venerdì 17 novembre 2017

#AostaSicura


Ieri abbiamo finalmente presentato il progetto di videosorveglianza che, al termine del secondo lotto di investimenti, il Comune di Aosta ha realizzato con l'ausilio della società INVA S.p.a.
Un investimento importante per aumentare la sicurezza dei cittadini e dei turisti che frequentano la nostra città. Perché una città sicura è una città più vivibile e più attraente.
Grazie alla preziosa collaborazione degli ingegneri di INVA abbiamo costruito un network federato con la messa in rete di 114 telecamere sul territorio comunale, tutte collegate in fibra ottica su di un sistema nuovo e performante. Un cloud federato che potrà essere aumentato con nuove telecamere immediatamente visibili a tutti coloro che accederanno al network (non solo quindi la Polizia locale ma, potenzialmente, tutte le forze dell'ordine o coloro che ne dovessero aver bisogno). Un base di partenza per una città più sicura. Un investimento che ci permette di recuperare anche gli investimenti fatti nel passato in una logica di condivisione, maggiore fruibilità e scalabilità.


Ecco una presentazione che ne illustra le caratteristiche salienti.






sabato 11 novembre 2017

Un petchu pleisì

“Un petchu pleisì, ni fauta d’un petchu pleisì...”

Forse si può riassumere in questa frase, ormai di uso comune, il degrado morale in cui si trova oggi la nostra “Petite Patrie”.
La crisi della nostra economia ha radici profonde. Nasce agli inizi degli anni ‘80 con il riparto fiscale: una crescita economica paragonabile alle regioni europee più evolute tutta incentrata però sulla spesa pubblica. Non sono io (non ne ho le competenze) a dover dare un giudizio storico sul trentennio 1980/2010 che corrisponde grosso modo anche ai miei primi trent’anni di vita, però una riflessione è doverosa in questo momento. 
A fronte di un riparto fiscale che finalmente riconosce in maniera più stabile e compiuta la nostra autonomia corrisponde una crescita economica e di benessere che probabilmente non ha eguali in Italia e, forse, anche in Europa. E non si può non riconoscere come gli interventi messi in campo dalla politica in questo periodo storico ci abbiano regalato un diffuso benessere, un welfare capillare ed invidiato, un sistema sanitario d’eccellenza, un’agricoltura di qualità, una difesa puntuale del territorio, un turismo in grado di competere con rinomate località internazionali, una trasformazione industriale che ha permesso di mantenere un livello occupazionale elevato, un sistema di istruzione attento al nostro particolarismo linguistico e alla tutela delle piccole, anche piccolissime scuole di villaggio... e così via. Potrei continuare l’elenco di eccellenze che hanno trasformato questa piccola regione di montagna, prevalentemente agricola e rurale, in una moderna località turistica che ha saputo costruire livelli di benessere diffusi ed elevati.

Parallelamente, però, è cresciuta una cultura della richiesta del contributo, dell’aiuto pubblico di cui tutti ne hanno potenzialmente beneficiato ... Dall’imprenditore che ha usufruito del contributo a fondo perduto al comune cittadino con i “buoni benzina” o “il contributo per i tetti in losa” e allo studente universitario con i ticket dei treni o il contributo sull’affitto. Anche qui gli esempi si sprecano ma l’esito è lo stesso: in questi ultimi trent’anni è cresciuto il benessere, sono cresciuti i servizi, è aumentata la capacità di spesa dei valdostani ma si è purtroppo anche imposta una cultura dell’assistenzialismo, che ha ucciso lo spirito d’iniziativa dei privati.
Il benessere diffuso può essere offerto a livello regionale e spesato con soldi pubblici, perché affannarsi per cercarlo?
Perché correre un rischio d’impresa se poi qualcuno, in qualche modo, darà un contributo sotto qualche forma?
Perché impegnarsi a realizzare una manifestazione turistica per promuovere la propria località se tanto ci pensa la “Pro-loco” con i contributi del Comune?

Con il passare del tempo, con il mutare delle condizioni economiche e con la crescita incessante disoccupazione e della povertà, il piccolo piacere cambia. Da richiesta assistenziale si trasforma in richiesta di qualcosa che non è previsto dalla legge: mi cerchi un posto di lavoro? Mi dai una mano? Mi aiuti ad entrare al Casinò o nella Forestale? Mi dai una casa popolare? 
E qual è l’emblema di ciò?
“Me fu feei un soito ba eun Veulla dermase mateun” ... “ni fauta d’un petchu pleisì”... Far un salto in città il martedì mattina, per chiedere un piacere...

Forse è una banalizzazione, o un’esagerazione. Ma fino ad un certo punto. Il diffuso benessere che abbiamo ottenuto senza troppi sforzi ha fatto crescere talmente tanto la cultura del contributo, del piccolo piacere, dell’aiutino che è diventata normalità quella che doveva essere eccezione, e alla lunga ha fatto pensare al cittadino che la prassi per ottenere il desiderato fosse rivolgersi al politico di turno, e al politico che il suo dovere fosse dare questo aiuto. Una distorsione totale del senso del pubblico e del privato.

