martedì 21 aprile 2015

Appello dell'ANPI in vista del voto


L'ANPI ha rivolto ai candidati e alle candidate delle prossime elezioni amministrative un appello che mi sento di condividere e sottoscrivere.
La necessità di riaffermare i valori dell'antifascismo sono quest'anno ancora più forti proprio a 70 anni dall'anniversario della Liberazione. L'appello è ancor più condivisibile perché l'Associazione dei Partigiani ci ricorda come l'esercizio del voto sia un diritto ma anche un dovere di ogni cittadino perché appunto la sovranità appartiene al popolo.
Le richieste, infine, sono ampiamente condivisibili: la partecipazione alle manifestazioni organizzate dall'ANPI per promuovere le sue iniziative è attività che, come uomo di partito e uomo di sinistra, ho sempre fatto volentieri e con convinzione. Quanto al prendersi cura dei cippi e delle lapidi presenti sul territorio mi viene in mente quella qui sopra, la lapide in Via Festaz, davanti all'Istituito Manzetti, che avrebbe bisogno di una piccola cura, anche in segno di rispetto verso chi ha combattuto per la nostra libertà.
Ricordiamone, quindi, storia e contenuto.

Processato nel 1947 per crimini di Guerra (Fosse Ardeatine, Marzabotto e altre orrende stragi di innocenti), Albert Kesselring, comandante in capo delle forze armate di occupazione tedesche in Italia, fu condannato a morte. La condanna fu commutata nel carcere a vita. Ma già nel 1952, in considerazione delle sue "gravissime" condizioni di salute, egli fu messo in libertà. Tornato in patria fu accolto come un eroe e un trionfatore dai circoli neonazisti bavaresi, di cui per altri 8 anni fu attivo sostenitore. Pochi giorni dopo il suo rientro a casa Kesselring ebbe l'impudenza di dichiarare pubblicamente che non aveva proprio nulla da rimproverarsi, ma che - anzi - gli italiani dovevano essergli grati per il suo comportamento durante i 18 mesi di occupazione, tanto che avrebbero fatto bene a erigergli... un monumento.

A tale affermazione rispose Piero Calamandrei, con una famosa epigrafe (recante la data del 4.12.1952, ottavo anniversario del sacrificio di Duccio Galimberti), dettata per una lapide "ad ignominia", collocata nell'atrio del Palazzo Comunale di Cuneo in segno di imperitura protesta per l'avvenuta scarcerazione del criminale nazista. L’epigrafe afferma:
 
Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.

Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.

Ma soltanto col silenzio del torturati
più duro d'ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.

Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA

Testo introduttivo a cura dell'ANPI

domenica 19 aprile 2015

Apertura campagna elettorale comunali Aosta


Ed eccoci alla fine di questa serata.

Abbiamo ascoltato importanti contributi da parte di tutte le forze politiche che sostengono questa coalizione, e nella seconda parte, una piacevole chiacchierata - con Antonella - grazie alla quale ci avete conosciuto un po' meglio... chi siamo, ma soprattutto cosa vogliamo fare, per la città e per tutti voi.

Vorrei spendere due parole per raccontarvi perché ho deciso di candidarmi;

Perché ho deciso di lanciarmi in quest'avventura;

Perché ho deciso di metterci la faccia e rischiare in prima persona.

Ebbene io credo che ci siano dei momenti in cui sia necessario "fare la cosa giusta".

Non è facile da spiegare.

È come quando incontri una persona speciale e, in poco tempo, decidi che la devi sposare. Non hai ben capito cosa stai facendo, ma sai che "stai facendo la cosa giusta".

È come quando sei di fronte ad un bivio e, anziché imboccare la via più semplice, quella più agevole, percorri l'altro sentiero, quello tortuoso, quello che sale, quello più difficile.

Non sai bene il perché, ma sai, lo senti, lo percepisci che "stai facendo la cosa giusta".

E la cosa giusta da fare in questo momento è uscire dall'impasse che ci blocca, da due anni a questa parte, mentre il mondo intorno a noi continua inesorabilmente a cambiare.

E quando ci sono delle scelte fondamentali da fare, quando occorre prendere delle decisioni non semplici, allora è indispensabile che chi ha responsabilità politiche di primo piano si metta in discussione, raccolga la sfida e provi a cambiare lo schema di gioco.

Sin dalla mia elezione a segretario del Partito Democratico della Valle d'Aosta ho lavorato per aprire un canale di dialogo tra le forze politiche presenti in Consiglio regionale e per superare quella contrapposizione sorda che non permetteva alla Politica (quella con la P maiuscola) di riprendere la sua attività principe: trovare soluzioni ai problemi dei cittadini.

Oggi siamo qui, con grande soddisfazione, tutti assieme, a raccogliere i frutti di questo percorso.

Siamo l’unica grande e vera coalizione, nata per unire e non per dividere, nata per i cittadini e non contro qualcuno, nata solo per il bene della città.

Vorrei sintetizzare l’Aosta che vorrei tra 5 anni, con 3 parole.

La prima è TRASPARENZA.
Trasparenza nella Pubblica Amministrazione e nei confronti dei concittadini perché l'imparzialità e il buon andamento non sono solo concetti astratti ma devono diventare un impegno concreto.
Trasparenza come sinonimo di onestà. Perché non basta che gli amministratori siano bravi e competenti. Dobbiamo pretendere che siano onesti per riconquistare la fiducia e la stima dei cittadini.

La seconda parola è INNOVAZIONE.
Innovazione per disegnare una vera smart city a cominciare dall'introduzione in Comune di “software libero” per ridurre i costi di gestione, proseguendo con l'estensione delle zone wi-fi e, infine, per esempio sostituendo i punti luci con moderne lampade a LED che riducono i consumi e, di conseguenza, la spesa corrente.
Innovazione che dovrebbe diventare un concetto generale e trasversale da applicare in tutti i settori: dal sociale al turismo, dal patrimonio pubblico all'istruzione, dallo sport alla cultura. Ecco perché credo che la delega all'innovazione debba rimanere in capo al Sindaco per farne un punto di forza e una linea strategica della futura Amministrazione.

Infine, la terza parola è LAVORO intesa non nel senso di creazione diretta di posti di lavoro (che non è compito direttamente del comune) ma come obiettivo che l'Amministrazione locale deve cercare di raggiungere nello svolgimento dei suoi compiti.

Siamo una Repubblica fondata sul lavoro e ogni ostacolo rimosso, ogni aiuto fornito, ogni impedimento burocratico eliminato, ogni agevolazione concessa possa portare ad aumentare il lavoro, alla piena realizzazione dei cittadini e alla creazione di una società più giusta.

Perché l'obiettivo ultimo di chi fa politica è tracciare una via e accertarsi che nessuno rimanga indietro.

È per tutte queste ragioni, dunque, che sono qui, ancora una volta, a chiedervi – se amate davvero Aosta, e di questo ne sono certo - di sostenere con forza questo progetto.

Di uscire da qui, questa sera, e andare tra la gente (come faremo io e Antonella) e con la gente, a spiegare, con convinzione, la validità di questo progetto. Questo progetto siamo noi. Siamo tutti noi!

Questa coalizione può governare Aosta. Può farlo bene e lo farà.

Aosta non è un sogno. Aosta siamo noi.
Siamo in tanti e #insiemesipuò!
Grazie!

giovedì 29 gennaio 2015

Per fare un po' di chiarezza...

Carissime e Carissimi,

il nostro Partito si è caratterizzato nel corso dei decenni per il vivo senso di responsabilità, morale e politica, nei confronti della comunità in cui opera: si tratta non di una semplice bandiera, ma di un punto d’onore e d’orgoglio che radica il nostro modo di essere di sinistra nella realtà e al contempo ci rende capaci di guardare al di là di essa, in una prospettiva di cambiamento e progresso sociale. Di qui la nostra convinzione che la Politica non sia mera contabilità economica, gestione asettica di un corpo sociale, bensì un’appassionata ricerca della maniera migliore di stare insieme, di una “nuova frontiera” verso cui provare a dirigersi.

Ed è con tale atteggiamento che sin dalla scorsa estate abbiamo ritenuto doveroso, anzitutto nei riguardi dei cittadini valdostani, non rifiutare a priori i momenti di confronto con altre forze politiche nel tentativo di superare al più presto l’impasse politico-istituzionale determinatasi a marzo 2014. Purtroppo quel percorso di dialogo si è ben presto interrotto, anche se non per volontà o colpa del PD.

Ora, tuttavia, anche la Giunta attualmente in carica ha più profondamente preso coscienza dello stallo a cui, per un anno e mezzo, i particolarismi miopi della maggioranza e, purtroppo, di una parte dell’opposizione hanno costretto la nostra comunità dilazionando senza fine il momento del redde rationem, la resa dei conti non tra gruppi consiliari, ma con le aspettative e le urgenze dei cittadini.

Sia ben chiaro: la linea che è emersa all’ultima Direzione del 18 gennaio e che è stata votata all’unanimità, non implica una prona accettazione dei dettami altrui. Non ce lo consente il rispetto che abbiamo nei confronti della nostra storia, dei nostri valori e delle persone che li rappresentano. Non ce lo consente la nostra collocazione, politica e ideale, entro un quadro molto più ampio di quello ossessivamente “contemplato” dalle forze autonomiste: siamo una forza politica regionale, e nazionale, ed europea, e ciò ci arricchisce, ci complica, ci problematizza e però ci rende capaci di dare risposte vere al domani.

La Direzione regionale del PD VdA ha dato mandato alla commissione politica di sondare la possibilità di trovare una via, un percorso comune con Union Valdôtaine, Union Valdôtaine Progressiste e Stella Alpina. Lo faremo con serietà, rigore, preoccupazione costante di prendere la decisione migliore per tutti noi e per la nostra Regione.

Lo faremo senza preconcetti, senza vuote polemiche. Lo faremo con la consapevolezza che il Partito Democratico della Valle d’Aosta ha qualcosa di più e di meglio da dire e da fare rispetto a partiti autonomisti che vivono nella mitologia più che nella realtà. Lo faremo partendo dal presupposto che il Partito Democratico può anche, per una serie di circostanze, rimanere all’opposizione, anche per anni, ma è fisiologicamente votato non a rimanere su una torre d’avorio, non a difendere il proprio cortile, ma al governo, al fare, all’agire, all’operare tra le donne e gli uomini.

Pubblico per intero la lettera che la Segreteria del Partito Democratico della Valle d'Aosta ha voluto inviare ai propri iscritti per cercare di spiegare i passaggi e le scelte politiche che si stanno facendo in questi giorni. Lo faccio per chiarezza nei confronti di tutti e non solo degli iscritti, rammaricandomi che una comunicazione interna sia stata veicolata all'esterno violando una semplice regola di convivenza reciproca (l'appartenenza ad un partito). Lo faccio perché molti, troppi, stanno piegando a proprio uso e consumo la lettera, a seconda delle convenienze.

Dall'inizio della legislatura regionale ad oggi il PD ha fatto un percorso lineare e chiaro di fronte agli elettori, magari non condivisibile, ma sicuramente alla luce del sole.

Dopo l'apertura formale della crisi con l'approvazione di una mozione che chiedeva le dimissioni del governo regionale e del suo Presidente, abbiamo seguito convintamente la linea poi sfociata nel documento della "Renaissance". Lo abbiamo fatto con convinzione, anche se qualcuno (come il sottoscritto) aveva manifestato dei dubbi o delle riserve. Per far fronte alla necessità impellente di formare un governo alternativo io stesso, in uno dei tanti tavoli politici della scorsa primavera, avevo avanzato l'idea di costituire un governo anche di soli 18 consiglieri (e, quindi, strutturalmente debole per sua natura) pur di superare lo stallo che si era creato. Alla fine, va ricordato che all'atto pratico non è stato il PD Sinistra VDA a sottrarsi a questa responsabilità ma sono stati i consiglieri del Movimento 5 Stelle a sfilarsi, non assumendosi la responsabilità in prima persona di sottoscrivere una mozione di sfiducia costruttiva che avrebbe determinato la caduta di quel Presidente tanto inviso a tutti.

