione dei costi, del miglioramento delle pratiche pedagogiche e dell’attenzione a coloro che si operano perché i nostri figli possano avere un futuro migliore, ossia il personale scolastico.  
I pesanti tagli che la nostra Regione ha subito ci obbligano, a mio parere, ad iniziare a ripensare alla struttura del nostro sistema scolastico,  che ha sempre cercato di valorizzare le piccole scuole di montagna.
Mi rendo conto che sarebbe un passaggio cruciale, che potrebbe creare malumori e polemiche, tuttavia credo sia giunto il tempo, come dicevamo all’inizio, di porre sul piatto anche questa questione così spinosa.
Durante la mia esperienza come sindaco di Rhêmes-Notre-Dame, ho molto riflettuto sui costi/benefici di tali tipologie di scuola con pochi alunni e piuttosto isolate.  Senza entrare in dettagli ed esempi che ci porterebbero via troppo tempo, si pongono alla nostra attenzione alcune questioni fondamentali.
La prima è economica e concerne i costi, che, considerata la congiuntura storica in cui ci troviamo a vivere, stanno diventando sempre più insostenibili. La seconda questione è di tipo didattico-pedagogico: siamo sicuri che queste scuole siano la forma più idonea ad assicurare la crescita e lo sviluppo psico-fisico dei nostri figli? La pluriclasse è la forma più idonea alla crescita di questi bambini? Credo che la letteratura in merito sia quanto meno controversa.
Certo, non si può negare che la soppressione di tali sedi costituirebbe un problema per i residenti nonché una delle concause del cosiddetto spopolamento della montagna (fermo restando che il primo fattore che favorisce il ripopolamento resta comunque il lavoro, le possibilità di impiego che hanno da offrire tali zone di montagna).
Senza dunque rinnegare il nostro passato, io credo sia urgente procedere ad una riorganizzazione del sistema, mantenendo importanti presidi scolastici sul territorio, ma accorpando e razionalizzando alcune sedi scolastiche, magari seguendo l’impostazione di riforma degli Enti locali. E’ del tutto evidente che una riorganizzazione così complessa e difficoltosa che tocca direttamente molteplici interessi primari (degli alunni e dei genitori, degli insegnanti e del personale scolastico tutto, ma anche degli enti coinvolti che devono organizzare il trasporto pubblico locale, motore primario di questa riforma) non potrà che avvenire in seguito ad un adeguato dibattito in cui  possano venire alla luce le soluzioni più opportune, con la partecipazione attiva di tutti i membri coinvolti.
Altra questione assai spinosa su cui, a mio parere, è necessario riflettere è quella del sistema contrattuale della scuola.  
Credo che sia giunto il tempo in cui anche noi ci interroghiamo se non sia piuttosto necessario fare un percorso insieme anche a tutte le organizzazioni sindacali (anche con quelle che si sono espresse in maniera diversa sulla questione) per discutere dell’eventuale regionalizzazione del contratto degli insegnanti, nonché dell’introduzione di un idoneo sistema di valutazione dei docenti basato anche su parametri di merito, finora del tutto assenti.

4. L’Università.
Negli ultimi vent’anni le due riforme più importanti dell’Università (l’introduzione dell’autonomia universitaria e del “modello 3+2”) hanno prodotto una notevole espansione dell’offerta, alla quale hanno contribuito in maniera determinante una domanda crescente di istruzione universitaria proveniente dai diplomati della scuola secondaria e contemporaneamente la pressione degli enti locali che consideravano motivo di prestigio avere l’università sotto casa. Tuttavia, l’aumento dell’offerta universitaria e il conseguente aumento di iscritti all’università non si è tradotto in un complessivo aumento di laureati, segno evidente che ancora oggi esistono troppi abbandoni e che il “modello 3+2” ha finito con il creare un livello di laurea, quello triennale, poco spendibile perché non ritenuto particolarmente formativo dalle imprese.
Anche in Valle d’Aosta dunque, dove la questione dell’università è in via di sviluppo, è necessario riflettere su alcuni punti.
Al di là delle diatribe sul campus universitario e sulle facoltà che in esso dovrebbero trovare posto e degli interrogativi sull’opportunità di ampliare un’offerta formativa in un contesto come il nostro dove il numero degli iscritti è assai ridotto, bisognerebbe, a mio parere, puntare sulla formazione specialistica finalizzata all’apprendimento di un mestiere, come già avvenuto in altre Regioni italiane.
Si tratta di investire sugli Istituti Tecnici Superiori (ITS) che sono "scuole ad alta specializzazione tecnologica", nate per rispondere alla domanda delle imprese che necessitano di nuove ed elevate competenze tecniche e tecnologiche. Esse formano tecnici superiori nelle aree tecnologiche strategiche per lo sviluppo economico e la competitività  e costituiscono il segmento di formazione terziaria non universitaria.
Tali "scuole di specializzazione" in collaborazione con un numero di imprese localizzate sul territorio organizzano un corso di laurea triennale di specializzazione tecnica. Lo studente lavoratore acquisisce metà dei crediti del corso in azienda e metà dei crediti in università. Sia le imprese sia l’università mettono a disposizione un tutor che segue il ragazzo in università e in azienda. Lo studente è formalmente impiegato presso l’impresa con un contratto di apprendistato della durata di tre anni, ma l’azienda non ha alcun obbligo di assumere il giovane con un contratto unico di inserimento alla fine del triennio.
In Valle, tale tipo di percorso didattico potrebbe facilmente essere intrapreso per le professioni turistiche, per le professioni legate alla montagna e alla tutela ambientale, oltre che per le professioni sanitarie. Si tratta dunque di ripensare il sistema universitario valdostano per orientarlo ad una o più specializzazioni tecniche finalizzate a creare giovani preparati e già inseriti nel mondo del lavoro.
Al tempo stesso per gli studenti migliori occorre, a mio parere, prevedere delle borse di studio perché i nostri talenti migliori possano andare anche all’estero, nelle migliori Università, magari vincolando le agevolazioni alla necessità di rientrare al termine degli studi, per spendere le conoscenze acquisite sul nostro territorio.

