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sabato 9 agosto 2014

E ora?


Venerdì 8 agosto è stato approvato in prima lettura al Senato il DDL costituzionale "Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V della seconda parte della Costituzione" con una maggioranza ampia sebbene non dei 2/3 (soglia che impone il referendum popolare se non viene raggiunta nella seconda votazione).
L'approvazione del disegno di legge di riforma costituzionale in prima lettura al Senato è solo la prima tappa di un percorso ancora lungo, ma si può dire che l'Italia ha fatto un primo importante passo verso l'Europa.
Le polemiche - spesso pretestuose - che hanno accompagnato l'iniziativa del governo non hanno permesso di valutare con serenità la portata delle innovazioni introdotte.
Viene superato il bicameralismo perfetto con una camera che si occuperà prevalentemente della legislazione ordinaria e del rapporto fiduciario con il governo, viene razionalizzato e velocizzato il processo legislativo con una serie di norme che limitano drasticamente i decreti legge (una delle storture più evidenti della nostra legislazioni con problemi applicativi di non poco conto) prevedendo invece una corsia preferenziale per l'approvazione dei provvedimenti governativi di attuazione del programma.
Viene modificato il referendum abrogativo (innalzando a 800.000 le firme richieste per proporlo) abbassato drasticamente però il quorum per la sua validità: non più il 50% degli aventi diritto, ma il 50% dei votanti alle elezioni politiche precedenti. In base ai dati delle ultime politiche vuol dire meno del 38%. Con questo quorum uno strumento di democrazia diretta che era diventato inservibile torna ad essere un'arma utile nelle mani dei cittadini. In più resta in piedi anche il vecchio referendum abrogativo, con le sue 500.000 firme e il suo quorum al 50%. A ciò si aggiunga che all'articolo 71 della Costituzione viene aggiunto un nuovo comma (art. 11, comma 1, lettera c del DDL) che prevede che "al fine di favorire la partecipazione dei cittadini alle determinazioni politiche pubbliche, la legge costituzionale stabilisce condizioni ed effetti di referendum propositivi e d'indirizzo, nonché di altre forme di consultazione, anche delle formazioni sociali. Con legge approvata da entrambe le Camere sono disposte le modalità di attuazione."

E noi in Valle d'Aosta conosciamo bene gli effetti che possono avere i referendum propositivi!!

In particolare il dibattito si è concentrato sull'elezione diretta ovvero indiretta dei futuri Senatori. Io personalmente condivido la scelta optata dal legislatore e faccio mie le parole del Presidente emerito della Corte Costituzionale, Valerio Onida:
"Per il Senato delle Regioni (o delle autonomie) la scelta non è tanto tra elezione diretta ed elezione indiretta o di secondo grado, ma fra rappresentanza diretta del corpo elettorale (sia pure suddiviso fra le Regioni) e rappresentanza delle Regioni come istituzioni territoriali, attraverso i titolari di organi delle stesse o attraverso “delegati” delle stesse (non a caso l’art. 83 Cost. prevede “delegati” delle Regioni che integrano il Parlamento in seduta comune per l’elezione del Presidente della Repubblica, peraltro senza che ciò di fatto abbia dato luogo ad una significativa rappresentanza regionale in tale sede). Si tratta di avere in Parlamento non solo la rappresentanza politica nazionale (Camera) ma anche la rappresentanza delle Regioni come enti a loro volta elettivi e quindi espressione di politiche regionali a loro volta democraticamente formate.
L’elezione diretta dei senatori (anche se collegata temporalmente con l’elezione degli organi regionali) comporta inevitabilmente la prevalenza della logica dei partiti e degli schieramenti politici nazionali, e mal giustifica la differenziazione di funzioni fra le due Camere, portatrici in definitiva della stessa legittimazione popolare. La rappresentanza istituzionale delle Regioni comporta invece la diretta presenza in Parlamento degli interessi e degli indirizzi politici regionali. Naturalmente anche questi indirizzi politici sono in definitiva mediati, localmente, dai partiti, ma una cosa è che il senatore si senta essenzialmente portatore dell’indirizzo politico nazionale del partito nelle cui liste è eletto, altra cosa che si senta portatore degli interessi della comunità regionale che costituisce la base elettorale della Regione di cui è esponente, come interpretati e mediati dalla istituzione regionale: interessi non necessariamente contrastanti con gli interessi nazionali interpretati in sede parlamentare dalla Camera, ma non necessariamente coincidenti con gli stessi, e quindi suscettibili di entrare in dialettica con essi ai fini di una equilibrata composizione (naturalmente in posizione “recessiva”, per la prevalenza della Camera espressiva degli interessi nazionali)."

Infine i rapporti tra Stato e Regioni che non sono confinati solo alla riforma del titolo V ma discendono anche nel nuovo Senato dove siederanno i rappresentanti delle autonomie locali e delle Regioni e non è affatto vero che avrà poteri "minori" rispetto alla Camera. Vero che il rapporto fiduciario con il governo viene attribuito solo alla Camera dei Deputati ma al Senato viene attribuita una funzione importantissima: "esercita la funzione di raccordo tra l'Unione Europea, lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica. Partecipa alle decisioni dirette alla formazione e all'attuazione degli atti normativi e delle politiche dell'Unione europea e ne valuta l'impatto."
La camera alta, come in moltissime democrazie europee, diventa il motore per la europeizzazione del nostro Paese, partecipando attivamente a quella fase ascendente della legislazione europea che diventerà sempre più strategica per la vita normale delle persone visto che già oggi oltre il 70% della legislazione italiana (e quindi anche valdostana) è fatta direttamente o indirettamente da norme di derivazione europea.

La riforma del titolo V che pure presenta profili di inevitabile accentramento su materie peraltro a valenza chiaramente sovraregionale, va letta non da sola ma alla luce della trasformazione del Senato in luogo di rappresentanza delle autonomie, in luogo di prevenzione del contenzioso costituzionale (questo si, vero freno all'economia) e della clausola inserita nel DDL che esclude l'applicabilità del titolo V (e della tanto temuta clausola di supremazia) alle regioni a statuto speciale fino all'adeguamento dei rispettivi statuti sulla base di specifiche intese.
Non sarà la costituzionalizzazione del "principio dell'intesa" come qualcuno avrebbe voluto ma la norma (che peraltro non pone un limite temporale all'adeguamento, basti ricordare che già la riforma costituzionale del 2001 prevedeva il principio dell'adeguamento rimasto però sino ad oggi lettera morta) ha una valenza strategica che ci consente finalmente di aprire un dibattito serio e maturo sul nostro statuto speciale di autonomia.