Ed intanto dal 2010 ad oggi che succede? Semplicemente il bilancio regionale passa da quasi 2 miliardi a poco meno di 1... e tutto il sistema inizia pian piano a franare, e la cultura del piccolo piacere non può più salvare né bastare. 
Il risultato è quello che leggiamo in questi giorni sui giornali e sui vari siti d’informazione. Per carità, la presunzione di innocenza vale per tutti, a maggior ragione in casi tanto delicati, ma il quadro che ne emerge è quanto meno indegno. 

Qualcuno  l’ha chiamata “Cuomolandia”, a me ricorda molto  il Signor Wolf di Pulp Fiction: 
“Tu sei Jimmy, giusto? È casa tua?”
“Sì proprio così”
“Sono il signor Wolf, risolvo problemi”
“Ah, bene ne abbiamo uno”
“Me l’hanno detto. Posso accomodarmi?”
“Ah si prego, entri”.



La ricostruzione dei fatti accaduti ci restituisce una fotografia nella quale “il piccolo (se così possiamo chiamarlo) piacere” assurge ad elemento centrale, e segna il degrado massimo della nostra società.
Se ciò corrisponde (almeno in parte) al vero, il problema dal punto di vista politico non è più l’alleanza con il partito A o il movimento B. Il problema è più complesso e ramificato.
Ha ragione Stefano Sergi su La Stampa nell’editoriale della pagina della Valle di oggi: è una resa incondizionata diffusa perché parte dal basso, perché interroga tutti e coinvolge tutti.



Due sono le semplificazioni a cui non voglio cedere: di qui i disonesti, di là gli onesti, che mi pare semplifichi troppo il dibattito che si sta sviluppando in queste ore in Valle. Le alleanze si fanno sulla base dei programmi non in base alle simpatie o antipatie personali. E le alleanze si fanno  con i partiti o movimenti politici, non con le singole persone che pro tempore li rappresentano.
L’altra semplificazione, ancor più grande, è la purtroppo tanto diffusa idea che tutti sono corrotti, tutti sono disonesti. In questo scenario invece, va ribadito con forza, che la responsabilità penale è personale, ciascuno risponde delle proprie azioni o omissioni, e non si può infangare un intero partito per accuse, anche pesanti, dirette ad alcuni suoi membri di spicco. 

Per me l’impegno politico è pro tempore, presuppone onestà e comporta sacrifici e tempi lungi di preparazione e studio per essere all’altezza del compito, mentre L’improvvisazione è l’anticamera del populismo.
Credo che si possa uscire da questo sistema ormai al tracollo solo con un lungo percorso di educazione civica e selezionando politicamente le persone per bene, le persone oneste, ovunque esse si collochino, per cercare di riaffermare con forza il binomio politica/rettitudine morale, elevare il dibattito, affrontare efficacemente i problemi, e riacquistare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.


Io, nel mio piccolo, inizio già ora: domenica 19 novembre, alle primarie del PD della Valle D’Aosta vado a votare una giovane donna, che si è formata nella scuola di partito e attraverso il volontariato sul territorio, un volto nuovo per una politica bella, fatta di competenza e di passione, unica via d’uscita che ci è rimasta.
Forza Sara Timpano!

sabato 13 giugno 2015

Saltare la coda o provare a cambiare?