5. La sanità e il welfare.
Questo è il capitolo più sostanzioso, in termini di bilancio, di tutte le regioni e lo è anche per la nostra piccola realtà.
L’obiettivo strategico non può che essere quello di dotare la nuova Valle d’Aosta di un unico presidio ospedaliero, moderno, affidabile e funzionale ad una realtà di montagna come la nostra.
Non è più accettabile rinviare o tergiversare sull’unica grande opera di cui la nostra Regione ha davvero bisogno. Occorre rivedere i costi avendo cura di eliminare il superfluo, definire una tempistica certa e attuabile e programmare l’investimento.
Parallelamente occorre rivedere il sistema di welfare valdostano: è necessario mantenere una sua diffusione quanto più capillare possibile sul territorio ma rivalutarne le modalità di gestione, perché bisogna al tempo stesso garantire servizi necessari ed importanti e far quadrare i bilanci delle amministrazioni, purtroppo sempre più scarni.
Per fare un esempio, si impone la necessità di rivedere le modalità di gestione delle nostre micro-comunità per anziani e i servizi di assistenza anziani domiciliari: bisognerebbe trasferire la loro titolarità in capo alla Regione per una gestione unitaria e più uniforme su tutto il territorio, prevedere una differenziazione ed una specializzazione delle varie strutture, valutando anche l’eventuale chiusura o la trasformazione di quelle più piccole e dunque più antieconomiche e/o possibili forme di esternalizzazione della gestione.
In particolare, a mio avviso, dovrebbero rimanere sotto la diretta gestione dell’Ente pubblico quelle strutture che accolgono i pazienti meno autosufficienti e più bisognosi di personale infermieristico (strutture, quindi, semi-ospedaliere), mentre i servizi per gli anziani più autosufficienti e l’assistenza domiciliare potrebbero anche essere erogati da soggetti terzi, debitamente controllati ed accreditati per assicurarne la qualità ed il rispetto delle normative di tutela dei lavoratori.
Più in generale, le nuove forme di povertà che stanno crescendo vanno contrastate sia col lavoro sia con un welfare riorganizzato per affrontare questa emergenza, ad esempio rafforzando i sostegni attuali con un reddito minimo garantito che possa fungere da ammortizzatore universale. L’inclusione sociale non può ridursi ad un mero sostegno economico - come fu la c.d. “social card” - ma deve configurarsi come un adeguato “mix” tra sostegno al reddito e forme attive di partecipazione alla società. La famiglia infine, intesa come nucleo familiare riconosciuto dalla legge, deve diventare il punto di riferimento delle politiche sociali; non può essere utilizzata come ammortizzatore sociale bensì come motore di una società più solidale e armoniosa. 

7. Il superamento delle disuguaglianze e il riconoscimento delle differenze. 
Nella società attuale che è sempre più complessa, multietnica e diversificata, si deve porre attenzione alle differenze e pensare ai valori della convivenza con un impegno concreto contro le discriminazioni e le prevaricazioni. 
La diversità di genere rappresenta la prima e più immediata delle differenze. Lo sviluppo della nostra società passa anche dalla valorizzazione di ruoli distinti, propri del mondo maschile e femminile. Non voglio dunque parlare di "questione femminile" ma di valorizzazione dello sguardo femminile necessario per affrontare non solo tematiche "femminili" ma la globalità dei problemi.   
Non intendo trattare un tema specifico riguardante il genere, ma portare all'attenzione temi quali l'occupazione, il mantenimento del sistema di welfare,  la lotta contro la violenza sulle donne.
Naturalmente credo che la responsabilità di un partito moderno debba dimostrarsi nelle pratiche da attuare concretamente e immediatamente anche al proprio interno: esso deve mostrarsi  capace di stimolare e incoraggiare il coinvolgimento, la formazione e l'inserimento di donne nella politica attiva, radicando nella società il convincimento che nessuna differenza esista fra i generi per la pratica politica.      