Credo che la Valle d'Aosta dovrebbe cogliere al volo quest'occasione (anche perché in settant'anni lo statuto non si è mai seriamente riformato) per aprire un dibattito sulla nostra autonomia alla luce delle modifiche costituzionali in essere e alla partecipazione sempre più stretta all'Unione Europea. Un dibattito che coinvolga tutte le forze politiche e che, partendo dalle migliori elaborazioni di riforma statutaria, apra un serio dibattito che veda protagonista la Valle d'Aosta del domani.
Un progetto di riforma del nostro Statuto speciale rispettoso delle nostre competenze acquisiste e che possa valorizzare al meglio la nostra tradizione autonomista, per esempio riprendendo il dibattito sulla zona franca che va contestualizzato e letto alla luce delle norme europee.

La domanda quindi non è quanto è brutto e centralizzatore questo Stato, ma più semplicemente siamo in grado noi di elaborare una proposta politica innovativa sull'autonomia valdostana e contrattarla con lo Stato per un nuovo Statuto speciale? Riuscirà questo Consiglio regionale particolarmente litigioso e diviso a sedersi introno ad un tavolo per elaborare una riforma di tale portata se l'unica riforma approvata in un anno e mezzo attiene agli enti enti locali valdostani e certo, pur rappresentando un passo avanti, non è una rivoluzione rispetto all'assetto esistente?

Il Partito Democratico della Valle d'Aosta è pronto a giocare la sua parte e a portare il suo contributo di idee a cominciare da settembre quando l'On. Gianclaudio Bressa, sottosegretario di Stato agli Affari Regionali, sarà in Valle per parlare della riforma del titolo V e delle autonomie speciali.

sabato 15 marzo 2014

Alcune considerazioni sulle elezioni europee


Il dibattito che si sta sviluppando sulle elezioni europee sembra viziato da un equivoco di fondo.
In chiave europea queste elezioni saranno determinanti per i futuri equilibri del continente perché, per la prima volta, i cittadini europei potranno non solo scegliere  i loro rappresentanti ma anche individuare direttamente il candidato alla carica di Presidente della Commissione europea. La crisi economica degli ultimi anni è stata affrontata con una visione prevalentemente incentrata sul lato del contenimento del debito senza una vera assunzione di responsabilità europea, come il caso della Grecia ha dimostrato. Le conseguenze di tale impostazione economica sta facendo crescere un sentimento antieuropeista che, partendo da una contestazione anche giusta alle politiche di rigore degli ultimi anni, persegue obiettivi sbagliati come l’uscita dalla moneta unica e al tempo stesso alimenta sentimenti xenofobi.
In chiave nazionale questo appuntamento elettorale si pone il duplice obiettivo di legittimare il governo Renzi, che in questo periodo ha assunto la guida del Paese, e di ottenere un numero di eurodeputati tali da far risultare il PD il primo partito dentro la famiglia dei Socialisti e Democratici europei con la possibilità di incalzare efficacemente il futuro presidente della Commissione europea, soprattutto se questo sarà Martin Shulz.
In questa situazione politica anche la Valle d’Aosta può giocare un ruolo importante se si pone l’obiettivo di contribuire concretamente all’elezione di un eurodeputato valdostano che si collochi in un contesto europeista in linea con la tradizione della nostra storia autonomista. 
La segreteria nazionale del PD ha manifestato il suo assenso a concedere l’apparentamento con una lista della minoranza linguisitica purché il sostegno a questa lista sia il più ampio possibile, non solo perché i voti così raccolti confluiscono nella lista nazionale del PD ma anche perché tale meccanismo potrebbe far scattare un eurodeputato in più nella circoscrizione nord-ovest mediante il meccanismo dei resti più alti.
Non si può quindi che ribadire la validità e la centralità dell’attuale coalizione autonomista, democratica e progressista comprendente oltre al PD della Valle d’Aosta anche l’ALPE e l’UVP: se le finalità sono quelle di cui sopra, tale coalizione diventa il motore e la base sulla quale costruire un percorso condiviso per le elezioni europee, che deve necessariamente potersi aprire anche al contributo di altri partiti e movimenti politici se l'intenzione è quella di eleggere un eurodeputato valdostano. E' evidente che tale eurodeputato dovrebbe iscriversi al gruppo dei Socialisti e Democratici, facendo una chiara e netta scelta di campo.
Diversamente, diciamolo chiaramente, non si guarda all'interesse della Valle d'Aosta ma ai propri interessi personali e le elezioni diventano l'ennesima occasione per contarsi senza ottenere alcun risultato concreto. Se bisogna contarsi, essendo evidente che la sola coalizione autonomista progressista non ha i numeri sufficienti per eleggere l'eurodeputato, allora tanto vale che il PD corra da solo con il suo simbolo: rinunciare a quest'ultimo infatti ha senso solo se l'obiettivo è alto e finalizzato al bene della Valle d'Aosta. 
Portare un valdostano a Bruxelles non credo proprio che possa considerato una larga intesa! Le #largheintese si fanno per governare non certo per eleggere un deputato.
Perché così tanta paura di trovare alcuni punti qualificanti all'interno della coalizione Alpe, Uvp e Pd, individuare un candidato di alto profilo e che è al di fuori dalle piccole beghe locali e andare a verificare se può ottenere l'appoggio di uno schieramento più ampio di quello che oggi è all'opposizione in Regione?
E' ormai un anno che la politica valdostana è chiusa su se stessa mentre la crisi aumenta e le difficoltà crescono.Occerrerebbe forse avere un po' più di umiltà per capire che serve uno sforzo congiunto per uscire da questa crisi che sta già cambiando in profondità anche la nostra realtà. 
Intanto, il M5S, che condivide con noi l'opposizione al governo regionale, ha deciso di andare comunque per conto suo portando in Europa la richiesta di uscire dalla moneta unica (e davvero non capisco che vantaggio potrebbe portare alla Valle d'Aosta), mentre alcuni amici che erano nella lista PD-Sinistra Vda alle ultime elezioni regionali hanno già avviato la raccolta delle firme per presentare la lista Tsipras. Quale sarà il risultato? Secondo il mio modesto parere, tale scelta non potrà che produrre una dispersione di voti e dare una mano alla Merkel. Infatti i voti sottratti al PD dalla lista Tsipras non faranno altro che confermare ancora una volta primo partito europeo il PPE della signora Merkel sprecando l'ennesima occasione per cambiare questa politica rigorista.
Certo, capisco che è più semplice fare politica con slogans e portarsi "la claque" che ti applaude ad ogni intervento piuttosto che misurarsi sul piano del ragionamento politico, ma io sono convinto che in questo momento storico debba prevalere il ragionamento rispetto all'insulto gratuito e all'affermazioni di posizioni ideologizzate. 
Tutto il mio sforzo, per quanto possibile, è stato e resta orientato a lavorare per il bene della Valle d'Aosta.

lunedì 7 ottobre 2013

Maggioranza politica o numerica?