Torno ancora una volta sulla questione segretario generale che sta così tanto a cuore a molte persone per spiegare la mia scelta.
Intanto stanno circolando cifre che non corrispondono al vero. Il costo del segretario (140 mila euro) è un costo già previsto in bilancio indipendentemente dal fatto che questo si chiami Tizio oppure Caio. Ciò che invece va finanziato è il costo di un dirigente normale che non è di 140 mila euro ma circa 100 mila euro all'anno che si riducono della metà (circa 50 mila euro) visto che va finanziato solo per i prossimi 6 mesi.
Scegliere un segretario comunale dall'apposito albo regionale non è uno sfizio del sindaco ma è previsto dalla normativa come scelta fiduciaria; utilizzare altri soggetti, come è stato fatto negli ultimi anni, è l'eccezione e non la regola!
Si dice che la scelta di un segretario comunale esterno aumenti i costi, ma non si dice che l'attuale struttura comunale ha dei costi eccessivi perché strutturata in modo anomalo.
Dai miei predecessori sono state previste due figure di dirigenti coordinatori, uno per l'area amministrativa e uno per l'area tecnica. Ciò ha permesso di creare dirigenti di prima e di seconda fascia sul modello della Regione. Tale modello però, che può avere un senso per una struttura come la Regione che ha molti dirigenti, diventa un appesantimento per una Pubblica Amministrazione come il comune di Aosta che ha solamente una decina di dirigenti. Inoltre, tale struttura non esiste in nessun comune italiano anche perché il segretario comunale svolge già funzioni di coordinamento sui dirigenti, laddove essi siano presenti (cfr. art. 9, comma 3 della LR 46/1998).
Ma come, non si è richiesto a gran voce e da più parti di snellire la macchina burocratica? e ora che ci si prova non va bene?
Il fatto stesso che già in primavera la precedente giunta abbia dovuto approvare una delibera che impartisse obiettivi per il rispetto del patto di stabilità del 2015 dimostra che la struttura amministrativa presenta problemi di coordinamento al suo interno che devono essere in qualche modo corretti.
Il doppio coordinamento costa circa 40 mila euro l'anno e non ha alcuna giustificazione. La mia intenzione sarebbe proprio quella di eliminare tale anomalia e costruire una struttura piramidale con al vertice il segretario generale che coordina, esattamente come avviene in tutti gli altri comuni italiani.
L'obiettivo è infatti quello di riorganizzare la macchina amministrativa per ottenere risparmi, la cui entità sarà evidente quando il sistema sarà operativo (tale riorganizzazione richiede qualche mese affinché si possa procedere alle necessarie concertazioni sindacali prima di avere una piena ed effettiva operatività).
E arriviamo così alla seconda obiezione che mi viene mossa: rispetto a tutti gli altri sindaci io avrei "saltato la coda" e proceduto alla nomina del nuovo segretario disattendendo la recente legge approvata dal Consiglio regionale in materia.
La recente LR 10/2015 ha esplicitamente previsto una disciplina in deroga per il Comune di Aosta, (comma 2, art 4 LR 10/2015), dichiarato non assoggettato all'obbligo di convenzionamento limitatamente al servizio di segreteria comunale.  Il Comune di Aosta, conseguentemente, per la nomina del segretario applica la vecchia procedura. E non potrebbe essere diversamente, in quanto il Comune di Aosta, che ha in pianta organica 9 dirigenti, è tenuto, come sottolineavo prima e diversamente da tutti gli altri Comuni, ad avviare la concertazione sindacale prevista dalla LR 22/2010 e concludere l'iter procedurale per il conferimento degli incarichi dirigenziali entro 60 giorni dall'insediamento del Sindaco (15 luglio 2015).
A ciò si aggiunga il fatto che il programma di legislatura, nel segno della discontinuità più volte annunciata in campagna elettorale, e la riduzione degli assessorati, prevista dalla recente riforma degli Enti Locali, richiedono di apportare, assieme alla Giunta e con il coinvolgimento dei dirigenti, sostanziali modifiche al modello organizzativo, che non possono prescindere dalla nomina del Segretario generale; è del tutto evidente che non avrei potuto gestire tale cambiamento in regime di prorogatio degli incarichi dirigenziali in essere.
Ovviamente sono convinto che il legislatore, nel modificare la legge sui segretari comunali abbia voluto adeguare tale normativa in seguito alla riforma degli Enti Locali che ha previsto il convenzionamento obbligatorio per il segretario comunale per tutti i comuni ad eccezione di Aosta. Non credo che tali norme siano state fatte per penalizzare Aosta: aspettare la designazione di tutti i segretari avrebbe significato invece bloccare il Comune di Aosta per diversi mesi e impedire, di fatto, la riorganizzazione della macchina amministrativa.
Con questa mia nota spero di poter essere giudicato al termine, e non prima, di questa operazione, che è complessa e, per alcuni difficile da accettare, ma che deve essere necessariamente portata avanti se vogliamo, come sempre proclamato da tutti, strutture più snelle e costi più contenuti nella Pubblica Amministrazione.


martedì 21 aprile 2015

Appello dell'ANPI in vista del voto


L'ANPI ha rivolto ai candidati e alle candidate delle prossime elezioni amministrative un appello che mi sento di condividere e sottoscrivere.
La necessità di riaffermare i valori dell'antifascismo sono quest'anno ancora più forti proprio a 70 anni dall'anniversario della Liberazione. L'appello è ancor più condivisibile perché l'Associazione dei Partigiani ci ricorda come l'esercizio del voto sia un diritto ma anche un dovere di ogni cittadino perché appunto la sovranità appartiene al popolo.
Le richieste, infine, sono ampiamente condivisibili: la partecipazione alle manifestazioni organizzate dall'ANPI per promuovere le sue iniziative è attività che, come uomo di partito e uomo di sinistra, ho sempre fatto volentieri e con convinzione. Quanto al prendersi cura dei cippi e delle lapidi presenti sul territorio mi viene in mente quella qui sopra, la lapide in Via Festaz, davanti all'Istituito Manzetti, che avrebbe bisogno di una piccola cura, anche in segno di rispetto verso chi ha combattuto per la nostra libertà.
Ricordiamone, quindi, storia e contenuto.

Processato nel 1947 per crimini di Guerra (Fosse Ardeatine, Marzabotto e altre orrende stragi di innocenti), Albert Kesselring, comandante in capo delle forze armate di occupazione tedesche in Italia, fu condannato a morte. La condanna fu commutata nel carcere a vita. Ma già nel 1952, in considerazione delle sue "gravissime" condizioni di salute, egli fu messo in libertà. Tornato in patria fu accolto come un eroe e un trionfatore dai circoli neonazisti bavaresi, di cui per altri 8 anni fu attivo sostenitore. Pochi giorni dopo il suo rientro a casa Kesselring ebbe l'impudenza di dichiarare pubblicamente che non aveva proprio nulla da rimproverarsi, ma che - anzi - gli italiani dovevano essergli grati per il suo comportamento durante i 18 mesi di occupazione, tanto che avrebbero fatto bene a erigergli... un monumento.

A tale affermazione rispose Piero Calamandrei, con una famosa epigrafe (recante la data del 4.12.1952, ottavo anniversario del sacrificio di Duccio Galimberti), dettata per una lapide "ad ignominia", collocata nell'atrio del Palazzo Comunale di Cuneo in segno di imperitura protesta per l'avvenuta scarcerazione del criminale nazista. L’epigrafe afferma:
 
Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.

Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.

Ma soltanto col silenzio del torturati
più duro d'ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.

Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA

Testo introduttivo a cura dell'ANPI

domenica 19 aprile 2015

Apertura campagna elettorale comunali Aosta


Ed eccoci alla fine di questa serata.

Abbiamo ascoltato importanti contributi da parte di tutte le forze politiche che sostengono questa coalizione, e nella seconda parte, una piacevole chiacchierata - con Antonella - grazie alla quale ci avete conosciuto un po' meglio... chi siamo, ma soprattutto cosa vogliamo fare, per la città e per tutti voi.

Vorrei spendere due parole per raccontarvi perché ho deciso di candidarmi;

Perché ho deciso di lanciarmi in quest'avventura;

Perché ho deciso di metterci la faccia e rischiare in prima persona.

Ebbene io credo che ci siano dei momenti in cui sia necessario "fare la cosa giusta".

Non è facile da spiegare.

È come quando incontri una persona speciale e, in poco tempo, decidi che la devi sposare. Non hai ben capito cosa stai facendo, ma sai che "stai facendo la cosa giusta".

È come quando sei di fronte ad un bivio e, anziché imboccare la via più semplice, quella più agevole, percorri l'altro sentiero, quello tortuoso, quello che sale, quello più difficile.

Non sai bene il perché, ma sai, lo senti, lo percepisci che "stai facendo la cosa giusta".

E la cosa giusta da fare in questo momento è uscire dall'impasse che ci blocca, da due anni a questa parte, mentre il mondo intorno a noi continua inesorabilmente a cambiare.

E quando ci sono delle scelte fondamentali da fare, quando occorre prendere delle decisioni non semplici, allora è indispensabile che chi ha responsabilità politiche di primo piano si metta in discussione, raccolga la sfida e provi a cambiare lo schema di gioco.

Sin dalla mia elezione a segretario del Partito Democratico della Valle d'Aosta ho lavorato per aprire un canale di dialogo tra le forze politiche presenti in Consiglio regionale e per superare quella contrapposizione sorda che non permetteva alla Politica (quella con la P maiuscola) di riprendere la sua attività principe: trovare soluzioni ai problemi dei cittadini.

Oggi siamo qui, con grande soddisfazione, tutti assieme, a raccogliere i frutti di questo percorso.

Siamo l’unica grande e vera coalizione, nata per unire e non per dividere, nata per i cittadini e non contro qualcuno, nata solo per il bene della città.

Vorrei sintetizzare l’Aosta che vorrei tra 5 anni, con 3 parole.

La prima è TRASPARENZA.
Trasparenza nella Pubblica Amministrazione e nei confronti dei concittadini perché l'imparzialità e il buon andamento non sono solo concetti astratti ma devono diventare un impegno concreto.
Trasparenza come sinonimo di onestà. Perché non basta che gli amministratori siano bravi e competenti. Dobbiamo pretendere che siano onesti per riconquistare la fiducia e la stima dei cittadini.

La seconda parola è INNOVAZIONE.
Innovazione per disegnare una vera smart city a cominciare dall'introduzione in Comune di “software libero” per ridurre i costi di gestione, proseguendo con l'estensione delle zone wi-fi e, infine, per esempio sostituendo i punti luci con moderne lampade a LED che riducono i consumi e, di conseguenza, la spesa corrente.
Innovazione che dovrebbe diventare un concetto generale e trasversale da applicare in tutti i settori: dal sociale al turismo, dal patrimonio pubblico all'istruzione, dallo sport alla cultura. Ecco perché credo che la delega all'innovazione debba rimanere in capo al Sindaco per farne un punto di forza e una linea strategica della futura Amministrazione.

Infine, la terza parola è LAVORO intesa non nel senso di creazione diretta di posti di lavoro (che non è compito direttamente del comune) ma come obiettivo che l'Amministrazione locale deve cercare di raggiungere nello svolgimento dei suoi compiti.

Siamo una Repubblica fondata sul lavoro e ogni ostacolo rimosso, ogni aiuto fornito, ogni impedimento burocratico eliminato, ogni agevolazione concessa possa portare ad aumentare il lavoro, alla piena realizzazione dei cittadini e alla creazione di una società più giusta.

Perché l'obiettivo ultimo di chi fa politica è tracciare una via e accertarsi che nessuno rimanga indietro.

È per tutte queste ragioni, dunque, che sono qui, ancora una volta, a chiedervi – se amate davvero Aosta, e di questo ne sono certo - di sostenere con forza questo progetto.

Di uscire da qui, questa sera, e andare tra la gente (come faremo io e Antonella) e con la gente, a spiegare, con convinzione, la validità di questo progetto. Questo progetto siamo noi. Siamo tutti noi!

Questa coalizione può governare Aosta. Può farlo bene e lo farà.

Aosta non è un sogno. Aosta siamo noi.
Siamo in tanti e #insiemesipuò!
Grazie!

giovedì 29 gennaio 2015

Per fare un po' di chiarezza...

Carissime e Carissimi,

il nostro Partito si è caratterizzato nel corso dei decenni per il vivo senso di responsabilità, morale e politica, nei confronti della comunità in cui opera: si tratta non di una semplice bandiera, ma di un punto d’onore e d’orgoglio che radica il nostro modo di essere di sinistra nella realtà e al contempo ci rende capaci di guardare al di là di essa, in una prospettiva di cambiamento e progresso sociale. Di qui la nostra convinzione che la Politica non sia mera contabilità economica, gestione asettica di un corpo sociale, bensì un’appassionata ricerca della maniera migliore di stare insieme, di una “nuova frontiera” verso cui provare a dirigersi.