8. Il sistema di trasporto pubblico locale.
Lo si accennava nel capitolo sulla scuola: poiché una parte dei fruitori del trasporto pubblico locale è costituita dai ragazzi in età scolare, una programmazione del trasporto in funzione della scuola e della sua dislocazione territoriale è di fondamentale importanza; allo stesso modo, il sistema scolastico nel suo complesso dovrebbe prevedere un necessario coordinamento con il sistema dei trasporti al fine di offrire un servizio ottimale evitando gli sprechi.
Risulta di vitale importanza creare una stretta integrazione tra trasporto su gomma e trasporto su rotaia al fine di evitare inutili duplicazioni di corse e poter così valorizzare la nostra linea ferroviaria che copre quasi tutto l'asse centrale, per esempio studiando forme di integrazione del biglietto che consentano ai cittadini di usare indifferentemente qualunque mezzo pubblico per raggiungere la propria meta e favorendo quindi una mobilità sostenibile. Tali prospettive dovrebbero poi trovare una spinta notevole in ambito turistico al fine di consentire al turista che visita la nostra Regione di spostarsi agevolmente sul territorio valdostano, utilizzando con semplicità i vari mezzi pubblici, anche alternativi, in un vero e proprio sistema integrato.
Potenziare la ferrovia lungo l'asse centrale ed integrarla con un sistema di trasporto su gomma per servire le vallate laterali potrebbe portare ad un miglioramento del servizio e ad una riduzione dei costi.

9. Il turismo, la cultura, l’ambiente e l’agricoltura.
Il turismo può essere ancora una volta una delle eccellenze esclusive che la nostra terra propone, grazie sì al suo territorio e al suo ambiente, ma anche in forza di un sistema di ospitalità che punti a migliorare gli standards. Infatti il PIL del turismo rappresenta una fetta notevole dell’economia valdostana con importanti prospettive di miglioramento e di crescita. L’ascesa del turismo nella scala dei valori produttivi e d’immagine della Valle d'Aosta ha contribuito anche alla tutela e alla qualificazione ambientale.
Assume una fondamentale importanza garantire lo sviluppo autonomo e libero della cultura locale, favorendo la collaborazione e le relazioni con altri ambienti culturali europei così come la valorizzazione e la fruizione dei beni culturali, intesi nella loro accezione più ampia ( non solo i beni fisici ma anche il patrimonio culturale, storico, ambientale, ecc.), ivi compresa l’Area Megalitica, che deve diventare accessibile nel più breve tempo possibile.
Urgente è tuttavia ripensare la governance del sistema della promozione turistica, in primo luogo chiarendo "chi fa che cosa", ossia definendo le specifiche e diverse mansioni dell’Office du Tourisme, dei consorzi turistici, dei soggetti terzi che a vario titolo interagiscono in ambito turistico (es. Fondation Grand Paradis), degli enti locali e della Regione. In secondo luogo, bisognerà puntare su un osservatorio del turismo che consenta agli operatori e agli attori del turismo di fare delle scelte sulla base di dati certi ed oggettivi.
Il turismo, la cultura, l'ambiente e l'agricoltura non possono che essere, a mio parere, settori che sempre più dovranno integrarsi e intrecciarsi: se è vero che il turista viene nella nostra Regione per le sue bellezze naturali, per scoprire la nostra cultura e le nostre tradizioni, è altrettanto vero che la cura delle nostre bellezze naturali dovrebbe essere il nostro primo obiettivo. Da questo punto di vista la valorizzazione ed il sostegno all'agricoltura sono quindi indispensabili anche per la tutela del nostro territorio, così come l'attuazione di politiche volte alla riduzione dei rifiuti, al riuso e al riciclo sono strumenti fondamentali in un'ottica di promozione di un territorio "eco-compatibile" (ed in tal direzione è quasi superfluo ricordare che rimane di primaria importanza dare immediata attuazione alla volontà che i cittadini hanno espresso con il voto referendario contro il pirogassificatore). 
La formazione, infine, rimane un aspetto fondamentale e strategico per il miglioramento ed il potenziamento del sistema turistico. Serve un sistema, una filiera della formazione e dell’istruzione articolata ed efficiente, nella quale può essere di assoluto interesse e rilevanza l’attivazione di un percorso di specializzazione tecnica (come abbiamo già spiegato nel capitolo sull'università) che dia un’opportunità più articolata agli studenti che si diplomano alla scuola Alberghiera. 
Al tempo stesso, a quello turistico va sempre più legato il comparto dell’agricoltura per la sua funzione di salvaguardia, cura e valorizzazione del territorio e dei suoi prodotti. Il rapporto tra i due settori è di natura strategica, anche dal punto di vista economico, ed un impegno particolare dovrà essere posto per rafforzarlo anche attraverso iniziative di natura legislativa, oltreché specifici progetti e destinazione di risorse.