Ho voluto aspettare per commentare ciò che è successo mercoledì al Senato, anche per cercare di analizzare a mente fredda il nuovo scenario politico che si è creato con il voto di fiducia al governo Letta.
E lo faccio oggi anche se ciò che è successo ieri a Lampedusa imporrebbe di affrontare ben altre questioni molto più rilevanti.

Ciò che è successo mercoledì è senza dubbio una chiara vittoria del duo Letta&Napolitano.
Non è un mistero che questo governo sia nato contro la volontà della maggioranza dei militanti e degli elettori del PD dopo due mesi di sbandamento (da febbraio ad aprile di quest’anno) e con un regista (Napolitano) che, almeno fino ad oggi, ha ottenuto ciò per cui aveva deciso di accettare un secondo mandato presidenziale: la nascita di un governo delle larghe intese, nonostante i malumori ben evidenti e nonostante l’ingombrante presenza di Berlusconi. Un governo a tempo, ma non di scopo, con un orizzonte temporale di almeno 18 mesi che, nelle intenzioni del Capo dello Stato, avrebbe dovuto riformare la seconda parte della nostra Costituzione, varare alcune riforme socio-economiche fondamentali e cambiare la legge elettorale. Un tempo sufficiente a scavalcare il 2014, non solo per dare una certa stabilità all’Italia che rimane agli occhi della comunità internazionale un sorvegliato speciale, ma anche per affrontare con serenità il voto europeo del prossimo anno (che diventerà strategico) e affrontare con un governo nella pienezza delle sue funzioni il semestre di Presidenza EU dell’Italia.

E le dichiarazioni rilasciate dal Presidente Napolitano prima che scoppiasse la crisi erano indirizzate a stoppare Berlusconi e i suoi falchi (soprattutto in merito alla famosa “agibilità politica del Cavaliere”) e contemporaneamente a mantenere ben saldo questo governo che doveva facilitare, aiutare lo strappo tra estremisti e moderati all'interno del PdL (come in effetti poi puntualmente si è verificato).

Ora io sono sempre stato convinto che a febbraio abbiamo perso un’occasione storica per battere definitivamente Berlusconi e per proporre realmente agli italiani un vero e proprio governo del cambiamento, ma il risultato elettorale, negativo sia a livello nazionale sia a livello locale, avrebbe dovuto indurci ad una seria analisi delle ragioni di quella storica sconfitta ed invece ciò non è avvenuto. Anzi, le incertezze e le ambiguità nel cercare di formare un governo del cambiamento prima, di minoranza poi e oltre alle traumatiche votazioni sul Presidente della repubblica hanno inciso pesantemente sul nostro partito.

Io credo davvero che mercoledì si sia scritta un’altra pagina sulla fine della c.d. Seconda Repubblica italiana il cui declino è iniziato quel 14 dicembre 2012, quando il Governo Berlusconi ottenne la fiducia alla Camera per soli 3 voti dopo che nel 2008 vinse con una maggioranza quasi “bulgara”.

Ora Letta a di fronte a se un orizzonte temporale sufficiente per impostare alcune riforme urgenti con la consapevolezza che la parte più “estremista” del PdL non è più determinate per le sorti del governo, indipendentemente dalla nascita o meno di gruppi autonomi (il cui verificarsi è legato essenzialmente al percepimento dei rimborsi elettorali del PdL). E ciò non potrà che portare ad una azione di governo più lineare e nella quale il PD ha il diritto e il dovere di dettare l’agenda (avendo la maggioranza alla Camera) e potendo così correggere le storture dell’abolizione dell’IMU (magari reintroducendoli sui redditi più alti e esentando davvero il ceto medio dal pagamento dell’imposta).

Si è sostenuto da più parti che sono i post democristiani ad aver vinto e si prospetterebbe una nuova “DC” che ci porterebbe dritti nella terza Repubblica riesumando un sistema elettorale proporzionale per un salto indietro di 20 anni.

Nulla di più sbagliato.

Il voto di mercoledì dimostra che l’era "berlusconiana" è ormai tramontata ma la sua influenza ha condizionato la nostra società fin nel profondo, mutandone abitudini e consumi, soprattutto in ambito politico. Mi riesce davvero difficile ipotizzare il ritorno ad una politica parlamentare pura come c’era nella prima repubblica, non solo perché coloro che oggi guidano il governo sono figli di questo ventennio (molti di loro non erano in parlamento durante gli ultimi anni della Prima repubblica) ed hanno comunque assimilato uno schema bipolare anche se diverso da quello visto fino ad oggi, ma soprattutto per un motivo ben più profondo.

Ormai gli italiani hanno assimilato uno schema maggioritario e presidenzialista che è ben rappresentato dalle elezioni comunali, provinciali e regionali (con la notevole eccezione della nostra Regione e della Provincia autonoma di Bolzano) nella quali si vota direttamente il Sindaco, il Presidente di Provincia e il Presidente di Regione. In quest’ultimo caso peraltro, la stessa locuzione con cui ci si riferisce ai Presidenti (Governatori) ben sintetizza il cambiamento profondo che hanno subito le nostre istituzioni locali. Cambiamento che non potrà che riflettersi anche a livello nazionale con la necessaria modifica della Costituzione per codificare una sorta di elezione diretta del Presidente del Consiglio (come previsto nella bozza dei Saggi). Una riforma che di fatto abbiamo già conosciuto con il Porecellum dove l’indicazione del Premier non pone dubbi circa il soggetto che, in caso di vittoria, guiderà il governo.

Per questi motivi io non credo che ci sarà una spinta a tornare indietro, ma semmai ad andare avanti e questa spinta sarà ancora più forte dopo l’elezione del nuovo Segretario del PD, chiunque esso sia, poiché gli aspiranti candidati attualmente in corsa, pur con le loro differenze, sono ormai effettivamente dei nativi democratici. Nell'arco dell’ultimo anno si è verificato un effettivo ricambio generazionale nella politica.