Ed è con tale atteggiamento che sin dalla scorsa estate abbiamo ritenuto doveroso, anzitutto nei riguardi dei cittadini valdostani, non rifiutare a priori i momenti di confronto con altre forze politiche nel tentativo di superare al più presto l’impasse politico-istituzionale determinatasi a marzo 2014. Purtroppo quel percorso di dialogo si è ben presto interrotto, anche se non per volontà o colpa del PD.

Ora, tuttavia, anche la Giunta attualmente in carica ha più profondamente preso coscienza dello stallo a cui, per un anno e mezzo, i particolarismi miopi della maggioranza e, purtroppo, di una parte dell’opposizione hanno costretto la nostra comunità dilazionando senza fine il momento del redde rationem, la resa dei conti non tra gruppi consiliari, ma con le aspettative e le urgenze dei cittadini.

Sia ben chiaro: la linea che è emersa all’ultima Direzione del 18 gennaio e che è stata votata all’unanimità, non implica una prona accettazione dei dettami altrui. Non ce lo consente il rispetto che abbiamo nei confronti della nostra storia, dei nostri valori e delle persone che li rappresentano. Non ce lo consente la nostra collocazione, politica e ideale, entro un quadro molto più ampio di quello ossessivamente “contemplato” dalle forze autonomiste: siamo una forza politica regionale, e nazionale, ed europea, e ciò ci arricchisce, ci complica, ci problematizza e però ci rende capaci di dare risposte vere al domani.

La Direzione regionale del PD VdA ha dato mandato alla commissione politica di sondare la possibilità di trovare una via, un percorso comune con Union Valdôtaine, Union Valdôtaine Progressiste e Stella Alpina. Lo faremo con serietà, rigore, preoccupazione costante di prendere la decisione migliore per tutti noi e per la nostra Regione.

Lo faremo senza preconcetti, senza vuote polemiche. Lo faremo con la consapevolezza che il Partito Democratico della Valle d’Aosta ha qualcosa di più e di meglio da dire e da fare rispetto a partiti autonomisti che vivono nella mitologia più che nella realtà. Lo faremo partendo dal presupposto che il Partito Democratico può anche, per una serie di circostanze, rimanere all’opposizione, anche per anni, ma è fisiologicamente votato non a rimanere su una torre d’avorio, non a difendere il proprio cortile, ma al governo, al fare, all’agire, all’operare tra le donne e gli uomini.

Pubblico per intero la lettera che la Segreteria del Partito Democratico della Valle d'Aosta ha voluto inviare ai propri iscritti per cercare di spiegare i passaggi e le scelte politiche che si stanno facendo in questi giorni. Lo faccio per chiarezza nei confronti di tutti e non solo degli iscritti, rammaricandomi che una comunicazione interna sia stata veicolata all'esterno violando una semplice regola di convivenza reciproca (l'appartenenza ad un partito). Lo faccio perché molti, troppi, stanno piegando a proprio uso e consumo la lettera, a seconda delle convenienze.

Dall'inizio della legislatura regionale ad oggi il PD ha fatto un percorso lineare e chiaro di fronte agli elettori, magari non condivisibile, ma sicuramente alla luce del sole.

Dopo l'apertura formale della crisi con l'approvazione di una mozione che chiedeva le dimissioni del governo regionale e del suo Presidente, abbiamo seguito convintamente la linea poi sfociata nel documento della "Renaissance". Lo abbiamo fatto con convinzione, anche se qualcuno (come il sottoscritto) aveva manifestato dei dubbi o delle riserve. Per far fronte alla necessità impellente di formare un governo alternativo io stesso, in uno dei tanti tavoli politici della scorsa primavera, avevo avanzato l'idea di costituire un governo anche di soli 18 consiglieri (e, quindi, strutturalmente debole per sua natura) pur di superare lo stallo che si era creato. Alla fine, va ricordato che all'atto pratico non è stato il PD Sinistra VDA a sottrarsi a questa responsabilità ma sono stati i consiglieri del Movimento 5 Stelle a sfilarsi, non assumendosi la responsabilità in prima persona di sottoscrivere una mozione di sfiducia costruttiva che avrebbe determinato la caduta di quel Presidente tanto inviso a tutti.

Forse ci si dimentica troppo spesso di quei passaggi e delle conseguenze che ne sono derivate: il successivo Rollandin-bis nasce proprio sul fallimento di quella esperienza, benché nasca ancora una volta debole e senza prospettive future.

Subito dopo si apre una prima fase di trattative che vedono coinvolti il PD e l'Alpe. Allora, come oggi, chi è escluso dai tavoli urla all'inciucio e all'accordo segreto. Il tempo ha però dimostrato che la trattativa, poi non andata in porto, si è svolta sulla base di punti programmatici e sulla richiesta di discontinuità e cambiamento.