10. La riforma della pubblica amministrazione e la burocrazia.
Ultimo ma non meno importante è il capitolo attinente alla riforma della pubblica amministrazione e alla necessità di intervenire per alleggerire il peso della burocrazia.
La Banca Mondiale ha calcolato che la gestione amministrativa e fiscale a carico dell'imprenditoria italiana occupa mediamente 36 giorni lavorativi l'anno, ovvero il 76% in più rispetto alla media europea ed il 46% in più rispetto ai paesi dell'OCSE. Il costo dello start-up di impresa, ovvero l'apertura di una nuova attività, si attesta in Italia al 18,6% del reddito pro-capite contro una media OCSE del 5,6%.
La mia piccola esperienza di amministratore mi ha dato la possibilità di misurarmi personalmente con il peso e le complessità della burocrazia. Nel corso di questi ultimi 3 anni il Comune di Rhêmes-Notre-Dame si è occupato principalmente dell'ammodernamento del nostro domaine skiable, un intervento fondamentale e strategico per la nostra vallata con un costo d'investimento di circa 3,5 milioni di euro. L'iter amministrativo è stato particolarmente complesso sia perché un piccolo comune spesso non ha le risorse umane e le specializzazioni necessarie a seguire appalti così complessi, sia perché gli enti coinvolti che hanno rilasciato il loro parere erano diversi.
Oggi possiamo vantare una nuova seggiovia, ma l'intervento è stato particolarmente lungo e difficile. I primi studi di fattibilità risalgono agli anni 2008/2009, a cui sono seguiti la progettazione preliminare e la procedura di Valutazione di Impatto Ambientale: in pratica sono stati spesi più di tre anni in adempimenti burocratici per ottenere le necessarie autorizzazioni e per appaltare un’opera che ha richiesto circa 4 mesi di lavori effettivi! Il tutto condito anche da contraddizioni: dal momento che la seggiovia si trova in parte nel Parco Nazionale del Gran Paradiso, quest’ultimo ha dovuto essere coinvolto per il parere sulla compatibilità dell'intervento nell'area protetta. Il medesimo parere si è dovuto richiedere anche al servizio Aree Protette della Regione, con un notevole appesantimento della procedura, oltre al rischio di trovarsi con due pareri divergenti.
Questa piccola esperienza è esemplare delle difficoltà che gli amministratori, ma anche i singoli cittadini e le imprese, incontrano ogni giorno quando si interfacciano  con la pubblica amministrazione. 
È evidente che in tutte quelle materie ove la Valle d'Aosta ha competenza primaria, e per quanto possibile anche nelle altre, si dovrebbe intervenire per cercare di snellire e semplificare le procedure, non solo nei tempi ma anche nella quantità dei soggetti coinvolti. 
In Valle d'Aosta il tema è importante anche in considerazione del peso che la pubblica amministrazione ha sulla nostra economia. La riduzione dei costi dell'apparato burocratico e la riorganizzazione di tutto il comparto unico sarà uno dei temi centrali dei prossimi anni: il blocco delle assunzioni, la mobilità del personale, la riorganizzazione degli uffici e dei servizi investirà la nostra comunità con scelte difficili, in nome delle quali bisogna discernere e operare per cercare di salvaguardare il più possibile l'occupazione e le professionalità che oggi operano all'interno della pubblica amministrazione.

A conclusione di questa veloce panoramica che dovrebbe servire ad illustrare l'orientamento politico-programmatico che mi piacerebbe dare al Partito Democratico della Valle d'Aosta vorrei precisare come queste linee generali (neppure esaustive) dovranno essere approfondite e discusse prima all'interno e poi all'esterno del nostro Partito. 
L'impegno che vorrei prendere con gli iscritti e i sostenitori è quello di far crescere non solo numericamente ma anche e soprattutto dal punto di vista della cultura politica e del dibattito formativo il nostro Partito, perché nessuna comunità è realmente libera e autonoma se non è in grado di autogestirsi. Occorre formare una nuova classe dirigente per dare risposte concrete alla gente e costruire una visione di medio lungo periodo. Non è una singola persona che cambierà la nostra piccola regione, ma un gruppo di persone che con impegno e dedizione si occuperanno della res publica nei prossimi anni.
Per questi motivi vi chiedo di darmi una mano per una nuova Valle d'Aosta!

giovedì 2 gennaio 2014

Una timida riforma degli enti locali

Nella riunione del CPEL/CELVA del 16 luglio 2013 si è discusso e votato un documento sulle linee generali di una riforma degli enti locali che si è resa necessaria non solo per adeguarla ai tempi ma anche e soprattutto per rispondere alla normativa nazionale nel frattempo pesantemente intervenuta sui comuni, in particolare quelli di dimensioni più ridotte.
Secondo il mio punto di vista ci sono alcuni punti di debolezza:

  1. I livelli di governo della nostra Regione rimangono 3: uno a livello di regione, uno a livello di comuni associati, uno a livello intermedio che sostituisce le attuali Comunità Montane. A livello regionale, sono 4 gli enti che, a vario titolo, entrano in gioco: la Regione (tra le altre competenze i procedimenti disciplinari e gli espropri), il CELVA (tra le altre competenze la formazione del personale degli enti locali, la consulenza giuridica, la gestione delle polizze assicurative, ecc..), l'INVA (che gestirà la centrale unica di committenza, il mercato elettronico, le strutture informatiche e l'ICT in generale) e il Comune di Aosta in qualità di comune capofila per ciò che sostanzialmente già oggi svolge (tra le altre cose il Piano di Zona, lo sportello sociale, ecc..). L'ambito regionale è quindi spezzettato e andrebbe razionalizzato.
  2. Permane un livello intermedio tra Regione e Comuni con un nuovo ente (Unités des Communes Valdotaines) che dovrebbe prendere il posto delle attuali comunità montane mantenendone in gran parte le attuali funzioni e servizi. Io credo invece che in una Regione di 120 mila abitanti siano più che sufficienti due livelli di governo: il comune e la regione. Tale impostazione, però, presuppone dei comuni più grandi, più strutturati  che possano garantire una serie di funzioni e servizi. Mentre altri servizi, che necessitano di una dimensione più vasta, debbono essere gestiti a livello regionale (penso ad esempio ai rifiuti, al servizio di assistenza degli anziani, soprattutto di quelli meno autonomi che dovrebbero probabilmente rientrare nel circuito dell'USL). Diventare grandi per contare di più, sulla scia di quanto sta avvenendo nel Canton Ticino, in Svizzera.
  3. Non è stato delineato un ambito geografico (ad esempio la vallata) ma solamente un ambito in base alla popolazione. Tale scelta, se lascia una maggiore libertà ai singoli comuni che possono decidere autonomamente con chi associarsi può portare ad avere dei servizi associati con un ente e altri servizi o funzioni con altri comuni, magari anche non limitrofi.
  4. Rimane allo stato attuale l'incognita legata alle convenzioni. Nelle leggi regionali nel frattempo intervenute (vedi ad esempio Emilia Romagna e Piemonte) per la convenzione è prevista l'istituzione di un ufficio unico o di un comune capofila (esattamente come previsto dalla legge di iniziativa dell'UVP). Continuare ad impostare le convenzioni come le abbiamo conosciute fino ad oggi (utilizzo di un dipendente per due giornate nel comune A e di tre giornate nel comune B) non solo non porta ad un miglioramento del servizio ma non è neppure una gestione associata, che per essere tale presuppone che gli indirizzi politici siano univoci.
  5. Non è previsto alcun incentivo per le aggregazioni che invece dovrebbero essere agevolate con trasferimenti in conto capitale aggiuntivo per stimolare anche un dibattito pubblico ormai ineludibile.

Nel complesso, però, è comunque una riforma organica che rispetta le norme nazionali e ci pone (speriamo) a al riparo da eventuali ricorsi. Questa riforma è stata rinviata per troppo tempo e ormai occorre procedere speditamente perché occorrerà una modifica legislativa e svariati passaggi nei singoli consigli comunali entro la fine del corrente anno. La normativa nazionale, infatti, prevede che i comuni con popolazione inferiore a 3 mila abitanti, se appartenenti a Comunità Montane, associno obbligatoriamente tutti le funzioni fondamentali entro il 31.12.2013.

Giunti a questo punto bisogna assumersi le responsabilità per cui siamo stati eletti e, poiché in politica è necessario saper mediare, ho espresso il mio voto favorevole (pur con le perplessità sopra evidenziate).
L'ho fatto perché credo che il testo sia un discreto compromesso tra chi non voleva cambiare nulla e chi avrebbe voluto spingersi oltre.
Infine credo anche che in un momento di crisi profonda come questo sia importante dare un segnale forte da parte degli enti locali e fare un passo in avanti senza ulteriori tentennamenti.




lunedì 20 agosto 2012

Le ultime news da Rhemes


Siamo ormai giunti agli sgoccioli di questa stagione estiva e ci prepariamo ad un autunno che si preannuncia molto caldo. Non solo perché dovremo far fronte ai nuovi tagli imposti dalla c.d. "spending review" ma anche perché da noi in Valle d'Aosta si svolgeranno le elezioni comunali a Courmayeur (test sempre molto importante) e, salvo sorprese, il referendum propositivo volto ad impedire tecniche di smaltimento dei rifiuti "a caldo", quindi anche il c.d. "pirogassificatore" ipotizzato dalla regione.

Nel frattempo il Comune di Rhemes-Notre-Dame, dopo aver organizzato (anche grazie al prezioso contributo di associazioni locali e operatori turistici della zona a cui va un ringraziamento importante) un fitto calendario di eventi estivi, all'ultimo minuto è riuscito ad organizzare un nuovo evento per il prossimo 28 agosto, contattando il consigliere regionale della Lombardia e componente della Direzione nazionale del PD, Giuseppe "Pippo" Civati che ci presenterà il suo ultimo libro.

Infine, ma non meno importante, è in distribuzione in questi giorni l'ultimo numero (il terzo, per la precisione) dell'opuscoletto sulla "trasparenza amministrativa" del nostro Comune. Come potrete notare è stata rinnovata la veste grafica e si è deciso, anche per rispettare l'ambiente, di farlo stampare su carta riciclabile.