Forse ci si dimentica troppo spesso di quei passaggi e delle conseguenze che ne sono derivate: il successivo Rollandin-bis nasce proprio sul fallimento di quella esperienza, benché nasca ancora una volta debole e senza prospettive future.

Subito dopo si apre una prima fase di trattative che vedono coinvolti il PD e l'Alpe. Allora, come oggi, chi è escluso dai tavoli urla all'inciucio e all'accordo segreto. Il tempo ha però dimostrato che la trattativa, poi non andata in porto, si è svolta sulla base di punti programmatici e sulla richiesta di discontinuità e cambiamento.

Oggi si è aperta una nuova fase di dialogo, assai complessa e difficile da gestire, ma il mandato che abbiamo ricevuto all'unanimità dal nostro Partito è molto chiaro: ogni ipotesi di ragionamento è subordinato alla definizione di alcuni punti di programma chiari e finalizzati a marcare un reale cambiamento nella gestione e nel modo di operare nella nostra Regione. Senza questo netto cambiamento non ci potrà essere condivisione ed ognuno tornerà sulle rispettive posizioni.

In questi mesi dunque, il PD da una parte e il gruppo PD sinistra VDA dall'altra non hanno aperto tavoli segreti con nessuno: hanno fatto incontri politici con le diverse forze presenti in Consiglio Valle alla luce del sole, dietro ampio mandato della direzione del proprio Partito e coinvolgendo le forze politiche che compongono la nostra lista.

L'assunto che il PD sia un partito di governo fisiologicamente votato non a rimanere su una torre d’avorio, come invece ha fatto per esempio il M5S a livello nazionale, ritengo che sia una valutazione assolutamente lecita, tanto più se indirizzata ad una cerchia ristretta come  dovrebbe essere - e qui ahimè il condizionale è d'obbligo- quella dei soli tesserati. Allo stesso modo, la visione che un Partito nazionale ha dell'autonomia e del nostro particolarismo non è coincidente con quella degli autonomisti, è del tutto evidente... Altrimenti oggi saremmo tutti iscritti a movimenti autonomisti! Mi sento anzi di poter rivendicare con orgoglio una vocazione nazionale ed europea che gli altri non hanno, o meglio che forse hanno avuto in passato ma che oggi sembrano aver smarrito.

Al netto delle polemiche, rimane un dato inequivocabile: da quasi un anno, la Regione è bloccata nel suo operare da una contrapposizione che sembra non aver fine, e i cittadini si aspettano, ora più che mai, che la politica si assuma la responsabilità di prendere delle decisioni.  E, alla fine, mi ritrovo ancora una volta a dire che io non vedo altra via d’uscita: se altri non la sentono, siamo noi che dobbiamo sentire il peso di questa responsabilità.

mercoledì 24 dicembre 2014

Idee per la legge elettorale comunale

Il Partito Democratico della Valle d’Aosta ha ribadito, nell'ultima assemblea regionale, che l’elezione diretta del sindaco sia una scelta ineludibile ed un indice fondamentale di democrazia per le nostre comunità locali, nonché fonte di chiarezza nei confronti dei cittadini. 
Il mantenimento di un rapporto diretto tra il primo cittadino e i suoi elettori deve caratterizzare, a nostro parere, tutti i comuni indipendentemente dalla loro dimensione demografica, così come avviene in tutta l’Italia. Ciò eviterebbe anche di creare confusione e dubbi sulla legittimazione del sindaco stesso, venendosi a creare, se la riforma attualmente all’esame del Consiglio Regionale passasse, due tipologie diverse di sindaci, quelli eletti direttamente dalla popolazione (nei comuni più grandi) e quelli  scelti dal consiglio comunale (nei piccoli).
Al fine di mantenere l’elezione diretta del primo cittadino, e consapevoli che una riforma della legge elettorale debba essere la più ampia e condivisa possibile, si potrebbe sperimentare, per i soli comuni sotto i 300 abitanti, una modalità di elezione che possa in qualche modo coniugare il sistema proporzionale con "panachage" e l'elezione diretta del sindaco:
- ipotizzare un consiglio comunale di 7 membri compreso il sindaco, eliminando la giunta e attribuendo i compiti dell’organo esecutivo direttamente all’organo assembleare, al fine di incentivare la partecipazione ed il coinvolgimento degli eletti;
- prevedere un sistema di elezione del consiglio/giunta proporzionale senza premio di maggioranza con l’introduzione del meccanismo del c.d. “panachage” (possibilità per l’elettore di votare una lista e di esprimere fino a 7 preferenze anche su liste diverse) e introdurre un secondo turno che preveda l’elezione diretta del sindaco scelto tra i consiglieri eletti.
Questa sperimentazione dovrebbe inoltre prevedere che:
- l’approvazione di una mozione di sfiducia votata dalla maggioranza dei consiglieri assegnati determini la decadenza del sindaco e dell’intero consiglio comunale;
- in caso invece di dimissioni del sindaco presentate al protocollo dell’ente subentri il primo dei non eletti; il primo cittadino sarebbe  sostituito temporaneamente dal consigliere più anziano che avrebbe l’obbligo di indire le elezioni per il nuovo sindaco, da tenersi nei successivi 15 giorni.
Con ciò, si introdurrebbe il sistema del “panachage” nei comuni più piccoli con il ritorno ad un sistema proporzionale, si aumenterebbero i compiti e il peso del consiglio comunale che assommerebbe alle sue funzioni anche quelle della giunta e si manterrebbe un rapporto diretto tra cittadini e sindaco.

domenica 9 novembre 2014

Obama, il Partito della Nazione e la Valle d'Aosta



Si sono svolte le c.d. elezioni di "midterm" in America. In palio c'erano il rinnovo dell'intera Camera dei rappresentanti e di un terzo del Senato, oltre alla poltrona da governatore in 34 Stati. Visti i risultati lo spauracchio dei democratici è un presidente "anatra zoppa" che negli ultimi due anni del suo mandato non riuscirà a portare avanti la propria agenda come vorrebbe.
Molti commentatori si sono immediatamente lanciati in un bilancio assai negativo della Presidenza Obama che tra due anni, allo scadere del suo secondo mandato, non potrà più esercitare la presidenza della più grande potenza mondiale.
Io invece credo che la Storia si incaricherà di dare di lui un giudizio meno negativo di quanto invece facciano oggi i suoi contemporanei.
E' uscito in questi giorni un bellissimo articolo sulla rivista Internazionale tradotto dalla rivista americana Rolling Stone, di Paul Krugman, premio Nobel per l'economia nel 2008, che invece sottolinea come la presidenza Obama, nonostante una delle crisi più dure e profonde dall'inizio del secolo scorso, abbia prodotto delle riforme che renderanno migliore gli Stati Uniti nel prossimo futuro e sono destinate ad incidere positivamente sulla vita di milioni di cittadini americani.
In particolare Krugman cita la riforma sanitaria (nota anche come Obamacare) quale punto principale e qualificante dell'attuale Presidente americano. Nel 2010, dopo la rimonta del repubblicani, la riforma ha subito duri attacchi, è riuscita a passare quasi indenne dall'esame della Corte Suprema e ha visto parecchi Stati governati dai repubblicani fare un vero e proprio ostruzionismo all'applicazione di questa importantissima riforma. Oggi, nel 2014, diverse indagini indipendenti stimano con assoluta certezza una netta diminuzione del numero di americani senza assicurazione sanitaria. E' vero che permangono molte persone senza la copertura sanitaria ma con l'introduzione dell'Obamacare porta un grande miglioramento nella qualità della vita per decine di milioni di cittadini americani che avranno cure migliori spendendo meno. E proprio sull'aspetto dei costi si stanno registrando le sorprese più interessanti: nel 2014, grazie agli accordi stipulati con le compagnie assicurative, i premi delle polizze sono stati nettamente inferiori a quelli inizialmente previsti dall'ufficio del bilancio del Congresso. In altre parole, quella della riforma sanitaria sembra la storia di una grande successo politico. Un successo che non si limita a smentire le previsioni catastrofiche della destra ma che, considerata la riduzione della spesa sanitaria, demolisce l'intera ortodossia conservatrice secondo cui l'unico modo per limitare i costi della sanità è quello di smantellare ogni garanzia. Quello a cui stiamo assistendo è un significativo controllo della spesa attraverso una serie di piccoli cambiamenti nel modo di pagare l'assistenza sanitaria, che non solo lasciano intatte le garanzie di base ma le estendono a molti più cittadini di tutte le età. La riforma sanitaria ha quindi prodotto un grande miglioramento nella società statunitense che quasi sicuramente durerà nel tempo.
Si poteva fare di più? si può sempre fare di più ma con l'evidente rischio che una volta al governo i repubblicani (e in un sistema bipolare prima o poi succede) avrebbero smantellato quella riforma (un po' com'è successo in Spagna quando è salita al governo la destra che ha smantellato la riforma di Zapatero sui matrimoni tra persone dello stesso sesso).
Sta tutta qui l'essenza di un vero riformismo che sia slegato da componenti ideologiche: quando Obama finirà il suo mandato ci saranno milioni di statunitensi che avranno tratto vantaggio personalmente dalla riforma sanitaria e quindi sarà impossibile tornare indietro.

In Italia, ultimamente, si discute appassionatamente di come Matteo Renzi abbia o voglia trasformare il Partito Democratico in una sorta di Balena Bianca di democristiana memoria, ovvero tenda ad occupare il centro della scena politica, quando non la destra, per realizzare un partito egemone, che tagli le ali estreme e possa governare al centro (come appunto fece la DC). Spesso viene identificato questo tentativo con la mutazione genetica del PD in un PdR (il Partito di Renzi) o, più spesso ancora, si sente parlare di Partito della Nazione ad indicare proprio questo tentativo di Renzi di staccarsi dall'immagine classica della sinistra o delle socialdemocrazie (e la riforma del lavoro con il superamento dell'art. 18, oppure lo scontro, anche violento, con il sindacato vanno in quella direzione) per costruire qualcosa di diverso che vada "oltre" il Partito Democratico o l'Ulivo come li abbiamo conosciuto fino ad oggi.
Io credo che questa sia una lettura sbagliata e parziale di ciò che sta avvenendo in Italia.
L'ascesa di Renzi nella politica italiana, avvenuta in maniera rapidissima e fulminante (io ricordo molto bene le primarie del 2012 e come il fenomeno Renzi fu sottovalutato e non compreso dal 99% del mondo politico dell'epoca) si muove in uno scenario che è diventato (dopo la caduta del muro di Berlino) molto fluido, in cui le fratture della società non corrono più lungo i classici assi che abbiamo conosciuto nel secolo scorso (contrapposizione tra capitale e lavoro e quindi la frattura tra destra sinistra, oppure la contrapposizione tra centro e periferie su cui si è costruita la frattura tra centralismo e autonomia/regionalismo), ma la società italiana si presenta con molteplici sfaccettature che sfuggono alle classificazioni sopra riportate.
Renzi ha capito molto bene che la crisi economica che stiamo ancora attraversando non può essere affrontata con gli schematismi a cui siamo stati abituati nei vent'anni di Berlusconi (schematismi replicati anche dalla sinistra). Come per la riforma sanitaria americana, quando verrà approvato il Jobs Act, ci saranno milioni di italiani che otterranno una serie di tutele che prima non avrebbero mai avuto, ci saranno molti cittadini che trarranno vantaggio da questo nuovo sistema di regolamentazione del lavoro che sarà poi impossibile tornare indietro.
Sarà la migliore riforma possibile in assoluto? Cero che no. Come per Obama bisogna fare i conti con la realtà, con le resistenze e con le mediazioni che la politica ci obbliga a fare, ma sarà sicuramente un passo avanti notevole.
L'obiettivo di Renzi quindi non è costruire un Partito della Nazione o una nuova DC, ma semplicemente costruire un contenitore che si posa adattare alle sue esigenze per creare un modello di società diverso dall'attuale. In tutti i sistemi bipolari (non necessariamente bipartitici) la vittoria di un partito o di una coalizione che ha l'ambizione di governare per un periodo medio-lungo (8/10 anni) durante il quale la necessità del leader è quella di plasmare la società secondo la propria visione per ottenere il consenso necessario ad affrontare le riforme che sono necessarie in quel contesto storico. E' ciò che fecero da una parte Regan e la Thatcher negli anni '80 e dall'altra Blair e Clinton negli anni '90. Nessuno, in quegli anni, si è mai sognato di pensare che il partito vincitore (che fossero i conservatori da un lato, o i progressisti dall'altro) avesse intenzione di creare un Partito della Nazione o che volesse creare una sorta di partito pigliatutto posto al centro della scena politica. Semplicemente sono arrivati al potere persone carismatiche che hanno piegato i partiti di riferimento alla loro visione e hanno cercato di incidere sulla società in cui vivevano, facendolo con il necessario cinismo o sano realismo che la situazione imponeva.
Ed è esattamente ciò che sta cercando di fare Renzi oggi in Italia: costruire un moderno partito riformista, slegato da ideologie del novecento, intenzionato a smuovere la società italiana e consapevole che tale obiettivo lo si raggiunge solo con una sana dose di realismo politico.