Questo voto ha un impatto anche per la Valle d’Aosta? Io credo di si.

Le ultime elezioni regionali ci hanno consegnato un Consiglio sostanzialmente spaccato a metà e la riforma elettorale del 2007 ha mostrato tutta la sua fragilità: l’introduzione del premio di maggioranza e delle coalizioni preventive ha polarizzato il voto senza trasformare il nostro sistema in maggioritario/presidenziale. Di fatto il premio di maggioranza non è scattato ma l’illusione di avere un sistema bipolare sta bloccando la politica regionale. I due blocchi si contendono i voti fino all'ultimo e i "ribaltoni" o "controribaltoni" si giocano su pochi consiglieri che possono fare la differenza. Da questo punto di vista era meglio un sistema proporzionale come quello previgente: un risultato del genere avrebbe indotto le forze politiche a cercare una maggioranza più stabile e più ampia dell’attuale.
Lo scenario di crisi che ancora viviamo in Italia si sta rivelando in tutta la sua drammaticità anche in Valle d’Aosta. Tra la fine di quest’anno e il prossimo anno saremo tutti chiamati a fare delle scelte dolorosissime perché il “sistema Valle d’Aosta”, così come lo abbiamo conosciuto, non sta più in piedi e, allo stato attuale nessuno dei due blocchi ha la forza politica e numerica per imporre una visione strategica per la Valle d’Aosta del 2030.

Credo quindi che anche qui da noi, come è avvenuto in Italia, si debba lavorare per emarginare gli "elementi di polarizzazione dello scontro politico", si debbano superare delle logiche di crescita economica stile "anni ’80", si debba puntare sui volti nuovi e sulle persone che hanno una visione di prospettiva e si debba lavorare per imboccare una via diversa per un “nuovo sistema Valle d’Aosta”, in cui l’iniziativa privata sia sostenuta e valorizzata, in cui il necessario raccordo con l’area del canavese ci deve portare ad una nuova economia distrettuale che dia uno sviluppo alla nostra bassa valle, in cui il nostro walfare deve essere salvaguardato perché un fiore all'occhiello ma deve essere riformato, in cui la Regione, pian piano, esce da tutta una serie di settori non strategici per concentrarsi invece prevalentemente sul sociale e sull'istruzione che sono i veri obiettivi di chi ha a cuore tutta la popolazione, il ceto medio che soffre e la crescente povertà che dilaga anche nella nostra Regione.

E in questa prospettiva il PDVdA può giocare un ruolo centrale se saprà mettersi al centro di questo processo di cambiamento, senza preconcetti, e aprendo un canale di dialogo con il "nostro" Presidente del Consiglio, soprattutto in questa fase di possibile modifica della Costituzione: occorre lavorare non solo per il principio dell’intesa (che, seppur importante, da solo non riempie la nostra autonomia), ma in generale per un ripensamento in chiave europea del nostro Statuto Speciale partendo dalla modifica urgente della legge elettorale e da un diverso assetto di poteri regionali.


martedì 28 maggio 2013

Due veloci considerazioni sul voto (elezioni regionali 2013)


Ora, a mente fredda e dopo essermi riposato, due considerazioni conclusive sul voto si possono fare.
Le elezioni politiche del 24/25 febbraio ci avevano regalato un quadro politico alquanto frammentato con 10 liste alla Camera dei Deputati e 9 liste al Senato della Repubblica.
Le recenti elezioni regionali sembravano prospettarci una nuova frammentazione del quadro politico con 9 liste presenti alla competizione elettorale, ma soltanto sei (come nella passata consiliatura) hanno superato la soglia di sbarramento e conseguito almeno due consiglieri.
Il nuovo Consiglio Regionale si presenta differente dal vecchio, sia sotto il profilo degli eletti, sia sotto il profilo della composizione politica.
Dal primo punto di vista più della metà dei consiglieri sono nuovi, sono persone giovani e competenti che porteranno sicuramente una ventata di novità a Palazzo Regionale.
Dal secondo punto di vista la novità più importante è data dall'assenza di una forza del centrodestra in consiglio regionale. Conseguentemente l'asse della politica valdostana torna a spostarsi verso il centrosinistra dopo una consiliatura in cui, invece, l'alleanza tra le forze di maggioranza e il PdL aveva impresso una svolta a destra.
Anche questa volta solo due partiti "nazionali" entrano in Consiglio (M5S e PD sinistra VDA) ma complessivamente solo 5 consiglieri su 35 appartengono a partiti nazionali...
E' questo un dato su cui riflettere perché la progressiva scomparsa dei partiti nazionali dalla scena valdostana è, per me, preoccupante.

Di più. Se sommiamo i voti dell'UV e dell'UVP abbiamo la bellezza di 20 consiglieri, a conferma che la scissione ha scalfito il monolite, ma di fatto ha consentito alle due formazioni di aumentare il consenso a scapito degli altri partiti. Ed è fin troppo evidente che gran parte del bottino di Federation sia transitato direttamene al'UV per il tramite di La Torre, mentre gran parte dell'elettorato del PdL è stato fagocitato dalla Stella Alpina e dall'Union, che ha lasciato fuoriuscire molti elettori verso UVP.

I Progressistes, infine, hanno pescato da UV, ma anche da ALPE e PD. Nel 2008 Renouveau e Valle d'Aoste vive totalizzarono oltre 9 mila voti, ai quali bisognerebbe aggiungere anche l'area degli ex Verdi confluiti tutti in Alpe che portano ad un bacino potenziale di oltre 10 mila voti.
Ne hanno totalizzati 8.900, imbarcando anche il presidente di Vallevirtuosa. Per effetto dei resti, però mantengono i cinque consiglieri.

E veniamo al PD.
Anche noi manteniamo i tre consiglieri, ma perdiamo in termini assoluti, rispetto al 2008, 439 voti. A questi però vanno aggiunti altri 6/700 voti persi dal PD e riportati alla lista da Rifondazione Comunista,  dai Socialisti, dall'Italia dei Valori, dal Centro Democratico, dall'Associazione Loris Fortuna, e da ValleVirtuosa.
In pratica perdiamo, come PD, oltre mille voti pur mantenendo il terzo consigliere.