Buona lettura!

lunedì 9 luglio 2012

I tagli della Spending Review

Il Decreto Legge n. 95 del 6 luglio 2012, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 156 del 6 luglio 2012, all'articolo 16, comma 3, così stabilisce (sottolineatura e grassetto miei):
Con le procedure previste dall'articolo 27 della legge 5 maggio 2009, n. 42, le Regioni a statuto speciale e le Province autonome di Trento e Bolzano assicurano un concorso alla finanza pubblica per l'importo complessivo di 600 milioni di euro per l'anno 2012, 1.200 milioni di euro per l'anno 2013 e 1.500 milioni di euro a decorrere dall'anno 2014. Fino all'emanazione delle norme di attuazione di cui al predetto articolo 27, l'importo del concorso complessivo di cui al primo periodo del presente comma è annualmente accantonato, a valere sulle quote di compartecipazione ai tributi erariali, sulla base di apposito accordo sancito tra le medesime autonomie speciali in sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano e recepito con decreto del Ministero dell'economia e delle finanze entro il 30 settembre 2012. In caso di mancato accordo in sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, l'accantonamento è effettuato, con decreto del Ministero dell'economia e delle finanze da emanare entro il 15 ottobre 2012, in proporzione alle spese sostenute per consumi intermedi desunte, per l'anno 2011, dal SIOPE. Fino all'emanazione delle norme di attuazione di cui al citato articolo 27, gli obiettivi del patto di stabilità interno delle predette autonomie speciali sono rideterminati tenendo conto degli importi derivanti dalle predette procedure.
Capire l'entità dei tagli non è così semplice perché con il DL 78/2010, a fronte di un taglio di 500 milioni per le Regioni a statuto speciale la Valle d'Aosta ha dovuto tagliare 24 milioni, mentre con il Decreto "Salva Italia" del dicembre 2011 sono stati previsti tagli complessivi alle autonomie speciali per 860 milioni e la nostra regione ne ha tagliati 50.
Possiamo quindi ipotizzare che, in base ad una semplice proporzione, la Vallée potrebbe subire dalla c.d. "spending review" (ferme eventuali modifiche parlamentari) tagli compresi tra 29 e 35 milioni di euro per il solo 2012.
Ma sarà proprio così?
L'articolo sopra citato prosegue prevedendo che il taglio avvenga previo accordo tra le regioni a statuto speciale in sede di Conferenza permanente entro fine settembre. In caso contrario vi provvede un decreto del Ministero dell'economia e delle finanze entro il 15 ottobre successivo in proporzione alle spese sostenute per consumi intermedi desunte, per l'anno 2011, dal SIOPE.
Che significa?
Lo spiega molto bene Gianni Trovati su Il Sole 24 Ore di oggi in questo articolo.
Il grafico mostra molto bene come la spesa media, per consumi intermedi (cioè ciò che spendono le pubbliche amministrazioni per il proprio funzionamento) per le regioni a statuto speciale è di 198,9 euro per ogni abitante. Tre regioni ed una provincia autonoma sono sotto la media, due regioni tra cui la nostra sono sopra la media.
In particolare la Valle d'Aosta è abbondantemente sopra la media tanto che per consumi intermedi spende circa 1.302,2 euro per ogni abitante.
Se dunque i tagli verranno ripartiti in proporzione alle spese sostenute per i consumi intermedi la nostra regione potrebbe essere destinata a subire tagli più pesanti.

venerdì 22 giugno 2012

Bilancio consuntivo 2011


Giovedì 21 giugno 2012 si è svolto il consiglio comunale di Rhemes-Notre-Dame durante il quale è stato approvato il consuntivo del 2011 che presenta un avanzo di circa 184 mila euro.
Qui di seguito uno stralcio della relazione al rendiconto.
"Nel campo degli investimenti si è proseguito l’iter amministrativo per la realizzare dei lavori di sostituzione delle sciovie con una nuova seggiovia quadriposto, delle nuove piste di discesa, del prolungamento dell’innevamento artificiale e della creazione di nuovi paravalanghe.
Si è concordato con le strutture competenti la variante al Piano regolatore e, parallelamente, si è proceduto ad assoggettare il progetto preliminare complessivo alla Valutazione di Impatto Ambientale.
Attualmente, avendo ottenuto anche la copertura finanziaria dell'intervento è in fase di pubblicazione il bando per la fornitura e la posa della seggiovia e degli interventi complementari.
E’ proseguito il lavoro necessario al completamento della bozza di variante al PRGC per adeguare lo strumento urbanistico al PTP.
Sono proseguiti i lavori di realizzazione del progetto FOSPI “strada Broillat con annesso parcheggio e riqualificazione della fraz. Chaudanne”.
Si sono conclusi i lavori di realizzazione della via ferrata e la stessa, intitolata alla Guida Alpina Casimiro Thérisod, è stata aperta al pubblico durante l’estate del 2011. 
E’ stata realizzata e sarà ultimata nel corso del 2012 la variante stradale in località Chantery.
Sono iniziati e pressoché terminati i lavori relativi alla misura 322 di riqualificazione dell’abitato della frazione Bruil. A seguito di revisione del progetto si è potuto individuare il luogo (fuori dal centro abitato) ove collocare lo chalet per la raccolta dei rifiuti e si è potuto realizzare tutta la pavimentazione entro la stagione invernale, creando il minor disagio possibile alla popolazione.
Sono proseguite le fasi progettuali del progetto “Giroparchi”, “Jardin des Anglais” e “Riqualificazione della frazione Pont” in linea con i cronoprogrammi previsti.
E’ stata affidata mediante gara la progettazione preliminare, definitiva ed esecutiva nonché la Direzione dei Lavori per la sistemazione dell’acquedotto e della fognatura in località Carré e Pessey.
E’ stato dato incarico ad un geometra professionista di concludere una serie di procedure espropriative rimaste in sospeso e non concluse dalla precedente amministrazione ed è stato incaricato un commercialista professionista per la redazione di una relazione sulle possibili modalità di gestione degli impianti di risalita e degli altri servizi pubblici. 
Sono stati eseguiti e terminati i lavori di riqualificazione del forno del Thumel.
A seguito della richiesta di contributo alla Regione si è ottenuto il finanziamento per la variante della pista di fondo in località Pessey ed è in corso di definizione la progettazione dell’intervento.
A seguito dell’ottenimento del contributo regionale è stato dato incarico ad un professionista per eseguire gli audit energetici su alcuni edifici comunali che hanno evidenziato una notevole dispersione di calore degli stessi, anche di quelli nuovi e costruiti recentemente.
Sono state presentate due domande di contributo. Una al Ministero dell’Ambiente per la sostituzione di parte dei cassonnetti per la raccolta differenziata con dei sistemi seminterrati (tipo moloch) e per l’acquisto di due compostiere meccaniche per l’avvio della raccolta dell’umido e l’altra alla Regione per accedere ai contributi FOSPI al fine di dar corso al programma elettorale e provvedere al rifacimento e alla manutenzione straordinaria del cimitero comunale entro questa legislatura.
Infine, l’investimento più importante nel corso del 2011 è stato sicuramente la fornitura e la posa in opera di un nuovo campo da calcio in erba sintetica del costo complessivo di €. 150.000,00, a totale carico del comune."