Ma cosa c'entra la Valle d'Aosta con Obama e con il Partito della Nazione. In verità ben poco, ma credo che l'argomentazione di cui sopra si cali perfettamente anche nella nostra piccola realtà.
Pochi giorni fa è apparso un articolo sul sito dell'Union Valdotaine in cui si prendeva atto che la drastica riduzione del bilancio regionale dal 2010 al 2014 comporta una definitiva modificazione del sistema economico e sociale della nostra regione.
Chi non è d'accordo su questa analisi? Più difficile concordare sulle cause di questa situazione, ma ovviamente non si può che concordare sulle conseguenze: occorre cambiare!
Mi permetto sommessamente di far notare come, su questo stesso blog, io sollevai questo problema due anni prima....
Serve anche qui ripensare al nostro sistema economico perché il mondo negli ultimi trent'anni è drasticamente cambiato, serve una nuova classe dirigente che possa ridisegnare la società valdostana per i prossimi trent'anni e per fare ciò io credo che ci voglia un nuovo patto tra gli autonomisti e i progressisti che ci permetta di superare questo momento storico.
Sin dal dopoguerra è sempre stato l'incontro tra la cultura autonomista e la cultura democratico/progressista il motore grazie al quale la Valle d'Aosta è progredita ed ha raggiunto i livelli di benessere odierni. Oggi serve un nuovo accordo tra un autonomismo diverso, meno ideologico e più contemporaneo e una cultura democratica/progressista anch'essa più aperta per costruire insieme un modello di sviluppo economico basato sull'economia di mercato, che favorisca la nascita di una imprenditoria locale adeguata, che sappia uscire dalla logica del controllo e della cooptazione fideistica da parte della politica sull'economia per sostituirla con il merito e la competenza.

sabato 9 agosto 2014

E ora?


Venerdì 8 agosto è stato approvato in prima lettura al Senato il DDL costituzionale "Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V della seconda parte della Costituzione" con una maggioranza ampia sebbene non dei 2/3 (soglia che impone il referendum popolare se non viene raggiunta nella seconda votazione).
L'approvazione del disegno di legge di riforma costituzionale in prima lettura al Senato è solo la prima tappa di un percorso ancora lungo, ma si può dire che l'Italia ha fatto un primo importante passo verso l'Europa.
Le polemiche - spesso pretestuose - che hanno accompagnato l'iniziativa del governo non hanno permesso di valutare con serenità la portata delle innovazioni introdotte.
Viene superato il bicameralismo perfetto con una camera che si occuperà prevalentemente della legislazione ordinaria e del rapporto fiduciario con il governo, viene razionalizzato e velocizzato il processo legislativo con una serie di norme che limitano drasticamente i decreti legge (una delle storture più evidenti della nostra legislazioni con problemi applicativi di non poco conto) prevedendo invece una corsia preferenziale per l'approvazione dei provvedimenti governativi di attuazione del programma.
Viene modificato il referendum abrogativo (innalzando a 800.000 le firme richieste per proporlo) abbassato drasticamente però il quorum per la sua validità: non più il 50% degli aventi diritto, ma il 50% dei votanti alle elezioni politiche precedenti. In base ai dati delle ultime politiche vuol dire meno del 38%. Con questo quorum uno strumento di democrazia diretta che era diventato inservibile torna ad essere un'arma utile nelle mani dei cittadini. In più resta in piedi anche il vecchio referendum abrogativo, con le sue 500.000 firme e il suo quorum al 50%. A ciò si aggiunga che all'articolo 71 della Costituzione viene aggiunto un nuovo comma (art. 11, comma 1, lettera c del DDL) che prevede che "al fine di favorire la partecipazione dei cittadini alle determinazioni politiche pubbliche, la legge costituzionale stabilisce condizioni ed effetti di referendum propositivi e d'indirizzo, nonché di altre forme di consultazione, anche delle formazioni sociali. Con legge approvata da entrambe le Camere sono disposte le modalità di attuazione."

E noi in Valle d'Aosta conosciamo bene gli effetti che possono avere i referendum propositivi!!

In particolare il dibattito si è concentrato sull'elezione diretta ovvero indiretta dei futuri Senatori. Io personalmente condivido la scelta optata dal legislatore e faccio mie le parole del Presidente emerito della Corte Costituzionale, Valerio Onida:
"Per il Senato delle Regioni (o delle autonomie) la scelta non è tanto tra elezione diretta ed elezione indiretta o di secondo grado, ma fra rappresentanza diretta del corpo elettorale (sia pure suddiviso fra le Regioni) e rappresentanza delle Regioni come istituzioni territoriali, attraverso i titolari di organi delle stesse o attraverso “delegati” delle stesse (non a caso l’art. 83 Cost. prevede “delegati” delle Regioni che integrano il Parlamento in seduta comune per l’elezione del Presidente della Repubblica, peraltro senza che ciò di fatto abbia dato luogo ad una significativa rappresentanza regionale in tale sede). Si tratta di avere in Parlamento non solo la rappresentanza politica nazionale (Camera) ma anche la rappresentanza delle Regioni come enti a loro volta elettivi e quindi espressione di politiche regionali a loro volta democraticamente formate.
L’elezione diretta dei senatori (anche se collegata temporalmente con l’elezione degli organi regionali) comporta inevitabilmente la prevalenza della logica dei partiti e degli schieramenti politici nazionali, e mal giustifica la differenziazione di funzioni fra le due Camere, portatrici in definitiva della stessa legittimazione popolare. La rappresentanza istituzionale delle Regioni comporta invece la diretta presenza in Parlamento degli interessi e degli indirizzi politici regionali. Naturalmente anche questi indirizzi politici sono in definitiva mediati, localmente, dai partiti, ma una cosa è che il senatore si senta essenzialmente portatore dell’indirizzo politico nazionale del partito nelle cui liste è eletto, altra cosa che si senta portatore degli interessi della comunità regionale che costituisce la base elettorale della Regione di cui è esponente, come interpretati e mediati dalla istituzione regionale: interessi non necessariamente contrastanti con gli interessi nazionali interpretati in sede parlamentare dalla Camera, ma non necessariamente coincidenti con gli stessi, e quindi suscettibili di entrare in dialettica con essi ai fini di una equilibrata composizione (naturalmente in posizione “recessiva”, per la prevalenza della Camera espressiva degli interessi nazionali)."

Infine i rapporti tra Stato e Regioni che non sono confinati solo alla riforma del titolo V ma discendono anche nel nuovo Senato dove siederanno i rappresentanti delle autonomie locali e delle Regioni e non è affatto vero che avrà poteri "minori" rispetto alla Camera. Vero che il rapporto fiduciario con il governo viene attribuito solo alla Camera dei Deputati ma al Senato viene attribuita una funzione importantissima: "esercita la funzione di raccordo tra l'Unione Europea, lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica. Partecipa alle decisioni dirette alla formazione e all'attuazione degli atti normativi e delle politiche dell'Unione europea e ne valuta l'impatto."
La camera alta, come in moltissime democrazie europee, diventa il motore per la europeizzazione del nostro Paese, partecipando attivamente a quella fase ascendente della legislazione europea che diventerà sempre più strategica per la vita normale delle persone visto che già oggi oltre il 70% della legislazione italiana (e quindi anche valdostana) è fatta direttamente o indirettamente da norme di derivazione europea.

La riforma del titolo V che pure presenta profili di inevitabile accentramento su materie peraltro a valenza chiaramente sovraregionale, va letta non da sola ma alla luce della trasformazione del Senato in luogo di rappresentanza delle autonomie, in luogo di prevenzione del contenzioso costituzionale (questo si, vero freno all'economia) e della clausola inserita nel DDL che esclude l'applicabilità del titolo V (e della tanto temuta clausola di supremazia) alle regioni a statuto speciale fino all'adeguamento dei rispettivi statuti sulla base di specifiche intese.
Non sarà la costituzionalizzazione del "principio dell'intesa" come qualcuno avrebbe voluto ma la norma (che peraltro non pone un limite temporale all'adeguamento, basti ricordare che già la riforma costituzionale del 2001 prevedeva il principio dell'adeguamento rimasto però sino ad oggi lettera morta) ha una valenza strategica che ci consente finalmente di aprire un dibattito serio e maturo sul nostro statuto speciale di autonomia.

Credo che la Valle d'Aosta dovrebbe cogliere al volo quest'occasione (anche perché in settant'anni lo statuto non si è mai seriamente riformato) per aprire un dibattito sulla nostra autonomia alla luce delle modifiche costituzionali in essere e alla partecipazione sempre più stretta all'Unione Europea. Un dibattito che coinvolga tutte le forze politiche e che, partendo dalle migliori elaborazioni di riforma statutaria, apra un serio dibattito che veda protagonista la Valle d'Aosta del domani.
Un progetto di riforma del nostro Statuto speciale rispettoso delle nostre competenze acquisiste e che possa valorizzare al meglio la nostra tradizione autonomista, per esempio riprendendo il dibattito sulla zona franca che va contestualizzato e letto alla luce delle norme europee.

La domanda quindi non è quanto è brutto e centralizzatore questo Stato, ma più semplicemente siamo in grado noi di elaborare una proposta politica innovativa sull'autonomia valdostana e contrattarla con lo Stato per un nuovo Statuto speciale? Riuscirà questo Consiglio regionale particolarmente litigioso e diviso a sedersi introno ad un tavolo per elaborare una riforma di tale portata se l'unica riforma approvata in un anno e mezzo attiene agli enti enti locali valdostani e certo, pur rappresentando un passo avanti, non è una rivoluzione rispetto all'assetto esistente?