Ci posizioniamo inoltre marcatamente a sinistra lasciando il campo libero per l'espansione dei partiti autonomisti diretti concorrenti nella nostra area (ALPE e UVP). Se guardiamo i primi 5 classificati nella lista del PD sinistra VDA, ci sono 4 rappresentanti (o ex rappresentanti) della CGIL e uno di Rifondazione Comunista. Tutte persone stimabilissime, ma l'area più centrista o moderata che dir si voglia sembra decisamente minoritaria in questo partito.
Ho il massimo rispetto per tutti i sindacati e della CGIL in particolare, ma credo che un partito debba mantenere una certa autonomia, anche di pensiero, dal sindacato. Se ci proponiamo come forza di governo dobbiamo saper dialogare con tutti, raccogliere le istanze che provengono dalla società civile e dai sindacati, ma non possiamo avere dei "tabou". La capacità di mediare tra le opposte istanze è l'essenza di un partito, e l'impressione che oggi il PD sia troppo schiacciato su posizione di una parte non è solo una sensazione.

Il PD (come peraltro sta facendo anche a livello nazionale) si stia chiudendo nel suo recinto e sta perdendo inesorabilmente consenso all'interno della società. Mentre io credo si debba aprire e debba cercare di contendere i voti al centro, verso l'ALPE e l'UVP che sono i nostri alleati ma anche i diretti concorrenti nella ricerca del voto, e perché no anche all'UV.

Infine due parole sul mio risultato personale.
Partendo insieme a tre amici, tutti a digiuno di politica (Souad BengouchachCamilla Mandatori e Nicolò Fracasso) e senza il sostegno del Partito abbiamo raccolto 458 preferenze arrivando ad una incollatura dal primo escluso (13 preferenze di scarto). Un risultato molto interessante per tutti e quattro che ci inorgoglisce e ci sprona a continuare e a fare meglio per il futuro, consapevoli che anche grazie ai nostri voti il PD ha mantenuto il 3° consigliere.

martedì 19 febbraio 2013

Perché è importante votare Jean-Pierre Guichardaz e Patrizia Morelli


Manca meno di una settimana alle elezioni per il rinnovo del Parlamento nazionale e sembra mancare la convinzione che, questa volta, la vittoria del centrosinistra è possibile, così com'è possibile dare al Paese un governo stabile che possa fare le riforme, uscire da questa crisi economica e dal ventennio berlusconiano.
Manca la convinzione che siamo davvero ad un passaggio storico decisivo.
Sebbene non pubblicabili, su internet si trovano diversi siti di informazione che ci fanno capire la tendenza del voto secondo i sondaggi più recenti. Tutti concordano su questi punti.


  1. Alla Camera dei Deputati, dove il premio di maggioranza viene assegnato al partito o coalizione che prende anche un solo voto in più del secondo/a, è in vantaggio Bersani e lo è di un margine tale (circa 5/6 punti percentuali) che consente di ritenere pressoché certa una sua vittoria;
  2. Al Senato della Repubblica, dove il premio di maggioranza viene assegnato su base regionale, lo scenario non è così in bilico come lo si vuole dipingere. Sulle 19 regioni italiane (tralasciamo un attimo la nostra) ben 15 sono accreditate al centrosinistra, una al centrodestra (Veneto) e tre in bilico (Lombardia, Sicilia e Campania). 
  3. In questi ultimi giorni di campagna elettorale però si sta delineando uno scenario abbastanza chiaro che vede il centrosinistra come unica coalizione in grado di vincere e di governare il Paese. Infatti non solo può conquistare le regioni in bilico, ma sembra che si riapra anche la partita in Veneto. In questa regione avanza inesorabilmente Grillo ai danni del centrodestra e della Lega in particolare con il risultato che Grillo potrebbe avvantaggiare il centrosinistra togliendo consensi a destra.
  4. Nella corsa alla Regione Lombardia sembra che il candidato del centrosinistra Ambrosoli ora sia in vantaggio anche se di un solo punto percentuale nei confronti di Maroni. Indicazione importante perché prima del black-out dei sondaggi la situazione era esattamente rovesciata e questo trend positivo può avere ricadute altrettanto positive anche per il Senato in questa regione.


Lo scenario che ho delineato sopra porta a ritenere che la coalizione di centrosinistra, guidata da Bersani, abbia tutte le carte in regola per giocarsi la vittoria, non solo alla Camera, ma anche e soprattutto al Senato con la prospettiva di dare un governo stabile al nostro Paese per i prossimi 5 anni.
E nella sfortunata ipotesi che il centrosinistra non abbia una chiara maggioranza al Senato difficilmente si potrà indicare un Presidente del Consiglio diverso da Bersani. Potrebbe un Monti o un qualsiasi altro candidato anche istituzionale governare un parlamento in cui il centrosinistra è maggioranza assoluta alla Camera e maggioranza relativa al Senato?

E qui in Valle d'Aosta?
Valgono alcune considerazioni molto semplici.