Oggi si è aperta una nuova fase di dialogo, assai complessa e difficile da gestire, ma il mandato che abbiamo ricevuto all'unanimità dal nostro Partito è molto chiaro: ogni ipotesi di ragionamento è subordinato alla definizione di alcuni punti di programma chiari e finalizzati a marcare un reale cambiamento nella gestione e nel modo di operare nella nostra Regione. Senza questo netto cambiamento non ci potrà essere condivisione ed ognuno tornerà sulle rispettive posizioni.

In questi mesi dunque, il PD da una parte e il gruppo PD sinistra VDA dall'altra non hanno aperto tavoli segreti con nessuno: hanno fatto incontri politici con le diverse forze presenti in Consiglio Valle alla luce del sole, dietro ampio mandato della direzione del proprio Partito e coinvolgendo le forze politiche che compongono la nostra lista.

L'assunto che il PD sia un partito di governo fisiologicamente votato non a rimanere su una torre d’avorio, come invece ha fatto per esempio il M5S a livello nazionale, ritengo che sia una valutazione assolutamente lecita, tanto più se indirizzata ad una cerchia ristretta come  dovrebbe essere - e qui ahimè il condizionale è d'obbligo- quella dei soli tesserati. Allo stesso modo, la visione che un Partito nazionale ha dell'autonomia e del nostro particolarismo non è coincidente con quella degli autonomisti, è del tutto evidente... Altrimenti oggi saremmo tutti iscritti a movimenti autonomisti! Mi sento anzi di poter rivendicare con orgoglio una vocazione nazionale ed europea che gli altri non hanno, o meglio che forse hanno avuto in passato ma che oggi sembrano aver smarrito.

Al netto delle polemiche, rimane un dato inequivocabile: da quasi un anno, la Regione è bloccata nel suo operare da una contrapposizione che sembra non aver fine, e i cittadini si aspettano, ora più che mai, che la politica si assuma la responsabilità di prendere delle decisioni.  E, alla fine, mi ritrovo ancora una volta a dire che io non vedo altra via d’uscita: se altri non la sentono, siamo noi che dobbiamo sentire il peso di questa responsabilità.

mercoledì 24 dicembre 2014

Idee per la legge elettorale comunale

Il Partito Democratico della Valle d’Aosta ha ribadito, nell'ultima assemblea regionale, che l’elezione diretta del sindaco sia una scelta ineludibile ed un indice fondamentale di democrazia per le nostre comunità locali, nonché fonte di chiarezza nei confronti dei cittadini. 
Il mantenimento di un rapporto diretto tra il primo cittadino e i suoi elettori deve caratterizzare, a nostro parere, tutti i comuni indipendentemente dalla loro dimensione demografica, così come avviene in tutta l’Italia. Ciò eviterebbe anche di creare confusione e dubbi sulla legittimazione del sindaco stesso, venendosi a creare, se la riforma attualmente all’esame del Consiglio Regionale passasse, due tipologie diverse di sindaci, quelli eletti direttamente dalla popolazione (nei comuni più grandi) e quelli  scelti dal consiglio comunale (nei piccoli).
Al fine di mantenere l’elezione diretta del primo cittadino, e consapevoli che una riforma della legge elettorale debba essere la più ampia e condivisa possibile, si potrebbe sperimentare, per i soli comuni sotto i 300 abitanti, una modalità di elezione che possa in qualche modo coniugare il sistema proporzionale con "panachage" e l'elezione diretta del sindaco:
- ipotizzare un consiglio comunale di 7 membri compreso il sindaco, eliminando la giunta e attribuendo i compiti dell’organo esecutivo direttamente all’organo assembleare, al fine di incentivare la partecipazione ed il coinvolgimento degli eletti;
- prevedere un sistema di elezione del consiglio/giunta proporzionale senza premio di maggioranza con l’introduzione del meccanismo del c.d. “panachage” (possibilità per l’elettore di votare una lista e di esprimere fino a 7 preferenze anche su liste diverse) e introdurre un secondo turno che preveda l’elezione diretta del sindaco scelto tra i consiglieri eletti.
Questa sperimentazione dovrebbe inoltre prevedere che:
- l’approvazione di una mozione di sfiducia votata dalla maggioranza dei consiglieri assegnati determini la decadenza del sindaco e dell’intero consiglio comunale;
- in caso invece di dimissioni del sindaco presentate al protocollo dell’ente subentri il primo dei non eletti; il primo cittadino sarebbe  sostituito temporaneamente dal consigliere più anziano che avrebbe l’obbligo di indire le elezioni per il nuovo sindaco, da tenersi nei successivi 15 giorni.
Con ciò, si introdurrebbe il sistema del “panachage” nei comuni più piccoli con il ritorno ad un sistema proporzionale, si aumenterebbero i compiti e il peso del consiglio comunale che assommerebbe alle sue funzioni anche quelle della giunta e si manterrebbe un rapporto diretto tra cittadini e sindaco.