Il Partito Democratico della Valle d'Aosta è pronto a giocare la sua parte e a portare il suo contributo di idee a cominciare da settembre quando l'On. Gianclaudio Bressa, sottosegretario di Stato agli Affari Regionali, sarà in Valle per parlare della riforma del titolo V e delle autonomie speciali.

venerdì 20 giugno 2014

La scuola plurilingue e il francese in Valle d'Aosta

La Segreteria del Partito Democratico apprende delle iniziative attuate dal gruppo promotore del Progetto École VDA volte al richiedere l’attivazione, su territorio regionale, di una scuola plurilingue caratterizzata da una didattica veicolata dall'inglese e dal francese per l’80% e dall'italiano per il 20%. Si tratta di un’iniziativa per la quale si profila fortissimo il rischio di incostituzionalità rispetto a quanto stabilito dal nostro Statuto Speciale in tema di parità tra lingua italiana e lingua francese. Tuttavia riteniamo che tale iniziativa possa essere valutata come salutare sollecitazione giacché i promotori intendono richiamare anzitutto l’attenzione sulla imprescindibile necessità che in un contesto come la Valle d’Aosta, in cui il bilinguismo è una fondamentale radice storico-culturale, si mettano in atto precise strategie di tutela e di valorizzazione di tale patrimonio. In effetti tale richiesta di una più piena valorizzazione delle competenze orali e scritte in lingua francese non contraddice, ma anzi conferma i rilievi più volte nello stesso senso espressi dalle ricerche e dai rapporti commissionati dalla Sovrintendenza agli Studi della Valle d’Aosta: preoccupa infatti l’abbassamento - registrato dalla Struttura Regionale per la Valutazione del sistema scolastico della Valle d’Aosta (SREV) - nelle competenze in Lingua Francese in alcuni settori dell’istruzione superiore di secondo grado (Istituti Tecnici e Professionali), specie se comparate con paesi francofoni come Belgio, Canada e Svizzera.
Secondo la Segreteria del Partito Democratico VdA, oggi l’attenzione delle istituzioni, della politica, del personale scolastico, delle Organizzazioni Sindacali e dei numerosi cittadini cui stanno a cuore le sorti della scuola pubblica nella nostra Regione dovrebbe concentrarsi sui punti drammaticamente cruciali dal punto di vista didattico per la scuola Valdostana: crescita della dispersione scolastica; diminuzione del numero di giovani che ottengono un diploma di scuola superiore; abbassamento dei risultati degli alunni valdostani nelle rilevazioni nazionali (Invalsi) e in quelle internazionali (OCSE Pisa). A nostro avviso una riduzione dell'insegnamento della grammatica italiana, quale necessariamente scaturirebbe dalla proposta del Progetto Progetto École VDA, non farebbe che aggravare un quadro già critico recando oltretutto pregiudizio alle future capacità dei nostri figli nel mondo del lavoro dal momento che l'insegnamento di importanti materie come la storia, la matematica o la geografia in lingue non perfettamente padroneggiate non consentirebbe di raggiungere gli standard educativi richiesti a livello europeo.
Infine un’ulteriore considerazione: in tempi in cui gli investimenti nel settore dell’Istruzione sono diminuiti sensibilmente, come consta tra l’altro dalla diminuzione dei fondi stanziati a comporre le dotazioni delle diverse istituzioni scolastiche e dall'amara presa d’atto della prassi della non monetizzazione delle ferie non godute per il personale precario, non pare saggio né opportuno dare avvio ad un costoso progetto come quello prospettato dai promotori.
La Segreteria del Partito Democratico crede purtuttavia opportuno cogliere questa occasione per sottolineare la necessità di un potenziamento delle competenze orali e scritte in lingua francese per la popolazione scolastica valdostana, attraverso progetti, però, oculati e ben ponderati nelle loro finalità didattiche. A tale proposito facciamo rilevare che il rapporto tra italiano e francese nelle scuole valdostane è regolato non sull'onda di suggestive proposte del momento, ma dai fondamentali articoli 39 e 40 del nostro Statuto Speciale del 1948. È altresì vero però che la definizione di come italiano e francese interagiscono in concreto nelle aule scolastiche della nostra Regione e gli adattamenti delle richieste della scuola italiana alle esigenze socio-culturali e linguistiche della Valle d’Aosta in realtà non videro la luce che solo molti anni dopo: nel 1983 furono approvati gli adattamenti per la scuola materna, nel 1988 quelli per la scuola elementare, tra il 1986 e il 1994 quelli della scuola media. Si è trattato, come è evidente, di un percorso piuttosto accidentato che necessita evidentemente di un aggiornamento e ammodernamento (la scuola italiana negli ultimi trent'anni è molto cambiata, prima di tutto nei nomi!). D'altronde urge anche che si completi quel percorso iniziato trenta anni fa riempiendo il vuoto normativo riguardante le scuole superiori di secondo grado.
Chiediamo perciò al neo-Assessore Rini se intenda mettere mano alla questione ed eventualmente quali modalità di intervento pensi di adottare. Auspichiamo altresì che possa crearsi un utile dibattito tra personale scolastico, Organizzazioni Sindacali, forze politiche e cittadini in merito alle sorti della scuola valdostana, nella speranza che su un tema così vitale per il futuro della nostra Regione si vada al di là delle solite polemiche pretestuose legate all'oggi e dimentiche del domani.

La segreteria del Partito Democratico della Valle d'Aosta

sabato 12 aprile 2014

Intervento al primo congresso UVP - 12 aprile 2014


Madame la Présidente,
Messieurs les Conseillers,
Mesdames, Messieurs,

Permettez-moi avant tout de vous remercier chaleureusement pour l’invitation que vous m’avez faite. Puisque je viens d’être élu, c’est pour moi la première fois que je parle en public comme secrétaire du Partit Démocratique, et je suis particulièrement content de pouvoir le faire devant votre assemblée, une assemblée qui vient d’apparaître sur la scène politique valdôtaine et qui est déjà fort nombreuse et animée de désirs de renouvellement très grands, voire, si vous me passez la parole , de grands rêves.

Sans rêve pas de changement possible!

Rêver, c’est ce qui lance l’homme, et en particulier l’homme politique, dans des démarches qui visent à changer le monde! Et nous tous, surtout dans un moment difficile comme celui qui nous sommes en train de vivre au niveau politique, nous ne devons jamais l’oublier, pour ne pas perdre notre enthousiasme, notre envie de nous améliorer, de marcher vers des objectifs nouveaux et toujours plus hauts!
C’est en rêvant qu’Emile Chanoux -  qui reste, je crois bien pouvoir le dire, un des phares les plus importants pour vous et pour la communauté valdôtaine toute -, a commencé tout  jeune à penser à une “autre” Vallée d’Aoste, une Vallée d’Aoste au service de l’homme et de son bonheur, comme il le raconte dans une des premières page de son Petit Livre autobiographique:
“J’ai toujours été  rêveur. Je ne sais pas si c’est un bien ou un mal. Mais je suis ainsi. […] Tout le monde rêve quelquefois. Mais pour rêver à mon aise, moi je dois marcher … “Tiens, me dis-je, je marche et à chaque pas que je fais je m’approche de mon but” – fin de citation.
Aujourd’hui, pour nous aussi, c’est le temps du rêve et de la course: l’urgence d’un changement réel est devant les yeux de tous, ainsi que dans nos cœurs et dans nos pensées quotidiennes.
Toutefois, permettez-moi de le souligner, le moment est très difficile et je crois qu’il exige aussi beaucoup de pragmatisme, de capacité de lecture de la réalité et de médiation entre ce que nous rêvons et ce que nous pouvons concrètement faire.

Si j’aime la politique, si pour elle je sacrifie mon temps, ma famille et toutes mes forces c’est parce que je crois dans le pouvoir de la médiation entre l’idéal, sans lequel toute action est vaine et vide, et le réel, l’hinc et nunc dans lequel nous nous trouvons à opérer.  Une médiation qui, à mon avis, ne peut se faire qu’avec l’esprit combatif nécessaire à défendre ce que nous envisageons comme  juste bien sûr, mais aussi et surtout avec le dialogue, un dialogue qui demande d’écouter l’autre avec attention et de proposer nos solutions avec humilité.

*** *** ***

Sogno e realtà, ideali e pragmatismo, lotta e dialogo. La sfida di oggi è per me più che mai questa.
Se posso dire cosa mi hanno insegnato ormai quasi 10 anni di amministrazione in comune a Rhêmes-Notre-Dame, 5 in minoranza e 5 in maggioranza, direi proprio questo. E se in minoranza l’ideale e la lotta sono al centro di ogni azione, quando ci si trova a governare o ad amministrare, specialmente come sindaco, si deve fare i conti tutti i giorni con la realtà, si devono prendere decisioni che talvolta deludono anche i nostri stessi elettori, si passa il tempo a dialogare per convincere e a mediare per portare a casa, alla fine, un risultato che magari non è così vicino alla meta che sognavamo.

E non dobbiamo andare tanto lontano per comprendere che anche per noi è proprio così! L’abbiamo visto con le Europee, dove non possiamo nasconderci che il percorso è stato lungo e travagliato e che il risultato non corrisponde appieno, malgrado il valore della persona, a quanto avevamo sperato.

Queste elezioni europee saranno una cartina di tornasole, tra chi vuole uscire dall’euro e parla il linguaggio del populismo, della battuta facile e dell’insulto personale (e mi riferisco in particolare a Grillo che ironizza sulle scelte coraggiose che ha fatto il PD a livello nazionale, indicando giovani donne preparate come capilista alle prossime elezioni), e chi invece, come noi non vuole uscire dall’Europa: questa Europa non ci piace, ed è per questo che vogliamo andarci per cambiarla.

E cambiarla davvero!

Credo che ci troviamo ad una svolta storica, in cui se da un lato rischiamo di essere inghiottiti da dinamiche nazionali e internazionali, dall’altra abbiamo il dovere di ripensare la Valle d’Aosta perché possa con slancio ripartire superando una gestione, quella attuale, personalistica e che non guarda affatto al bene comune, come abbiamo denunciato più volte in varie sedi.

Il fulcro del dibattito è oggi incentrato sul Consiglio Regionale, dove la situazione di precario equilibrio venutasi a creare in seguito ai risultati delle elezioni è ora precipitata in una paralisi di cui gli elettori che incontreremo nei comizi imminenti, ne siamo tutti consapevoli,  ci chiederanno conto.

Che cosa dire loro? E soprattutto che cosa fare?
Le risposte a tali domande sono difficili, ancor più se pensiamo che anche tra di noi, tra i nostri movimenti e all’interno dei movimenti e dei partiti stessi, le posizioni sono diversificate e sfumate.
Ma se vogliamo che la credibilità dell’alleanza sia corroborata e che la nostra forza politica cresca, la necessità di fare sintesi e di offrire risposte è urgentissima. 

La storia ci insegna che i tempi di crisi sono anche tempi di particolare slancio, di creatività nuove che sorgono, come il documento proposto ieri in Consiglio dimostra, e io voglio leggere tale crisi con questo ottimismo, voglio sperare che facciamo tutti uno sforzo per uscirne presto e bene.

Da un lato, il dibattito è comprensibilmente focalizzato solamente sul Consiglio Regionale, PERO’, già da oggi occorre prevedere che rientri nell’alveo della discussione interna ed esterna alle nostre diverse formazioni politiche. Credo che ciò, oltre a restituire il giusto ruolo agli organi deputati, contribuisca ad arricchire la discussione e a trovare delle soluzioni condivise anche con i nostri elettori.

Dall’altro faccio a me stesso, ai consiglieri regionali e a voi tutti, un appello alla responsabilità. Mi sento di citare ancora una volta Napolitano, le cui parole scelsi per aprire la mia mozione congressuale: “Non si può più, in nessun campo, sottrarsi al dovere della proposta, alla ricerca della soluzione praticabile, alla decisione netta e tempestiva per le riforme di cui hanno bisogno improrogabile per sopravvivere e progredire la democrazia e la società.” 

Io non vedo altra via d’uscita: se altri non la sentono, siamo noi che dobbiamo sentire il peso di questa responsabilità.

Ho molto apprezzato il documento che ieri, tutti i gruppi di minoranza hanno portato alla discussione del Consiglio Regionale. Un tentativo di aprire la discussione, un documento aperto al contributo di tutti, ma soprattutto dei partiti e dei movimenti … che sono stati, tuttavia, completamente esclusi dalla sua elaborazione.

Vero è che si sono riproposte molte delle battaglie che sono state portate avanti in quest’ultimo anno di lavori consiliari, ma è altrettanto vero che il dibattito non può più rinchiudersi nelle mura del Palazzo regionale.
E non sono solo io a dirlo, ma sono le associazioni di categoria, imprenditori, professionisti, commercianti e agricoltori a lanciarci questo invito.
Persino la CGIL, nelle parole del suo segretario regionale, lo ribadisce con forza: “La situazione di stallo politico che sta affrontando il consiglio regionale è insostenibile. La Valle d’Aosta ha bisogno oggi di un governo che lavori, […] Qualunque maggioranza possa formarsi la politica ha il dovere di affrontare le sofferenze di imprese, lavoratori, pensionati e giovani.” Così si esprime Domenico Falcomatà.

Si apra dunque un confronto tra i partiti politici che devono coinvolgere le parti sociali : abbiamo il dovere di ascoltare tutti e mediare, perché è proprio questo il compito dei partiti, …. sempre che non si pensi che la politica la facciano solo gli eletti in Consiglio regionale.