  1. L'accordo che i candidati della coalizione "per la Valle d'Aosta" Guichardaz e Morelli hanno sottoscritto con Bersani si sta rivelando la mossa vincente: appurato che il candidato premier del centrosinistra sarà molto probabilmente il prossimo Presidente del Consiglio, una delle prime mosse che i nostri candidati potranno fare è costituzionalizzare il principio dell'intesa per difendere, in futuro, la nostra autonomia. E saranno gli unici a poterlo fare!
  2. I candidati della maggioranza regionale si presenteranno a Roma (sempre se riusciranno ad essere eletti) senza nessun accordo, con un Parlamento in cui in un ramo ci sarà sicuramente una larga maggioranza tra PD e SEL e nell'altro ramo, se non ci sarà una chiara maggioranza di centrosinistra Bersani ha già chiarito che cercherà di convergere su alcune riforme fondamentali con Monti (che, ricordiamo, è accreditato di circa 30/35 senatori) creando così una maggioranza tale da rendere inutile una qualsiasi trattativa con un singolo senatore come avvenne nella legislatura 2006/2008. Ancora una volta, l'accordo firmato da Guichardaz e Morelli con Bersani in cui al primo posto è stato inserito il principio dell'intesa tornerà utile: nel caso in cui il centrosinistra debba stringere un accordo con Monti per poter governare, la nostra autonomia sarà salvaguardata proprio da quell'accordo. Non più un Monti come tecnico in emergenza e sostenuto da una maggioranza trasversale che approva norme anche in contrasto con il nostro Statuto, ma avremo un Presidente del Consiglio come Bersani che, grazie all'accordo, contratterà con i parlamentari valdostani le questioni che ci riguardano. Peraltro questo modo di rapportarsi con lo Stato è estraneo alla concezione dell'attuale maggioranza che, in questa legislatura, pur avendo espresso il Senatore Fosson ha trattato le questioni più importanti (es. l'accordo sul federalismo fiscale) direttamente tra il Presidente della Giunta e il Governo, scavalcando palesemente le funzioni dei parlamentari valdostani. 
  3. Ancora più inutile il voto al candidato dell'UVP, Laurent Viérin. Anch'egli, come i candidati espressi dalla maggioranza si presenta senza accordo con nessun candidato premier (peraltro aveva poca scelta essendosi Bersani già impegnato con Guichardaz e Morelli e avendo dichiarato Viérin che mai avrebbe sostenuto Berlusconi o Monti. Rimanevano solo Grillo e Ingroia....) ma a differenza dei primi si presenta pure da solo alla Camera. Utilità? nessuna. Scenario ipotetico 1: alla Camera vince Viérin e al Senato vince Lanièce. Risultato? alla Camera il nostro rappresentante è ininfluente sia perché a maggioranza di centrosinistra, sia perché non potrà vantare alcun accordo con Bersani. Al Senato pure, non potendo vantare alcun accordo e avendo un solo voto da far pesare il nostro rappresentante non verrebbe neppure preso in considerazione. Scenario ipotetico 2: Viérin vince alla Camera e Morelli vince al Senato. In questo caso avremmo comunque un candidato valdostano che può far valere l'accordo con Bersani (Morelli), ma sarà in ogni caso la coalizione "per la Valle d'Aosta" ad avere un rapporto chiaro e lineare con lo Stato per il tramite della Senatrice e del partito che qui in Valle rappresenta Bersani, cioé il PD.
  4. A cosa serve la candidatura dell'UVP? quale utilità potrà eventualmente avere per la Valle d'Aosta il suo candidato a Roma? Io credo che nell'eventualità che venga eletto non avrà alcun ruolo strategico nello scenario sopra descritto, risultando la candidatura utile solamente a contarsi in vista delle elezioni regionali
Non facciamoci quindi prendere dall'emotività. Dobbiamo essere coscienti delle difficoltà ma consapevoli che la vittoria è a portata di mano e che solo votando la lista "per la Valle d'Aosta" sia alla Camera sia al Senato possiamo contribuire anche noi valdostani alla vittoria del centrosinistra!


mercoledì 16 gennaio 2013

Cosa serve alla Valle d’Aosta


Inizia un anno molto importante per la nostra Regione. Tra poco più di un mese e mezzo si terranno le elezioni politiche e, entro la fine del prossimo mese di maggio,verrà rinnovato il Consiglio regionale.
Il risultato (anche inatteso) del recente referendum contro la costruzione del Pirogassificatore ha "rotto gli argini" e, il fermento che covava probabilmente da tempo sotto l'apparente immobilità della scena politica (complice anche una maggioranza che sembrava monolitica, sotto la guida di Augusto Rollandin), si stanno verificando degli spostamenti di equilibri che sembravano immutabili.
Le scosse di assestamento non si notano solo all'interno del partito di maggioranza relativa (con la nascitadi una nuova formazione), ma sembrano udirsi anche all'interno di ALPE e, ora della Fédération Autonomiste.

In questo scenario il PD della Valle d’Aosta sta portando avanti una linea politica molto chiara: partendo dalla storica vittoria di quel referendum e passando per lo straordinario successo delle primarie“Italia bene comune” sta cercando di costruire una solida alleanza di centrosinistra e autonomista da contrapporre all'attuale maggioranza regionale,non solo per le prossime scadenze elettorali (politiche e regionali) ma per dare una prospettiva di governo alla Valle d’Aosta.
Questa scelta, secondo me condivisibile, ha comportato la necessità di rinunciare (in questa fase) alle primarie per la scelta dei candidati alla carica di Senatore e Deputato perché più che una mera competizione sui nomi,oggi è importante costruire un progetto condiviso per il futuro. Un progetto chiaramente alternativo e di lungo respiro che non si limiti a “rattoppare un pantalone ormai consumato, ma che abbia il coraggio di cambiare vestito”.

Ecco perché la costruzione di una coalizione di centrosinistra autonomista è oggi uno degli obiettivi prioritari visto lo smottamento in atto nell'area autonomista e la necessità di dare una prospettiva diversa ai cittadini valdostani. L’obiettivo non è dunque solamente mandare due parlamentari a Roma, ma giocare una partita a tutto campo per governare la nostra regione nel prossimo decennio.

Se questo è l’obiettivo condiviso, il voto del 24 febbraio diventa determinante. La sottoscrizione di un accordo con la coalizione guidata da Pier Luigi Bersani, il recupero di una dignità istituzionale tra Regione e Stato con accordi chiari nel rispetto reciproco, la necessità di orientare la politica economica sia nazionale, sia regionale su scelte compatibili con la tutela ambientale e lo sviluppo di una economia sostenibile, la difesa del Welfare state e delle politiche sociali che la nostra società ha saputo costruire (soprattutto nella nostra regione) pur consapevoli che una riorganizzazione è necessaria, l’attenzione particolare verso un nuovo sistema di istruzione universitario che abbandoni il gigantismo e l'autarchia di questi anni e diventi invece un ponte verso il mondo del lavoro e, infine, l’abbandono di un sistema regione-centrico per abbracciare una sana economia di mercato con la creazione di un distretto insieme al canavese.

Questi i punti che, a mio modesto parere, dovrebbero costituire il cardine di un’Agenda per la Valle d’Aosta.

Ma questa prospettiva non potrà che attuarsi avendo ben presente due linee di indirizzo.
La crescita di una forza di centrosinistra laica, liberale, plurale, inclusiva, federalista, europeista che, perseguendo l'obiettivo dell'unità e della sintesi si ponga come interlocutore credibile (e non subalterno) con le forze autonomiste per lavorare ad una prospettiva di governo nei prossimi anni. In secondo luogo, questa rinascita valdostana non potrà che avvenire con un forte ricambio dell'attuale classe dirigente. Il tema della "rottamazione" è forse entrato definitivamente nell'attualità politica ed è questa una delle vittorie più significative di Matteo Renzi. Il PD, sia a livello locale sia a livello nazionale, sta perseguendo questa strada (anche se, talvolta, a fatica); ora tocca anche alle altre forze politiche fare un passo avanti in questa direzione e è bene non lascersi ingannare dai facili cambi di casacca o dai posizionamenti dell'ultimo minuto. 


lunedì 20 agosto 2012

Le ultime news da Rhemes


Siamo ormai giunti agli sgoccioli di questa stagione estiva e ci prepariamo ad un autunno che si preannuncia molto caldo. Non solo perché dovremo far fronte ai nuovi tagli imposti dalla c.d. "spending review" ma anche perché da noi in Valle d'Aosta si svolgeranno le elezioni comunali a Courmayeur (test sempre molto importante) e, salvo sorprese, il referendum propositivo volto ad impedire tecniche di smaltimento dei rifiuti "a caldo", quindi anche il c.d. "pirogassificatore" ipotizzato dalla regione.