Al fine di utilizzare parte dell'avanzo di amministrazione e le maggiori entrate è stata approvata una variazione al bilancio con la quale si è accertato il finanziamento del Parco Nazionale del Gran Paradiso e lo si è integrato con fondi comunali al fine di dare avvio al progetto di rifacimento e prolungamento del sentiero per disabili tra le frazioni Chanavey e Bruil sulla destra orografica.
Sono stati previsti dei soldi per la predisposizione di uno studio di fattibilità per posizionare degli impianti fotovoltaici sugli edifici comunali e si sono stanziati dei fondi per predisporre un nuovo progetto FOSPI da presentare entro l'autunno.
Previsti anche dei soldi per il rifacimento del sito internet del comune.

Infine si è proceduto ad approvare la nuova convenzione di segreteria, la convenzione per l'utilizzo della discarica per inerti dei comuni di Introd e Arvier e il nuovo regolamento di polizia mortuaria.

Stiamo correndo e lavorando sodo e i primi risultati iniziano a vedersi.

Ora tutti concentrati per la realizzazione della nuova seggiovia, punto fondamentale del nostro programma. Con una recente delibera di Giunta regionale il comune di Rhemes-Notre-Dame ha appena ottenuto un finanziamento di 1,3 milioni di euro per la realizzazione delle nuove piste, il prolungamento dell'impianto di innevamento e le opere di paravalanghe. Tale somma, unitamente a quella già stanziata per coprire l'80% del costo della nuova seggiovia ci consente ora di avviare i lavori.
Già la prossima settimana verrà pubblicato il bando di affidamento, mediante contratto misto, della fornitura e posa in opera di una seggiovia quadriposto ad attacchi fissi in loc. Chanavey.
A ciò si aggiunga l'aggiudicazione del finanziamento FOSPI per il rifacimento del cimitero comunale per poco più di 300 mila euro e ci si potrà facilmente accorgere che, nonostante la crisi e le enormi difficoltà che stanno vivendo il Paese e la nostra Regione, l'Amministrazione comunale di Rhemes-Notre-Dame mette in campo investimenti per quasi 5 milioni di opere nell'arco di pochi anni.

Solo creando nuove opportunità e investendo possiamo cercare di uscire da questa crisi.

Noi ci crediamo e lavoriamo con costanza per questo. 

giovedì 7 giugno 2012

La privatizzazione dei danni

Partiamo da qui.

E' un argomento che interessa anche noi valdostani. Anzi ci riguarda proprio da vicino perché il nostro territorio è fragile e colpito da frane o valanghe.

E l'esperienza della Protezione civile di Bertolaso, con la cricca di funzionari e imprenditori che marciavano sulle catastrofi, è ancora di stretta attualità.

La dichiarazione dello stato di emergenza consente al Sindaco di avere le mani libere, di bypassare molte procedure ivi compreso il codice dei contratti. In quei frangenti è la rapidità dell'intervento la risposta più efficace, ma porta con sé - come abbiamo visto - notevoli inconvenienti.

Anche da noi, spesso si sono utilizzati fondi pubblici per piccoli inconvenienti a seguito di eventi dannosi che hanno finito per "prosciugare" il denaro indispensabile quando avvengono i grandi disastri.

Ed allora ben venga un'assicurazione privata ma facendo attenzione che non si trasformi in un costo ulteriore per i cittadini e che, in caso di effettiva necessità la copertura assicurativa arrivi:

 In Francia, spiega la Deloitte Consulting, «i privati che stipulano una polizza incendio obbligatoriamente devono sottoscrivere una clausola di garanzia contro le catastrofi naturali». Premio fisso: il 12% del contratto base. E se arriva una catastrofe troppo grave per un'assicurazione privata? Subentra la Caisse Centrale de Reinsurance (CCR), pubblica. Per capirci: non sono le assicurazioni a scegliersi il cliente (tu sì, tu no, a seconda dei rischi e di quanto paga il cittadino) e lo Stato «fornisce garanzia illimitata».