Non c’è bisogno di citare scomodi paragoni con quanto avvenuto nel 1924 a seguito dell’uccisione di Giacomo Matteotti per capire che l’uscita dai consessi democratici è sempre un errore. Lo sa bene chi governa, chi amministra: non si può mai uscire, non è possibile non assumersi la responsabilità di portare il proprio contributo e di esprimersi, con un voto, sulle proposte che si portano alla discussione nei luoghi della discussione.

Se abbandonare l’aula una volta come gesto simbolico può indurre l’altra parte a ragionare, perseverare su questa strada non credo porti ad alcun risultato.

Si parta dal documento proposto, lo si arricchisca e ci si adoperi per uscire da questa crisi e cambiare in profondo la nostra società. Cito, per esempio, le società partecipate come argomento centrale del dibattito politico di questi ultimi tempi e mi chiedo, anzi vi chiedo: oltre ad introdurre il principio delle pari opportunità nella fornitura di beni e servizi, oltre all’introduzione di criteri di selezione pubblica del personale, non è forse venuto il momento di ipotizzare anche la privatizzazione di alcune società? Non è forse venuto il momento di avviare un cambiamento radicale nella visione della nostra economia soffocata da una presenza dell’attore pubblico tale da impedire una sana concorrenza e affievolire la libera iniziativa privata? 

Io spero che domande anche scomode come queste, su cui non è facile trovare un consenso unanime, possano arricchire il dibattito, portando un contributo concreto al cambiamento che tutti vogliamo.

Concludo augurando un buon lavoro a voi delegati dell’Union Valdôtaine Progressiste per il vostro primo congresso regionale e faccio il mio personale “in bocca al lupo” alla candidata alla Presidenza, Alessia Favre, con la quale spero di continuare la proficua collaborazione iniziata in questi mesi.


Merci a tchuette!

sabato 15 marzo 2014

Alcune considerazioni sulle elezioni europee


Il dibattito che si sta sviluppando sulle elezioni europee sembra viziato da un equivoco di fondo.
In chiave europea queste elezioni saranno determinanti per i futuri equilibri del continente perché, per la prima volta, i cittadini europei potranno non solo scegliere  i loro rappresentanti ma anche individuare direttamente il candidato alla carica di Presidente della Commissione europea. La crisi economica degli ultimi anni è stata affrontata con una visione prevalentemente incentrata sul lato del contenimento del debito senza una vera assunzione di responsabilità europea, come il caso della Grecia ha dimostrato. Le conseguenze di tale impostazione economica sta facendo crescere un sentimento antieuropeista che, partendo da una contestazione anche giusta alle politiche di rigore degli ultimi anni, persegue obiettivi sbagliati come l’uscita dalla moneta unica e al tempo stesso alimenta sentimenti xenofobi.
In chiave nazionale questo appuntamento elettorale si pone il duplice obiettivo di legittimare il governo Renzi, che in questo periodo ha assunto la guida del Paese, e di ottenere un numero di eurodeputati tali da far risultare il PD il primo partito dentro la famiglia dei Socialisti e Democratici europei con la possibilità di incalzare efficacemente il futuro presidente della Commissione europea, soprattutto se questo sarà Martin Shulz.
In questa situazione politica anche la Valle d’Aosta può giocare un ruolo importante se si pone l’obiettivo di contribuire concretamente all’elezione di un eurodeputato valdostano che si collochi in un contesto europeista in linea con la tradizione della nostra storia autonomista. 
La segreteria nazionale del PD ha manifestato il suo assenso a concedere l’apparentamento con una lista della minoranza linguisitica purché il sostegno a questa lista sia il più ampio possibile, non solo perché i voti così raccolti confluiscono nella lista nazionale del PD ma anche perché tale meccanismo potrebbe far scattare un eurodeputato in più nella circoscrizione nord-ovest mediante il meccanismo dei resti più alti.
Non si può quindi che ribadire la validità e la centralità dell’attuale coalizione autonomista, democratica e progressista comprendente oltre al PD della Valle d’Aosta anche l’ALPE e l’UVP: se le finalità sono quelle di cui sopra, tale coalizione diventa il motore e la base sulla quale costruire un percorso condiviso per le elezioni europee, che deve necessariamente potersi aprire anche al contributo di altri partiti e movimenti politici se l'intenzione è quella di eleggere un eurodeputato valdostano. E' evidente che tale eurodeputato dovrebbe iscriversi al gruppo dei Socialisti e Democratici, facendo una chiara e netta scelta di campo.
Diversamente, diciamolo chiaramente, non si guarda all'interesse della Valle d'Aosta ma ai propri interessi personali e le elezioni diventano l'ennesima occasione per contarsi senza ottenere alcun risultato concreto. Se bisogna contarsi, essendo evidente che la sola coalizione autonomista progressista non ha i numeri sufficienti per eleggere l'eurodeputato, allora tanto vale che il PD corra da solo con il suo simbolo: rinunciare a quest'ultimo infatti ha senso solo se l'obiettivo è alto e finalizzato al bene della Valle d'Aosta. 
Portare un valdostano a Bruxelles non credo proprio che possa considerato una larga intesa! Le #largheintese si fanno per governare non certo per eleggere un deputato.
Perché così tanta paura di trovare alcuni punti qualificanti all'interno della coalizione Alpe, Uvp e Pd, individuare un candidato di alto profilo e che è al di fuori dalle piccole beghe locali e andare a verificare se può ottenere l'appoggio di uno schieramento più ampio di quello che oggi è all'opposizione in Regione?
E' ormai un anno che la politica valdostana è chiusa su se stessa mentre la crisi aumenta e le difficoltà crescono.Occerrerebbe forse avere un po' più di umiltà per capire che serve uno sforzo congiunto per uscire da questa crisi che sta già cambiando in profondità anche la nostra realtà. 
Intanto, il M5S, che condivide con noi l'opposizione al governo regionale, ha deciso di andare comunque per conto suo portando in Europa la richiesta di uscire dalla moneta unica (e davvero non capisco che vantaggio potrebbe portare alla Valle d'Aosta), mentre alcuni amici che erano nella lista PD-Sinistra Vda alle ultime elezioni regionali hanno già avviato la raccolta delle firme per presentare la lista Tsipras. Quale sarà il risultato? Secondo il mio modesto parere, tale scelta non potrà che produrre una dispersione di voti e dare una mano alla Merkel. Infatti i voti sottratti al PD dalla lista Tsipras non faranno altro che confermare ancora una volta primo partito europeo il PPE della signora Merkel sprecando l'ennesima occasione per cambiare questa politica rigorista.
Certo, capisco che è più semplice fare politica con slogans e portarsi "la claque" che ti applaude ad ogni intervento piuttosto che misurarsi sul piano del ragionamento politico, ma io sono convinto che in questo momento storico debba prevalere il ragionamento rispetto all'insulto gratuito e all'affermazioni di posizioni ideologizzate. 
Tutto il mio sforzo, per quanto possibile, è stato e resta orientato a lavorare per il bene della Valle d'Aosta.

domenica 26 gennaio 2014

Per una nuova Valle d'Aosta - #perunanuovaVDA


MOZIONE CONGRESSUALE: PER UNA NUOVA VALLE D’AOSTA. 
Candidato alla Segreteria regionale: Fulvio Centoz

Non si può più, in nessun campo, sottrarsi al dovere della proposta, alla ricerca della soluzione praticabile, alla decisione netta e tempestiva per le riforme di cui hanno bisogno improrogabile per sopravvivere e progredire la democrazia e la società italiana.” 
Giorgio Napolitano


La situazione politica attuale in Italia.
La necessità di elaborare un pensiero utile al dibattito sul futuro del nostro partito non può che partire dall’esame della situazione politica che stiamo vivendo.
La sconfitta alle elezioni politiche del febbraio 2013 è stata netta e particolarmente pesante. Infatti, rispetto alle elezioni del 2008, abbiamo perso oltre 3 milioni di voti (per la precisione 3.435.958, che significa una contrazione del 28,4%). La sconfitta è stata ancor più grave se si pensa che i nostri competitori diretti, quelli che avremmo dovuto sconfiggere, hanno perso a loro volta voti consistenti: il PDL ha perso oltre 6 milioni di voti (per la precisione 6.296.744 con una contrazione del 46%) e la Lega Nord oltre 1,5 milioni di voti (per la precisione 1.631.982 con una riduzione rispetto al 2008 del 54%).
I dati dimostrano come la mobilità elettorale sia stata massiccia e abbia colpito pesantemente i due partiti maggiori (PD e PDL, quasi 10 milioni di voti) per riversarsi, prevalentemente, su una nuova formazione politica, il Movimento 5 Stelle.
Queste elezioni ci hanno consegnano un quadro sostanzialmente tripolare e completamente diverso dallo schema bipolare della c.d. “Seconda Repubblica”. Rispetto al 1994 (anche allora furono elezioni particolarmente importanti per uscire dalla c.d. “Prima Repubblica”) la situazione è però molto meno frammentata.
Le linee di frattura nella società non sembrano più essere quelle classiche (destra/sinistra – centro/periferia – capitale/lavoro); la forte crescita del M5S sembra ora posizionare la frattura sociale tra “casta/cittadini”, sancendo un discrimine profondo tra chi fa politica nei palazzi e il cittadino medio che fatica ad arrivare a fine mese.
I successivi tentativi di formare un Governo Bersani, l’umiliazione subita dallo stesso ad opera del Movimento 5 Stelle, l’incapacità di eleggere un vero e proprio Presidente della Repubblica di garanzia, le rovinose votazioni concernenti Franco Marini e, soprattutto, Romano Prodi, l’approdo infine al secondo mandato presidenziale di Napolitano hanno fatto emergere l’incapacità di quella classe politica, protagonista e parte in causa del lento processo di declino che l’Italia sta attraversando da ormai un ventennio.
Mi sembra di poter affermare che solo a seguito dell’elezione a Segretario Nazionale di Matteo Renzi il PD ha ritrovato la sua vocazione maggioritaria e una nuova spinta propulsiva. Il forte mandato popolare ricevuto in occasione delle ultime primarie ha attribuito al neo Segretario una forte legittimazione, sia dentro sia fuori dal partito, e spostato il baricentro del più grande partito italiano verso una politica più riformista e liberal-democratica.
L’accelerazione impressa da Renzi in quest’ultimo periodo sulla legge elettorale, sulle riforme costituzionali e sui costi della politica sembra poter dare una svolta molto significativa al nostro Paese.