Nel frattempo il Comune di Rhemes-Notre-Dame, dopo aver organizzato (anche grazie al prezioso contributo di associazioni locali e operatori turistici della zona a cui va un ringraziamento importante) un fitto calendario di eventi estivi, all'ultimo minuto è riuscito ad organizzare un nuovo evento per il prossimo 28 agosto, contattando il consigliere regionale della Lombardia e componente della Direzione nazionale del PD, Giuseppe "Pippo" Civati che ci presenterà il suo ultimo libro.

Infine, ma non meno importante, è in distribuzione in questi giorni l'ultimo numero (il terzo, per la precisione) dell'opuscoletto sulla "trasparenza amministrativa" del nostro Comune. Come potrete notare è stata rinnovata la veste grafica e si è deciso, anche per rispettare l'ambiente, di farlo stampare su carta riciclabile.

Buona lettura!

mercoledì 4 luglio 2012

Un nuovo modello di sviluppo


Se i tagli della spending review per le Regioni a Statuto Speciale sono questi per la Valle d'Aosta si prospettano minori risorse per circa 29 milioni di euro già sul 2012, circa 58 milioni di euro per il 2013 fino a salire a circa 87 milioni nel 2014. E poi i tagli alla sanità, le indicazioni sulla centralizzazione degli acquisti, il blocco delle assunzioni anche per gli enti locali fino ad arrivare agli obblighi di associazione per i comuni più piccoli (sotto i  3.000 abitanti nelle zone di montagna che da noi interessano quasi tutti i comuni).
Aggiungiamoci il taglio dei Giudici di Pace e dei Tribunali minori che comporterà una modifica sostanziale anche per quanto riguarda la giustizia, sia civile che penale, cui fino ad oggi eravamo abituati. Nel distretto della Corte di Appello di Torino, oltre al Tribunale di Aosta, ci sono altri 16 Tribunali sparsi nel piemonte, di cui 2 in particolare più vicini a noi: Ivrea e Biella. Non ho idea di come verranno riordinati ma qualche scompenso lo subiremo anche noi.
Ed ora la politica locale tornerà a lamentarsi dello Stato cattivo che nega l'autonomia alla nostra piccola regione e ci prevarica su diritti riconosciuti persino dallo Statuto speciale che è norma costituzionale, salvo scoprire che tutti i ricorsi alla Corte Costituzionale che la regione ha fatto dal 2010 ad oggi sono stati regolarmente bocciati. Risultato: le norme si applicano anche da noi, non perché i ministri sono brutti e cattivi ma semplicemente perché le norme vengono introdotte come coordinamento della finanza pubblica e, in quanto tali prevalgono anche per le regioni speciali.
Credo che ormai sia ampiamente finito il tempo dei piagnistei e occorra cambiare la mentalità e l'approccio politico a questa crisi.
L’attuale modello di sviluppo della nostra regione, basato esclusivamente sulla spesa pubblica – bisogna pur riconoscerlo – ha avuto un ruolo fondamentale per la crescita della Valle d’Aosta negli ultimi 30 anni. A partire dal riparto fiscale ottenuto alla fine degli anni '70 questo modello ha creato benessere e piena occupazione ma anche delle enormi storture che sono sotto gli occhi di tutti.

Questa crisi economica ci ha fatto capire molto bene come una società non possa crescere sui debiti, non possa vivere al di sopra delle proprie possibilità (se non per un breve periodo di tempo). Ed allora il sistema Valle d’Aosta va riformato, va reso sano, va creata economia e crescita. 
Diventa quindi indispensabile creare un nuovo modello di sviluppo valdostano che non si limiti - come si cerca maldestramente di fare oggi - a rattoppare un pantalone ormai vecchio e consumato, ma che abbia il coraggio di costruirsi un vestito nuovo – su misura – per un’autentica rinascita valdostana.

E' del tutto evidente che occorre studiare un nuovo modello di crescita ed equità per la nostra regione muovendosi lungo due binari: favorire l’ingresso dei privati in alcune società pubbliche al fine di recuperare fondi necessari per investire in un modello distrettuale.
Privatizzare oppure esternalizzare non può più essere considerato un tabù.
Mi riferisco in particolare alla CVA, al Casinò e ad alcune grandi stazioni sciistiche.
Quanto alla prima credo che una sua quotazione in borsa mantenendo una quota significativa in capo alla Regione (30 - 35%) consentirebbe alla società di crescere non solo in Italia ma anche all’estero (già oggi è una delle 10 società di produzione elettrica italiana) e l’ente pubblico manterrebbe un controllo strategico su scelte vitali (mantenimento della sede in valle, tutela dell’occupazione, ecc..).
Quanto alla seconda ritengo inutile spendere milioni di euro per ristrutturare il Casinò e dotarlo di strutture alberghiere di lusso facendo concorrenza all’unico settore privato (quello alberghiero appunto). Più logico sarebbe coinvolgere i capitali privati mediante una finanza di progetto con la quale chi vince la gara ristruttura il complesso (Casinò e alberghi) e lo gestisce per 20-30 per rientrare dell’investimento. Di vitale importanza anche il controllo sulla casa da gioco: perché non siglare un accordo con la Banca d'Italia e la sua filiale valdostana attribuendo ad essa il controllo? In fondo la casa da gioco raccoglie denaro esattamente come una banca... 
Infine, quanto ad alcuni impianti di risalita si dovrebbe continuare nella politica di aggregazione per macro aree e, ferma la proprietà pubblica delle infrastrutture, procedere ad una gestione privata dei comprensori che verrebbero così sgravati dai pesanti costi di manutenzione straordinari degli impianti. 
Tale politica di privatizzazione, studiata e governata (non improvvisata e confusa come quella messa in atto dalla Regione con i forestali) deve essere finalizzata al recupero di denaro da investire in una economia distrettuale. Il problema che dobbiamo porci è quale modello distrettuale – inteso come forma di organizzazione della produzione della piccola e media impresa, in cui il territorio svolge la funzione di infrastruttura di integrazione economica, istituzionale e cognitiva – si possa immaginare per il futuro della Valle d’Aosta? Io credo che ad un ovvio distretto turistico debba essere affiancato un distretto legato alla “green economy”, alle energie rinnovabili, alle soluzioni per l’efficienza energetica e a tutte quelle soluzioni di alta specializzazione in questo settore e/o comunque legati alla montagna.