domenica 9 novembre 2014

Obama, il Partito della Nazione e la Valle d'Aosta



Si sono svolte le c.d. elezioni di "midterm" in America. In palio c'erano il rinnovo dell'intera Camera dei rappresentanti e di un terzo del Senato, oltre alla poltrona da governatore in 34 Stati. Visti i risultati lo spauracchio dei democratici è un presidente "anatra zoppa" che negli ultimi due anni del suo mandato non riuscirà a portare avanti la propria agenda come vorrebbe.
Molti commentatori si sono immediatamente lanciati in un bilancio assai negativo della Presidenza Obama che tra due anni, allo scadere del suo secondo mandato, non potrà più esercitare la presidenza della più grande potenza mondiale.
Io invece credo che la Storia si incaricherà di dare di lui un giudizio meno negativo di quanto invece facciano oggi i suoi contemporanei.
E' uscito in questi giorni un bellissimo articolo sulla rivista Internazionale tradotto dalla rivista americana Rolling Stone, di Paul Krugman, premio Nobel per l'economia nel 2008, che invece sottolinea come la presidenza Obama, nonostante una delle crisi più dure e profonde dall'inizio del secolo scorso, abbia prodotto delle riforme che renderanno migliore gli Stati Uniti nel prossimo futuro e sono destinate ad incidere positivamente sulla vita di milioni di cittadini americani.
In particolare Krugman cita la riforma sanitaria (nota anche come Obamacare) quale punto principale e qualificante dell'attuale Presidente americano. Nel 2010, dopo la rimonta del repubblicani, la riforma ha subito duri attacchi, è riuscita a passare quasi indenne dall'esame della Corte Suprema e ha visto parecchi Stati governati dai repubblicani fare un vero e proprio ostruzionismo all'applicazione di questa importantissima riforma. Oggi, nel 2014, diverse indagini indipendenti stimano con assoluta certezza una netta diminuzione del numero di americani senza assicurazione sanitaria. E' vero che permangono molte persone senza la copertura sanitaria ma con l'introduzione dell'Obamacare porta un grande miglioramento nella qualità della vita per decine di milioni di cittadini americani che avranno cure migliori spendendo meno. E proprio sull'aspetto dei costi si stanno registrando le sorprese più interessanti: nel 2014, grazie agli accordi stipulati con le compagnie assicurative, i premi delle polizze sono stati nettamente inferiori a quelli inizialmente previsti dall'ufficio del bilancio del Congresso. In altre parole, quella della riforma sanitaria sembra la storia di una grande successo politico. Un successo che non si limita a smentire le previsioni catastrofiche della destra ma che, considerata la riduzione della spesa sanitaria, demolisce l'intera ortodossia conservatrice secondo cui l'unico modo per limitare i costi della sanità è quello di smantellare ogni garanzia. Quello a cui stiamo assistendo è un significativo controllo della spesa attraverso una serie di piccoli cambiamenti nel modo di pagare l'assistenza sanitaria, che non solo lasciano intatte le garanzie di base ma le estendono a molti più cittadini di tutte le età. La riforma sanitaria ha quindi prodotto un grande miglioramento nella società statunitense che quasi sicuramente durerà nel tempo.
Si poteva fare di più? si può sempre fare di più ma con l'evidente rischio che una volta al governo i repubblicani (e in un sistema bipolare prima o poi succede) avrebbero smantellato quella riforma (un po' com'è successo in Spagna quando è salita al governo la destra che ha smantellato la riforma di Zapatero sui matrimoni tra persone dello stesso sesso).
Sta tutta qui l'essenza di un vero riformismo che sia slegato da componenti ideologiche: quando Obama finirà il suo mandato ci saranno milioni di statunitensi che avranno tratto vantaggio personalmente dalla riforma sanitaria e quindi sarà impossibile tornare indietro.

In Italia, ultimamente, si discute appassionatamente di come Matteo Renzi abbia o voglia trasformare il Partito Democratico in una sorta di Balena Bianca di democristiana memoria, ovvero tenda ad occupare il centro della scena politica, quando non la destra, per realizzare un partito egemone, che tagli le ali estreme e possa governare al centro (come appunto fece la DC). Spesso viene identificato questo tentativo con la mutazione genetica del PD in un PdR (il Partito di Renzi) o, più spesso ancora, si sente parlare di Partito della Nazione ad indicare proprio questo tentativo di Renzi di staccarsi dall'immagine classica della sinistra o delle socialdemocrazie (e la riforma del lavoro con il superamento dell'art. 18, oppure lo scontro, anche violento, con il sindacato vanno in quella direzione) per costruire qualcosa di diverso che vada "oltre" il Partito Democratico o l'Ulivo come li abbiamo conosciuto fino ad oggi.
Io credo che questa sia una lettura sbagliata e parziale di ciò che sta avvenendo in Italia.
L'ascesa di Renzi nella politica italiana, avvenuta in maniera rapidissima e fulminante (io ricordo molto bene le primarie del 2012 e come il fenomeno Renzi fu sottovalutato e non compreso dal 99% del mondo politico dell'epoca) si muove in uno scenario che è diventato (dopo la caduta del muro di Berlino) molto fluido, in cui le fratture della società non corrono più lungo i classici assi che abbiamo conosciuto nel secolo scorso (contrapposizione tra capitale e lavoro e quindi la frattura tra destra sinistra, oppure la contrapposizione tra centro e periferie su cui si è costruita la frattura tra centralismo e autonomia/regionalismo), ma la società italiana si presenta con molteplici sfaccettature che sfuggono alle classificazioni sopra riportate.
Renzi ha capito molto bene che la crisi economica che stiamo ancora attraversando non può essere affrontata con gli schematismi a cui siamo stati abituati nei vent'anni di Berlusconi (schematismi replicati anche dalla sinistra). Come per la riforma sanitaria americana, quando verrà approvato il Jobs Act, ci saranno milioni di italiani che otterranno una serie di tutele che prima non avrebbero mai avuto, ci saranno molti cittadini che trarranno vantaggio da questo nuovo sistema di regolamentazione del lavoro che sarà poi impossibile tornare indietro.
Sarà la migliore riforma possibile in assoluto? Cero che no. Come per Obama bisogna fare i conti con la realtà, con le resistenze e con le mediazioni che la politica ci obbliga a fare, ma sarà sicuramente un passo avanti notevole.
L'obiettivo di Renzi quindi non è costruire un Partito della Nazione o una nuova DC, ma semplicemente costruire un contenitore che si posa adattare alle sue esigenze per creare un modello di società diverso dall'attuale. In tutti i sistemi bipolari (non necessariamente bipartitici) la vittoria di un partito o di una coalizione che ha l'ambizione di governare per un periodo medio-lungo (8/10 anni) durante il quale la necessità del leader è quella di plasmare la società secondo la propria visione per ottenere il consenso necessario ad affrontare le riforme che sono necessarie in quel contesto storico. E' ciò che fecero da una parte Regan e la Thatcher negli anni '80 e dall'altra Blair e Clinton negli anni '90. Nessuno, in quegli anni, si è mai sognato di pensare che il partito vincitore (che fossero i conservatori da un lato, o i progressisti dall'altro) avesse intenzione di creare un Partito della Nazione o che volesse creare una sorta di partito pigliatutto posto al centro della scena politica. Semplicemente sono arrivati al potere persone carismatiche che hanno piegato i partiti di riferimento alla loro visione e hanno cercato di incidere sulla società in cui vivevano, facendolo con il necessario cinismo o sano realismo che la situazione imponeva.
Ed è esattamente ciò che sta cercando di fare Renzi oggi in Italia: costruire un moderno partito riformista, slegato da ideologie del novecento, intenzionato a smuovere la società italiana e consapevole che tale obiettivo lo si raggiunge solo con una sana dose di realismo politico.