La situazione politica in Valle d’Aosta.
Si è già detto e analizzato molto riguardo al voto delle elezioni regionali dello scorso maggio, ma forse conviene ancora una volta ripartire da lì.
Lo scenario politico regionale è indubbiamente mutato: non esiste più un movimento egemone sulla scena politica come lo è stata l’Union Valdôtaine fino ad ora.
Se ripercorriamo un po’ la storia degli ultimi 20 anni della politica valdostana, notiamo che nel 1993 il Leone Rampante ottenne 13 consiglieri in un Consiglio regionale dove la presenza dei partiti regionalisti era pari circa al 60% (21 su 35); progressivamente la sua forza è cresciuta, ottenendo, a partire dal 1998, sempre 17/18 seggi, fino alla penultima legislatura, quando ha raggiunto la soglia altissima dell’85% (30 consiglieri su 35). L’UV si è configurata così come il movimento-perno attorno a cui ha ruotato tutta la politica regionale valdostana in questo ventennio.
La crescita esponenziale dei partiti autonomisti è un elemento che va studiato attentamente se non vogliamo far passare l’idea che un partito nazionale, federale ed europeo come il PD non è necessario in una Regione Autonoma come la nostra.
Alle ultime elezioni regionali si sono presentate due coalizioni che avrebbero potuto ragionevolmente aspirare alla vittoria: da una parte la maggioranza uscente composta da UV,  SA e FA e dall’altra la coalizione Autonomista, Democratica e Progressista rappresentata dalla neonata UVP, dall’ALPE e dalla lista comprendente il PD e le altre forze di sinistra oltre ad alcuni rappresentanti della società civile (lista PD -Sinistra VdA). Hanno corso invece da soli il M5S, coerentemente con la linea politica seguita in tutt’Italia, il PdL e una nuova formazione di Centrodestra che si richiamava ai valori liberali, denominata LeALI.
Per poche centinaia di voti la coalizione Autonomista Democratica e Progressista non è riuscita ad andare al ballottaggio.
Il risultato complessivo vede formarsi anche in Consiglio Regionale due poli lungo la frattura Destra/Sinistra che si contendono la guida della Regione, ma lo scenario è drasticamente cambiato:
1. FA e il PdL non riescono a superare il quorum (come la neonata LeALI) e la maggioranza uscente è oggi composta solamente da UV e SA;
2. L’UVP, formazione nata solamente 6 mesi prima delle elezioni, ottiene un risultato straordinario partendo da zero;
3. L’ALPE arretra rispetto a cinque anni prima non riuscendo ad ottenere neppure i voti che allora presero Valle d’Aoste Vive e Renouveau Valdôtain messi assieme (ai quali andrebbero aggiunti anche parte dei voti dell’Arcobaleno, tutti confluiti in ALPE) ma mantiene i 5 consiglieri;
4. Il PD perde voti rispetto al 2008. Cinque anni fa, la sola lista del PD prese 6.840 voti; cinque anni dopo la lista PD- Sinistra VDA ottiene 6.401 voti. Sembrano solamente 439 voti in meno; tuttavia, dal momento che nelle ultime elezioni all’interno della lista sono presenti anche altre forze politiche (da cui l’esigenza di modificare il nome alla lista) come Rifondazione Comunista, Italia dei Valori, Centro Democratico, Socialisti e Associazione Loris Fortuna, i voti persi dal PD nell’arco di un quinquennio sono ben maggiori, quantificabili in circa un migliaio.
Oggi il Consiglio Regionale si presenta diviso praticamente a metà, con 18 consiglieri di maggioranza, sempre in bilico e a rischio ad ogni votazione, e 17 consiglieri di minoranza, dal momento che anche i due eletti del Movimento 5 Stelle si coordinano e lavorano con l’Alleanza Autonomista Democratica e Progressista. Si tratta di un quadro politico al momento ingessato e che non sembra in grado di dare quelle risposte alla società valdostana che essa si attende, soprattutto perché comincia a sentire anch’essa i pesanti effetti della crisi economica.
Occorre quindi anche in Valle d’Aosta un Partito Democratico che sappia cogliere appieno i mutamenti della società e li possa tradurre in indirizzi strategici per i prossimi 20/30 anni.
Occorre un partito di Centrosinistra che sia motore del cambiamento e che sappia riformare il “sistema Valle d’Aosta”, che necessita ormai di una nuova forza propulsiva per uscire dall’impasse e dal difficile momento che stiamo vivendo.
Occorre infine un partito di governo, un partito riformista che non abbia paura di affrontare anche i temi più difficili, che abbia il coraggio di prendere decisioni che possano aiutare davvero i cittadini a far fronte ai problemi più ingenti, e al tempo stesso contribuisca ad attirare a sé anche i voti finora confluiti nei partiti autonomisti.
Nel quadro dell’attuale alleanza Autonomista, Democratica e Progressista (e cioè Union Valdôtaine Progressiste, ALPE e PD Sinistra VDA), il nostro partito deve dunque ritrovare una centralità e mostrare la sua capacità di governo per contribuire a costruire una valida alternativa alla maggioranza che governa ora.

Il Partito nel XXI secolo. Cos’è il PD oggi e cosa potrebbe diventare.
In una società in movimento come quella attuale e nel mezzo di una delle più grandi crisi economiche che l’Occidente abbia mai conosciuto, è importante fare una riflessione sui partiti politici.
Di particolare interesse, a mio parere, è un libro uscito recentemente per Einaudi Editore (2013), Finale di partito, scritto da Marco Revelli. L’autore analizza acutamente la crisi dei tradizionali partiti politici, crisi conclamata che rischia di contagiare le stesse istituzioni democratiche. Secondo i più recenti sondaggi, meno del 5% degli Italiani ha fiducia nei partiti politici, poco più del 10% nel Parlamento. Particolarmente evidente in Italia, il fenomeno è tuttavia generale: ovunque i “contenitori politici” novecenteschi stentano a conservare il consenso, e ovunque cresce un senso di fastidio verso quella che viene considerata una “oligarchia”, separata dal proprio popolo e portatrice di privilegi ingiustificati.
Revelli costruisce un interessante parallelo tra due fenomeni avvenuti in congiunture temporali diverse: l’esplosione dei partiti novecenteschi da una parte e il superamento dell’organizzazione produttiva “fordista” massificata e l’affermarsi di nuove forme organizzative leggere dall’altra (questa lettura della crisi dei partiti di massa come li abbiamo conosciuti fino ad oggi è tra l’altro simile anche  alle recenti riflessioni fatte da Fabrizio Barca all’interno del partito).
L’analisi citata porta anche l’attenzione, in maniera a mio parere del tutto condivisibile, sull’organizzazione dei modelli partitici, strutturati come una pubblica amministrazione, organizzati secondo gerarchie (non sempre condivisibili) e secondo una struttura che ricalca ampiamente la suddivisione per temi propria delle amministrazioni (i forum o i dipartimenti che si occupano dei vari settori non sono nient’altro che la ripartizione dei vari settori della Pubblica amministrazione). In tale quadro, il sistema di finanziamento pubblico, peraltro particolarmente generoso, ha finito con l’accrescere, anche oltre il necessario, questa macchina politica che si alimenta di finanziamenti pubblici e occupa tutto, con una ramificazione ed una estensione senza precedenti.
Ora, a partire da queste considerazioni, si possono fare alcune riflessioni.
Intanto, dal momento che il PD è un partito federale, occorre partire dal presupposto che la struttura ed il funzionamento del partito nazionale non necessariamente devono coincidere con quello locale. Si possono pensare per i livelli locali dove i numeri spesso sono assai più contenuti, strutture più leggere e più snelle. Allo stesso tempo però il nostro partito deve mantenere un respiro nazionale ed europeo e deve poter dialogare alla pari con gli organismi dirigenziali nazionali.
Urge, per esempio, istituire una Conferenza dei Segretari Regionali, come momento di confronto e dibattito sullo stato del regionalismo e sulle proposte per riformarlo. Sempre in questa direzione diventa, a mio parere, strategico un raccordo stretto con i Segretari Regionali del PD delle altre Regioni e Province autonome per condurre battaglie comuni sui temi dell'autonomia. La grande trazione di Sinistra in Italia ha sicuramente molto da dire e da raccontare su questa materia, essa può contribuire in maniera significativa al ripensamento di un autonomismo che non sia puramente assistenziale ma che sia inclusivo, che, nel mantenimento delle differenze, non si chiuda in un becero micronazionalismo, ma sappia guardare all'Europa come luogo di intreccio di culture che hanno saputo, negli ultimi decenni, progredire nella pace.
Su un altro versante, il partito che vorrei promuove il dibattito e la crescita dei circoli territoriali avendo però anche cura di rivedere l’organizzazione attuale, sia per renderla più funzionale, sia per incentivare nuove forme di aggregazione lungo tutta la Valle. Un aiuto importante potrà venire anche dalle nuove tecnologie, dalle forme di partecipazione virtuale, dai social networks, dalle piattaforme come Liqueed Feedback che non possono in alcun modo sostituire il contatto umano, ma che possono essere importanti risorse nell’organizzazione di un partito che vuole essere presente sul territorio avendo cura di limitare le spese.
Il taglio ai costi della politica ci obbligherà sia a rivedere l’organizzazione interna sia a ripensare alle nostre forme di comunicazione politica ed in primis alla storica testata “Le Travail”, che deve poter continuare a svolgere la sua fondamentale funzione di divulgazione e informazione agli aderenti e simpatizzanti.
Un ruolo strategico dovrà averlo Aosta, non solo perché capitale della nostra Regione ma perché luogo di forte tradizione di sinistra in cui il PD può e deve giocare un ruolo importante, anche in vista delle prossime scadenze elettorali.
Spero dunque in un partito snello, attento ai costi, presente sul territorio nelle istituzioni e vicino alla gente, un partito inclusivo e aperto alla società civile; sogno un partito coraggioso sulle riforme da affrontare, un partito con l'ambizione di governo che non ha paura di sostenere posizioni anche impopolari e difficili perché il momento storico richiede questa capacità di mettersi in gioco fino in fondo, soprattutto per le generazioni che verranno dopo di noi.
Il Partito democratico che vorrei per una nuova Valle d'Aosta avrà cura di sviluppare alcuni temi che io ritengo fondamentali e che vado ora ad analizzare in dettaglio. 

1. Il lavoro, lo sviluppo economico e un nuovo modello Valle d’Aosta.
La recessione che ha colpito l’Occidente dal 2007 sta mostrando solo adesso in Valle d’Aosta i segni evidenti di una crisi che per noi, più che altrove, è una crisi di sistema.
Se il modello di sviluppo che abbiamo conosciuto negli ultimi trent’anni si è basato quasi esclusivamente sulla spesa pubblica (dalle assunzioni dirette o indirette nelle partecipate, ai contributi, alle più svariate attività economiche), esso ci ha comunque permesso di crescere e di ottenere un livello di benessere elevato. 
In questi ultimi 3 anni questo modello è entrato irrimediabilmente in crisi e non sarà più replicabile in futuro.
Occorre quindi reinventare un modello economico per la nostra Regione ed immaginare una crescita che possa derivare dalla creazione di imprese che offrano uno sbocco lavorativo alle future generazioni. E’ del tutto evidente che un sistema basato sulla spesa pubblica, oltre ad essere fonte di inefficienze e di clientelismi, ha finito per diventare un sistema chiuso e autarchico, in cui si è creduto di bastare a sé stessi. 
Occorre quindi invertire la rotta, ma non basta.
Intanto, va ricordato che il capitale umano è di fondamentale importanza. Serve quindi innovare il sistema della formazione professionale favorendo la valorizzazione e la certificazione delle competenze al fine di creare un sistema di riconoscimento formale di crediti finalizzati all’acquisizione di certificazioni riconosciute a livello europeo. Parallelamente occorre predisporre un piano per favorire l’inserimento dei giovani nel mondo del Lavoro sia come avvio al primo lavoro sia come sostegno a chi vuole avviare un’impresa, un laboratorio artigianale, o  un’attività commerciale.
Inoltre, secondo il mio modesto parere, è necessario investire per creare un modello distrettuale, inteso come forma di organizzazione della produzione della piccola e media impresa, in cui il territorio svolge la funzione di infrastruttura di integrazione economica, istituzionale e cognitiva. In tal direzione, la Regione dovrebbe gradualmente uscire da molti settori che non le competono e favorire l’ingresso di privati, mentre dovrebbe concentrarsi nell’organizzare e regolamentare (in omaggio alla natura delle Regioni quali enti di programmazione), insieme con il vicino Canavese, un sistema distrettuale che possa, per esempio, gradualmente rimpiazzare l’indotto dell’auto, ormai pesantemente ridotto rispetto al peso che aveva negli anni ’80 e ’90 nell’area del nord-ovest.  Il problema che dobbiamo porci è quale modello distrettuale si può immaginare per il futuro della Valle d’Aosta. Ad un ovvio distretto turistico si potrebbe aggiungere un distretto legato alla green economy, alle energie rinnovabili, alle soluzioni per l’efficienza energetica e a tutte quelle forme di alta specializzazione tipiche di questo settore e/o comunque legati alla montagna. Per tutto ciò, è necessario creare una forte sinergia con il territorio del vicino Canavese, zona che ha bisogno anch’essa di reinventare una politica industriale: creare un unico distretto integrato con la nostra Bassa Valle permetterebbe sia alla Valle d’Aosta che all’Alto Piemonte di costituirsi in sistema con tutti i vantaggi che ne derivano.