Per raggiungere questo obiettivo strategico, però, è necessaria un’istruzione di eccellenza legata al territorio.
Negli ultimi vent’anni le due riforme più importanti dell’Università (l’introduzione dell’autonomia universitaria ed il modello 3+2) hanno prodotto una notevole espansione dell’offerta universitaria, alla quale ha contribuito in maniera determinante una domanda crescente di istruzione universitaria proveniente dai diplomati della scuola secondaria, così come la pressione degli enti locali, che consideravano motivo di prestigio avere l’università sotto casa. Ma l’aumento dell’offerta universitaria e il conseguente aumento di iscritti all’università non si è tradotto in un complessivo aumento di laureati, segno evidente che ancora oggi esistono troppi abbandoni e il modello 3+2 ha finito con il creare un livello di laurea, quello triennale, poco spendibile perché non ritenuta particolarmente formativa dalle imprese.
Sostanzialmente ciò che è avvenuto anche in Valle d’Aosta.
Mi domando: ha senso in un contesto di recessione, con tagli ingenti al bilancio pubblico investire oltre 100 milioni di euro per costruire un campus universitario senza sapere come riempirlo di contenuti e per circa 1.200 studenti, tanti quanti un qualsiasi liceo di una grande città?
Che senso ha mettere in piedi un'università che non potrà mai avere dimensioni tali da poter svolgere una vera ricerca?
Nell'ottica della creazione di un modello di sviluppo distrettuale non è forse più utile, per la Valle d’Aosta, investire in scuole di specializzazione che possano favorire l’apprendistato mediante uno stretto legame con le imprese sul territorio?
In chiaro: l'università oppure chiamiamola "scuola di specializzazione" insieme ad un numero di imprese localizzate sul territorio dovrebbe istituire un corso di laurea triennale di specializzazione tecnica. Lo studente lavoratore acquisirà metà dei crediti del corso in azienda e metà dei crediti in università. Sia le imprese che l’università metteranno a disposizione un tutor che seguirà il ragazzo in università e in azienda. Lo studente sarà formalmente impiegato presso l’impresa con un contratto di apprendistato della durata di tre anni, ma l’azienda non avrà alcun obbligo di assumere il giovane con un contratto unico di inserimento alla fine del triennio.
Per rimanere in tema, questo tipo di percorso didattico può facilmente essere intrapreso per le professioni turistiche, ma anche per le professioni legate alla montagna e alla tutela ambientale, oltre che per le professioni sanitarie. 
Ma ciò non basta!
E' necessario creare sinergia con i territori vicini del canavese e del biellese. Un territorio importante che ha bisogno di reinventarsi una politica industriale che non può che avvenire insieme, mediante un unico distretto integrato con la nostra bassa valle.
E' finito il tempo dell'autarchia: non possiamo più permetterci di costruire il nostro piccolo aeroporto, la nostra piccola università, la nostra piccola metropolitana... Forti delle competenze che abbiamo e delle risorse che ancora ci restano dobbiamo riconvertire la nostra economia in una economia di mercato.
Questo obiettivo, però, presuppone una nuova classe politica: fino ad oggi abbiamo visto solo idee vecchie e ormai superate. 


lunedì 21 maggio 2012

I ballottaggi delle elezioni amministrative...



... possono essere riassunti così:

  1. Il centrosinistra in generale e il PD in particolare hanno vinto nella grande maggioranza dei comuni più grandi;
  2. La vittoria del candidato del Movimento 5 Stelle a Parma e in altri centri minori come Comacchio e Mira è un dato da non sottovalutare. In particolare a Parma il candidato M5S ha triplicato i voti, passando da 17 mila a 51 mila, mentre il candidato del PD ha confermato i voti sia nel primo turno che nel secondo (circa 39 mila).
  3. Le attese vittorie di Doria e Orlando a Genova e Palermo. Nel primo caso il PD ha perso le primarie e ha vinto le elezioni con un candidato di SeL (dei 24 seggi spettanti alla coalizione vincente su 40, ben 12 però vanno al PD e 6 alla lista Doria: i democratici sono comunque determinati); nel secondo caso il PD ha perso le primarie con la Borsellino e ha perso le elezioni con Ferrandelli: qui c'è poco da dire se non che Orlando ha ancora una presa politica molto forte sulla città (ma non venitemi a parlare di rinnovamento, per favore!) e il PD paga l'incapacità di scegliere se stare con o contro il governatore Lombardo;
  4. La grave sconfitta del PdL che conserva solamente 3 capoluoghi di provincia;
  5. La scomparsa della Lega che perde 7 ballottaggi su 7.
Ora molto si può dire e molto si dirà ma alcuni commenti posso sicuramente condividerli: su Grillo e il M5S, sulla portata generale di queste elezioni, sui pronostici per le prossime elezioni politiche

E' del tutto evidente che il sistema come lo abbiamo conosciuto negli ultimi 20 anni si sta sfasciando e, soprattutto al Nord, non possiamo nasconderci che la vittoria arriva anche perché il cdx non esiste più, almeno non come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi.
Preoccupa l'astensione, ma la tempo stesso può essere la carta vincente del csx e del PD: si apre una prateria che può essere attraversata in lungo e in largo solo se saremo in grado di rinnovarci nella classe dirigente ed offrire un'alternativa credibile con pochi e chiari punti programmatici.

PS: piccolo aggiornamento sul punto n. 2. Analisi dell'Istituto Cattaneo sui flussi elettorali tra il 1° e il 2° turno a Parma: qui. Questa frase, in particolare: "La capacità del candidato del Movimento 5 stelle di mobilitare gli elettori che al primo turno avevano votato per altri candidati emerge con chiarezza anche dalla tabella 3: su 100 voti a Pizzarotti, solo 1/3 è dovuto a elettori che lo avevano votato al I° turno; il restante 2/3 è dovuto a elettori che avevano votato diversamente, in primis Ubaldi (area di centro) e Ghiretti (area civica). Anche una certa quota di elettori che si erano astenuti al I° turno lo hanno votato: probabilmente elettori critici verso il sistema dei partiti riconquistati al voto dalla possibilità di successo di un candidato alternativo alla politica tradizionale."