Forse, un controllo anche del privato (assicurazione) sul come vengono spesi i soldi per la ricostruzione post catastrofe, non è del tutto sbagliata

martedì 15 maggio 2012

Per una riforma degli enti locali valdostani...

.. occorre partire da una fondamentale distinzione di diritto amministrativo:
FUNZIONE PUBBLICA: intesa come l'esercizio autoritativo di una potestà giuridica da parte dello Stato o di un altro ente pubblico. Cioè si presenta una "funzione pubblica" tutte le volte che la PA agisce mediante un potere di supremazia nei confronti del cittadino (Esempi: funzioni di polizia locale; funzioni di governo del territorio; funzioni di protezione civile; funzioni di anagrafe e stato civile; funzioni di ragioneria e contabilità; funzioni di imposizione tributaria; ecc........).
Questi compiti, irrinunciabili da parte dei comuni e dove si esplica il potere autoritativo della pubblica amministrazione, devono essere svolti da ogni ente locale indipendentemente dalla sua dimensione.
SERVIZIO PUBBLICO: inteso come una attività svolta dalla PA per il soddisfacimento degli interessi generali, sia in campo economico che in campo sociale senza la manifestazione di un potere autoritativo della PA sul cittadino. Possiamo poi ulteriormente distinguere il servizio pubblico di interesse economico ovvero privo di interesse economico (Esempi: servizio di trasporto locale; servizio sociale per anziani; servizi sociale per minori; servizio idrico integrato; servizio raccolta e smaltimento rifiuti; servizio trasporto scolastico; servizio mensa; ecc........).
In questi casi la PA si pone sullo stesso piano del cittadino, da cui ottiene un corrispettivo. 
Da sottolineare che i servizi possono anche essere esternalizzati.
L'idea di fondo dovrebbe prevedere una nuova governance delle Comunità Montane, fermo restando che, secondo me, è necessario prevedere un livello di governo intermedio tra la Regione e i Comuni.
L'attuale livello intermedio rappresentato dalle Comunità Montane non è funzionale per una serie di motivi:
dimensioni demografiche diverse tra le varie Comunità Montane: si va da poco più di 2 mila abitanti della Comunità Montana Walser agli oltre 22 mila abitanti della Comunità Montana Mont Emilius pur svolgendo tutte (quasi) i medesimi servizi e le medesime funzioni;
diversità territoriali poco compatibili all'interno delle stesse: nella Comunità Montana Grand Paradis si cerca di uniformare i servizi (vedi il servizio idrico integrato o la raccolta e lo smaltimento rifiuti) tra comuni con morfologia e problematiche troppo diversi; (vedi Sarre e Saint Pierre da una parte e i piccoli comuni delle vallate dall'altra);
si sono individuati degli ambiti ottimali sulla carta, senza nessun ragionamento logico (per esempio in base alla popolazione, ovvero alla morfologia del territorio, ecc..) e senza distinzioni differenziate a seconda dei vari servizi o delle varie funzioni.
Sorge quindi la necessità di rivedere il livello intermedio e le sue attribuzioni. Partendo dalla distinzione tra funzioni e servizi di cui sopra, credo si debba individuare un livello omogeneo e strutturato per l'esercizio in forma associata delle FUNZIONI. E tale livello omogeneo secondo me va individuato nella vallata, stante la conformazione della nostra regione.
Le nuove comunità montante, che io chiamerei Comunità di Valle (come in Trentino), dovrebbero gestire in forma associata le funzioni comunali da individuarsi tra quelle elencate all'inizio. 
Ed infatti, al fine di evitare l'isolamento dei comuni di alta montagna è necessario che ci sia una spinta ad individuare come ambito ottimale per le funzioni l'intera vallata. Ciò perché la conformazione della nostra regione contempla, normalmente, che vi siano più comuni di modeste dimensioni lungo le vallate laterali ed uno o più comuni di dimensioni maggiori all'imbocco delle stesse.
Se si lascia la libertà di associarsi ai comuni di fondovalle il rischio è che i piccoli comuni di vallata rimangano isolati, non potendo che associarsi tra loro.
Dunque: necessità di distinguere le FUNZIONI dai SERVIZI, necessità di individuare ambiti ottimali per le funzioni (che tutti i comuni devono erogare) su base di vallata, ed individuare un ente stabile e strutturato per la gestione delle funzioni in ambito di vallata (Comunità di Valle). 
Per tutti i SERVIZI, invece, analisi di ogni servizio e del suo ambito ottimale (per es. l'ambito del servizio idrico integrato può essere diverso dal servizio anziani e diverso ancora dal servizio della raccolta dei rifiuti) e utilizzo dello strumento della CONVENZIONE più semplice e più flessibile potendo così aggregarsi ad un nuovo servizio o recedervi a seconda delle necessità.