2. Le riforme istituzionali.
Ripensare la nostra autonomia diventa fondamentale poiché, da un lato, il bilancio regionale ha subito negli ultimi anni tagli notevoli che impongono delle scelte drastiche e, dall’altro, la normativa europea, sempre più invasiva, ci pone all’interno di un mercato unico nel quale spesso fatichiamo a trovare la nostra dimensione.
Diventa allora fondamentale ridiscutere gli accordi sul Federalismo fiscale, firmati a suo tempo con il Governo Berlusconi, per impostare con chiarezza i rapporti tra Stato e Regione, perseguendo quel principio dell’intesa che meglio potrebbe tutelare le nostre prerogative.
Allo stesso tempo, diventa improrogabile ridefinire l’assetto istituzionale della nostra Regione e dei nostri Enti locali.
Quanto al primo, di primaria importanza è la modifica della legge elettorale che ha mostrato tutti i suoi limiti alle ultime elezioni regionali. Solamente la Regione Valle d’Aosta e la Provincia Autonoma di Bolzano hanno una forma di governo “parlamentare” avendo ormai optato tutte le altre Regioni e tutti gli Enti locali (ivi comprese le province) per un sistema di tipo “presidenziale” con l'elezione diretta del capo dell’esecutivo (Sindaco, Presidente di Regione, Presidente di Provincia).
Anche nella nostra piccola Regione si impone dunque una scelta. E poiché abbracciare un sistema piuttosto che un altro non è privo di conseguenze, il PD non ha remore a sedersi attorno ad un tavolo per discutere di riforme che vadano nella direzione di un sistema maggioritario e bipolare. Se le opzioni possono infatti essere molteplici, resta primario l’obiettivo di introdurre un vero e proprio sistema maggioritario, di trovare un meccanismo che consenta a coloro che hanno vinto le elezioni di governare e di limitare il controllo del voto che una piccola realtà come la nostra e le tre preferenze favoriscono.
Senza stravolgere la nostra istituzione, credo che l’attuale meccanismo della c.d. “sfiducia costruttiva” (ossia il principio secondo cui per presentare una mozione di sfiducia è necessaria, contestualmente, la presentazione di un programma e di un governo alternativo) potrebbe accompagnarsi tanto con una legge maggioritaria come il doppio turno di collegio quanto con un sistema proporzionale con premio di maggioranza che sia però più chiaro del sistema attuale (per esempio, il premio dovrebbe andare alla lista o coalizione che raggiunge il 40% dei voti, valutando l’opportunità del ballottaggio, con una sola preferenza, oppure con la doppia preferenza di genere).
Per quanto riguarda invece i comuni, la loro riforma è sul tappeto e non può più essere rinviata.
La bozza elaborata dal CELVA nel luglio del 2013 presenta, a mio avviso, un punto di grande debolezza: i livelli di governo della nostra Regione rimangono tre mentre in una Regione di 120 mila abitanti potrebbero essere più che sufficienti due livelli di governo, il comune e la Regione. Tale impostazione, però, presuppone dei comuni più grandi e più strutturati, che possano garantire una serie di funzioni e servizi, mentre i servizi che necessitano di una dimensione più vasta dovrebbero necessariamente essere gestiti a livello regionale.
Il principio dovrebbe essere quello di diventare grandi per contare di più, sulla scia di quanto sta avvenendo nella vicina Svizzera.
Prendendo in considerazione la conformazione della nostra Regione, che vede, normalmente,  più comuni di modeste dimensioni dislocati lungo le vallate laterali e uno o più comuni di dimensioni maggiori all'imbocco delle stesse, le nuove aggregazioni comunali potrebbero gestire in forma associata le funzioni comunali individuando come ambito ottimale per le funzioni l’intera vallata.
Per la c.d. Plaine, cioè Aosta e i comuni limitrofi, il discorso invece è, a mio parere, un po’ diverso: dovremmo cominciare a immaginarli come parte di un unico agglomerato urbano che ha sue esigenze proprie e problematiche specifiche.
Nel corso degli ultimi anni, il ruolo dell’agglomerato ha conquistato un’importanza maggiore all’interno dell’organizzazione degli Stati moderni. Tanto le piccole quanto le grandi zone urbane rivestono infatti una particolare importanza quali promotori della vita economica del Paese. Un esempio in tal senso è quello di Lugano, in Svizzera, che nel 2002 ha aggregato a sé diversi comuni limitrofi aumentando del doppio il suo territorio comunale e di 1/3 la propria popolazione. Questo processo è servito per dare respiro al territorio urbano e consentire a Lugano di trovare nuove aree edificabili in cui potersi estendere, mentre ha offerto ai comuni limitrofi, talvolta di grande estensione territoriale e poco popolati, la possibilità di ridurre le spese e di coordinarsi con piani regolatori più adeguati.
Infine, la necessaria riforma della finanza degli Enti locali non potrà che prevedere, al fine di incentivare le varie forme aggregative (convenzioni, associazioni o fusioni), dei trasferimenti aggiuntivi per quegli enti che, una volta definito il quadro generale, vogliano spingersi oltre le semplici convenzioni, e vogliano magari mettere in piedi delle unioni di comuni oppure  intraprendere la strada della fusione: strade, queste ultime, che devono essere intraprese dopo una consultazione con i cittadini e che devono essere frutto di una libera adesione.

3. La scuola e l’istruzione.
La scuola e l’istruzione rappresentano la chiave fondamentale per uscire da questa lunga recessione economica. Il ripensamento di alcune prassi e di alcune scelte è d’obbligo nell’ottica di una razionalizzazione dei costi, del miglioramento delle pratiche pedagogiche e dell’attenzione a coloro che si operano perché i nostri figli possano avere un futuro migliore, ossia il personale scolastico.  
I pesanti tagli che la nostra Regione ha subito ci obbligano, a mio parere, ad iniziare a ripensare alla struttura del nostro sistema scolastico,  che ha sempre cercato di valorizzare le piccole scuole di montagna.
Mi rendo conto che sarebbe un passaggio cruciale, che potrebbe creare malumori e polemiche, tuttavia credo sia giunto il tempo, come dicevamo all’inizio, di porre sul piatto anche questa questione così spinosa.
Durante la mia esperienza come sindaco di Rhêmes-Notre-Dame, ho molto riflettuto sui costi/benefici di tali tipologie di scuola con pochi alunni e piuttosto isolate.  Senza entrare in dettagli ed esempi che ci porterebbero via troppo tempo, si pongono alla nostra attenzione alcune questioni fondamentali.
La prima è economica e concerne i costi, che, considerata la congiuntura storica in cui ci troviamo a vivere, stanno diventando sempre più insostenibili. La seconda questione è di tipo didattico-pedagogico: siamo sicuri che queste scuole siano la forma più idonea ad assicurare la crescita e lo sviluppo psico-fisico dei nostri figli? La pluriclasse è la forma più idonea alla crescita di questi bambini? Credo che la letteratura in merito sia quanto meno controversa.
Certo, non si può negare che la soppressione di tali sedi costituirebbe un problema per i residenti nonché una delle concause del cosiddetto spopolamento della montagna (fermo restando che il primo fattore che favorisce il ripopolamento resta comunque il lavoro, le possibilità di impiego che hanno da offrire tali zone di montagna).
Senza dunque rinnegare il nostro passato, io credo sia urgente procedere ad una riorganizzazione del sistema, mantenendo importanti presidi scolastici sul territorio, ma accorpando e razionalizzando alcune sedi scolastiche, magari seguendo l’impostazione di riforma degli Enti locali. E’ del tutto evidente che una riorganizzazione così complessa e difficoltosa che tocca direttamente molteplici interessi primari (degli alunni e dei genitori, degli insegnanti e del personale scolastico tutto, ma anche degli enti coinvolti che devono organizzare il trasporto pubblico locale, motore primario di questa riforma) non potrà che avvenire in seguito ad un adeguato dibattito in cui  possano venire alla luce le soluzioni più opportune, con la partecipazione attiva di tutti i membri coinvolti.
Altra questione assai spinosa su cui, a mio parere, è necessario riflettere è quella del sistema contrattuale della scuola.  
Credo che sia giunto il tempo in cui anche noi ci interroghiamo se non sia piuttosto necessario fare un percorso insieme anche a tutte le organizzazioni sindacali (anche con quelle che si sono espresse in maniera diversa sulla questione) per discutere dell’eventuale regionalizzazione del contratto degli insegnanti, nonché dell’introduzione di un idoneo sistema di valutazione dei docenti basato anche su parametri di merito, finora del tutto assenti.

4. L’Università.
Negli ultimi vent’anni le due riforme più importanti dell’Università (l’introduzione dell’autonomia universitaria e del “modello 3+2”) hanno prodotto una notevole espansione dell’offerta, alla quale hanno contribuito in maniera determinante una domanda crescente di istruzione universitaria proveniente dai diplomati della scuola secondaria e contemporaneamente la pressione degli enti locali che consideravano motivo di prestigio avere l’università sotto casa. Tuttavia, l’aumento dell’offerta universitaria e il conseguente aumento di iscritti all’università non si è tradotto in un complessivo aumento di laureati, segno evidente che ancora oggi esistono troppi abbandoni e che il “modello 3+2” ha finito con il creare un livello di laurea, quello triennale, poco spendibile perché non ritenuto particolarmente formativo dalle imprese.
Anche in Valle d’Aosta dunque, dove la questione dell’università è in via di sviluppo, è necessario riflettere su alcuni punti.
Al di là delle diatribe sul campus universitario e sulle facoltà che in esso dovrebbero trovare posto e degli interrogativi sull’opportunità di ampliare un’offerta formativa in un contesto come il nostro dove il numero degli iscritti è assai ridotto, bisognerebbe, a mio parere, puntare sulla formazione specialistica finalizzata all’apprendimento di un mestiere, come già avvenuto in altre Regioni italiane.
Si tratta di investire sugli Istituti Tecnici Superiori (ITS) che sono "scuole ad alta specializzazione tecnologica", nate per rispondere alla domanda delle imprese che necessitano di nuove ed elevate competenze tecniche e tecnologiche. Esse formano tecnici superiori nelle aree tecnologiche strategiche per lo sviluppo economico e la competitività  e costituiscono il segmento di formazione terziaria non universitaria.
Tali "scuole di specializzazione" in collaborazione con un numero di imprese localizzate sul territorio organizzano un corso di laurea triennale di specializzazione tecnica. Lo studente lavoratore acquisisce metà dei crediti del corso in azienda e metà dei crediti in università. Sia le imprese sia l’università mettono a disposizione un tutor che segue il ragazzo in università e in azienda. Lo studente è formalmente impiegato presso l’impresa con un contratto di apprendistato della durata di tre anni, ma l’azienda non ha alcun obbligo di assumere il giovane con un contratto unico di inserimento alla fine del triennio.
In Valle, tale tipo di percorso didattico potrebbe facilmente essere intrapreso per le professioni turistiche, per le professioni legate alla montagna e alla tutela ambientale, oltre che per le professioni sanitarie. Si tratta dunque di ripensare il sistema universitario valdostano per orientarlo ad una o più specializzazioni tecniche finalizzate a creare giovani preparati e già inseriti nel mondo del lavoro.
Al tempo stesso per gli studenti migliori occorre, a mio parere, prevedere delle borse di studio perché i nostri talenti migliori possano andare anche all’estero, nelle migliori Università, magari vincolando le agevolazioni alla necessità di rientrare al termine degli studi, per spendere le conoscenze acquisite sul nostro territorio.

5. La sanità e il welfare.
Questo è il capitolo più sostanzioso, in termini di bilancio, di tutte le regioni e lo è anche per la nostra piccola realtà.
L’obiettivo strategico non può che essere quello di dotare la nuova Valle d’Aosta di un unico presidio ospedaliero, moderno, affidabile e funzionale ad una realtà di montagna come la nostra.
Non è più accettabile rinviare o tergiversare sull’unica grande opera di cui la nostra Regione ha davvero bisogno. Occorre rivedere i costi avendo cura di eliminare il superfluo, definire una tempistica certa e attuabile e programmare l’investimento.
Parallelamente occorre rivedere il sistema di welfare valdostano: è necessario mantenere una sua diffusione quanto più capillare possibile sul territorio ma rivalutarne le modalità di gestione, perché bisogna al tempo stesso garantire servizi necessari ed importanti e far quadrare i bilanci delle amministrazioni, purtroppo sempre più scarni.
Per fare un esempio, si impone la necessità di rivedere le modalità di gestione delle nostre micro-comunità per anziani e i servizi di assistenza anziani domiciliari: bisognerebbe trasferire la loro titolarità in capo alla Regione per una gestione unitaria e più uniforme su tutto il territorio, prevedere una differenziazione ed una specializzazione delle varie strutture, valutando anche l’eventuale chiusura o la trasformazione di quelle più piccole e dunque più antieconomiche e/o possibili forme di esternalizzazione della gestione.
In particolare, a mio avviso, dovrebbero rimanere sotto la diretta gestione dell’Ente pubblico quelle strutture che accolgono i pazienti meno autosufficienti e più bisognosi di personale infermieristico (strutture, quindi, semi-ospedaliere), mentre i servizi per gli anziani più autosufficienti e l’assistenza domiciliare potrebbero anche essere erogati da soggetti terzi, debitamente controllati ed accreditati per assicurarne la qualità ed il rispetto delle normative di tutela dei lavoratori.
Più in generale, le nuove forme di povertà che stanno crescendo vanno contrastate sia col lavoro sia con un welfare riorganizzato per affrontare questa emergenza, ad esempio rafforzando i sostegni attuali con un reddito minimo garantito che possa fungere da ammortizzatore universale. L’inclusione sociale non può ridursi ad un mero sostegno economico - come fu la c.d. “social card” - ma deve configurarsi come un adeguato “mix” tra sostegno al reddito e forme attive di partecipazione alla società. La famiglia infine, intesa come nucleo familiare riconosciuto dalla legge, deve diventare il punto di riferimento delle politiche sociali; non può essere utilizzata come ammortizzatore sociale bensì come motore di una società più solidale e armoniosa. 

7. Il superamento delle disuguaglianze e il riconoscimento delle differenze. 
Nella società attuale che è sempre più complessa, multietnica e diversificata, si deve porre attenzione alle differenze e pensare ai valori della convivenza con un impegno concreto contro le discriminazioni e le prevaricazioni. 
La diversità di genere rappresenta la prima e più immediata delle differenze. Lo sviluppo della nostra società passa anche dalla valorizzazione di ruoli distinti, propri del mondo maschile e femminile. Non voglio dunque parlare di "questione femminile" ma di valorizzazione dello sguardo femminile necessario per affrontare non solo tematiche "femminili" ma la globalità dei problemi.   
Non intendo trattare un tema specifico riguardante il genere, ma portare all'attenzione temi quali l'occupazione, il mantenimento del sistema di welfare,  la lotta contro la violenza sulle donne.
Naturalmente credo che la responsabilità di un partito moderno debba dimostrarsi nelle pratiche da attuare concretamente e immediatamente anche al proprio interno: esso deve mostrarsi  capace di stimolare e incoraggiare il coinvolgimento, la formazione e l'inserimento di donne nella politica attiva, radicando nella società il convincimento che nessuna differenza esista fra i generi per la pratica politica.      

8. Il sistema di trasporto pubblico locale.
Lo si accennava nel capitolo sulla scuola: poiché una parte dei fruitori del trasporto pubblico locale è costituita dai ragazzi in età scolare, una programmazione del trasporto in funzione della scuola e della sua dislocazione territoriale è di fondamentale importanza; allo stesso modo, il sistema scolastico nel suo complesso dovrebbe prevedere un necessario coordinamento con il sistema dei trasporti al fine di offrire un servizio ottimale evitando gli sprechi.
Risulta di vitale importanza creare una stretta integrazione tra trasporto su gomma e trasporto su rotaia al fine di evitare inutili duplicazioni di corse e poter così valorizzare la nostra linea ferroviaria che copre quasi tutto l'asse centrale, per esempio studiando forme di integrazione del biglietto che consentano ai cittadini di usare indifferentemente qualunque mezzo pubblico per raggiungere la propria meta e favorendo quindi una mobilità sostenibile. Tali prospettive dovrebbero poi trovare una spinta notevole in ambito turistico al fine di consentire al turista che visita la nostra Regione di spostarsi agevolmente sul territorio valdostano, utilizzando con semplicità i vari mezzi pubblici, anche alternativi, in un vero e proprio sistema integrato.
Potenziare la ferrovia lungo l'asse centrale ed integrarla con un sistema di trasporto su gomma per servire le vallate laterali potrebbe portare ad un miglioramento del servizio e ad una riduzione dei costi.

9. Il turismo, la cultura, l’ambiente e l’agricoltura.
Il turismo può essere ancora una volta una delle eccellenze esclusive che la nostra terra propone, grazie sì al suo territorio e al suo ambiente, ma anche in forza di un sistema di ospitalità che punti a migliorare gli standards. Infatti il PIL del turismo rappresenta una fetta notevole dell’economia valdostana con importanti prospettive di miglioramento e di crescita. L’ascesa del turismo nella scala dei valori produttivi e d’immagine della Valle d'Aosta ha contribuito anche alla tutela e alla qualificazione ambientale.
Assume una fondamentale importanza garantire lo sviluppo autonomo e libero della cultura locale, favorendo la collaborazione e le relazioni con altri ambienti culturali europei così come la valorizzazione e la fruizione dei beni culturali, intesi nella loro accezione più ampia ( non solo i beni fisici ma anche il patrimonio culturale, storico, ambientale, ecc.), ivi compresa l’Area Megalitica, che deve diventare accessibile nel più breve tempo possibile.
Urgente è tuttavia ripensare la governance del sistema della promozione turistica, in primo luogo chiarendo "chi fa che cosa", ossia definendo le specifiche e diverse mansioni dell’Office du Tourisme, dei consorzi turistici, dei soggetti terzi che a vario titolo interagiscono in ambito turistico (es. Fondation Grand Paradis), degli enti locali e della Regione. In secondo luogo, bisognerà puntare su un osservatorio del turismo che consenta agli operatori e agli attori del turismo di fare delle scelte sulla base di dati certi ed oggettivi.
Il turismo, la cultura, l'ambiente e l'agricoltura non possono che essere, a mio parere, settori che sempre più dovranno integrarsi e intrecciarsi: se è vero che il turista viene nella nostra Regione per le sue bellezze naturali, per scoprire la nostra cultura e le nostre tradizioni, è altrettanto vero che la cura delle nostre bellezze naturali dovrebbe essere il nostro primo obiettivo. Da questo punto di vista la valorizzazione ed il sostegno all'agricoltura sono quindi indispensabili anche per la tutela del nostro territorio, così come l'attuazione di politiche volte alla riduzione dei rifiuti, al riuso e al riciclo sono strumenti fondamentali in un'ottica di promozione di un territorio "eco-compatibile" (ed in tal direzione è quasi superfluo ricordare che rimane di primaria importanza dare immediata attuazione alla volontà che i cittadini hanno espresso con il voto referendario contro il pirogassificatore). 
La formazione, infine, rimane un aspetto fondamentale e strategico per il miglioramento ed il potenziamento del sistema turistico. Serve un sistema, una filiera della formazione e dell’istruzione articolata ed efficiente, nella quale può essere di assoluto interesse e rilevanza l’attivazione di un percorso di specializzazione tecnica (come abbiamo già spiegato nel capitolo sull'università) che dia un’opportunità più articolata agli studenti che si diplomano alla scuola Alberghiera. 
Al tempo stesso, a quello turistico va sempre più legato il comparto dell’agricoltura per la sua funzione di salvaguardia, cura e valorizzazione del territorio e dei suoi prodotti. Il rapporto tra i due settori è di natura strategica, anche dal punto di vista economico, ed un impegno particolare dovrà essere posto per rafforzarlo anche attraverso iniziative di natura legislativa, oltreché specifici progetti e destinazione di risorse.

10. La riforma della pubblica amministrazione e la burocrazia.
Ultimo ma non meno importante è il capitolo attinente alla riforma della pubblica amministrazione e alla necessità di intervenire per alleggerire il peso della burocrazia.
La Banca Mondiale ha calcolato che la gestione amministrativa e fiscale a carico dell'imprenditoria italiana occupa mediamente 36 giorni lavorativi l'anno, ovvero il 76% in più rispetto alla media europea ed il 46% in più rispetto ai paesi dell'OCSE. Il costo dello start-up di impresa, ovvero l'apertura di una nuova attività, si attesta in Italia al 18,6% del reddito pro-capite contro una media OCSE del 5,6%.
La mia piccola esperienza di amministratore mi ha dato la possibilità di misurarmi personalmente con il peso e le complessità della burocrazia. Nel corso di questi ultimi 3 anni il Comune di Rhêmes-Notre-Dame si è occupato principalmente dell'ammodernamento del nostro domaine skiable, un intervento fondamentale e strategico per la nostra vallata con un costo d'investimento di circa 3,5 milioni di euro. L'iter amministrativo è stato particolarmente complesso sia perché un piccolo comune spesso non ha le risorse umane e le specializzazioni necessarie a seguire appalti così complessi, sia perché gli enti coinvolti che hanno rilasciato il loro parere erano diversi.
Oggi possiamo vantare una nuova seggiovia, ma l'intervento è stato particolarmente lungo e difficile. I primi studi di fattibilità risalgono agli anni 2008/2009, a cui sono seguiti la progettazione preliminare e la procedura di Valutazione di Impatto Ambientale: in pratica sono stati spesi più di tre anni in adempimenti burocratici per ottenere le necessarie autorizzazioni e per appaltare un’opera che ha richiesto circa 4 mesi di lavori effettivi! Il tutto condito anche da contraddizioni: dal momento che la seggiovia si trova in parte nel Parco Nazionale del Gran Paradiso, quest’ultimo ha dovuto essere coinvolto per il parere sulla compatibilità dell'intervento nell'area protetta. Il medesimo parere si è dovuto richiedere anche al servizio Aree Protette della Regione, con un notevole appesantimento della procedura, oltre al rischio di trovarsi con due pareri divergenti.
Questa piccola esperienza è esemplare delle difficoltà che gli amministratori, ma anche i singoli cittadini e le imprese, incontrano ogni giorno quando si interfacciano  con la pubblica amministrazione. 
È evidente che in tutte quelle materie ove la Valle d'Aosta ha competenza primaria, e per quanto possibile anche nelle altre, si dovrebbe intervenire per cercare di snellire e semplificare le procedure, non solo nei tempi ma anche nella quantità dei soggetti coinvolti. 
In Valle d'Aosta il tema è importante anche in considerazione del peso che la pubblica amministrazione ha sulla nostra economia. La riduzione dei costi dell'apparato burocratico e la riorganizzazione di tutto il comparto unico sarà uno dei temi centrali dei prossimi anni: il blocco delle assunzioni, la mobilità del personale, la riorganizzazione degli uffici e dei servizi investirà la nostra comunità con scelte difficili, in nome delle quali bisogna discernere e operare per cercare di salvaguardare il più possibile l'occupazione e le professionalità che oggi operano all'interno della pubblica amministrazione.

A conclusione di questa veloce panoramica che dovrebbe servire ad illustrare l'orientamento politico-programmatico che mi piacerebbe dare al Partito Democratico della Valle d'Aosta vorrei precisare come queste linee generali (neppure esaustive) dovranno essere approfondite e discusse prima all'interno e poi all'esterno del nostro Partito. 
L'impegno che vorrei prendere con gli iscritti e i sostenitori è quello di far crescere non solo numericamente ma anche e soprattutto dal punto di vista della cultura politica e del dibattito formativo il nostro Partito, perché nessuna comunità è realmente libera e autonoma se non è in grado di autogestirsi. Occorre formare una nuova classe dirigente per dare risposte concrete alla gente e costruire una visione di medio lungo periodo. Non è una singola persona che cambierà la nostra piccola regione, ma un gruppo di persone che con impegno e dedizione si occuperanno della res publica nei prossimi anni.
Per questi motivi vi chiedo di darmi una mano per una nuova Valle d'Aosta!