Ma cosa c'entra la Valle d'Aosta con Obama e con il Partito della Nazione. In verità ben poco, ma credo che l'argomentazione di cui sopra si cali perfettamente anche nella nostra piccola realtà.
Pochi giorni fa è apparso un articolo sul sito dell'Union Valdotaine in cui si prendeva atto che la drastica riduzione del bilancio regionale dal 2010 al 2014 comporta una definitiva modificazione del sistema economico e sociale della nostra regione.
Chi non è d'accordo su questa analisi? Più difficile concordare sulle cause di questa situazione, ma ovviamente non si può che concordare sulle conseguenze: occorre cambiare!
Mi permetto sommessamente di far notare come, su questo stesso blog, io sollevai questo problema due anni prima....
Serve anche qui ripensare al nostro sistema economico perché il mondo negli ultimi trent'anni è drasticamente cambiato, serve una nuova classe dirigente che possa ridisegnare la società valdostana per i prossimi trent'anni e per fare ciò io credo che ci voglia un nuovo patto tra gli autonomisti e i progressisti che ci permetta di superare questo momento storico.
Sin dal dopoguerra è sempre stato l'incontro tra la cultura autonomista e la cultura democratico/progressista il motore grazie al quale la Valle d'Aosta è progredita ed ha raggiunto i livelli di benessere odierni. Oggi serve un nuovo accordo tra un autonomismo diverso, meno ideologico e più contemporaneo e una cultura democratica/progressista anch'essa più aperta per costruire insieme un modello di sviluppo economico basato sull'economia di mercato, che favorisca la nascita di una imprenditoria locale adeguata, che sappia uscire dalla logica del controllo e della cooptazione fideistica da parte della politica sull'economia per sostituirla con il merito e la competenza.

sabato 9 agosto 2014

E ora?


Venerdì 8 agosto è stato approvato in prima lettura al Senato il DDL costituzionale "Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V della seconda parte della Costituzione" con una maggioranza ampia sebbene non dei 2/3 (soglia che impone il referendum popolare se non viene raggiunta nella seconda votazione).
L'approvazione del disegno di legge di riforma costituzionale in prima lettura al Senato è solo la prima tappa di un percorso ancora lungo, ma si può dire che l'Italia ha fatto un primo importante passo verso l'Europa.
Le polemiche - spesso pretestuose - che hanno accompagnato l'iniziativa del governo non hanno permesso di valutare con serenità la portata delle innovazioni introdotte.
Viene superato il bicameralismo perfetto con una camera che si occuperà prevalentemente della legislazione ordinaria e del rapporto fiduciario con il governo, viene razionalizzato e velocizzato il processo legislativo con una serie di norme che limitano drasticamente i decreti legge (una delle storture più evidenti della nostra legislazioni con problemi applicativi di non poco conto) prevedendo invece una corsia preferenziale per l'approvazione dei provvedimenti governativi di attuazione del programma.
Viene modificato il referendum abrogativo (innalzando a 800.000 le firme richieste per proporlo) abbassato drasticamente però il quorum per la sua validità: non più il 50% degli aventi diritto, ma il 50% dei votanti alle elezioni politiche precedenti. In base ai dati delle ultime politiche vuol dire meno del 38%. Con questo quorum uno strumento di democrazia diretta che era diventato inservibile torna ad essere un'arma utile nelle mani dei cittadini. In più resta in piedi anche il vecchio referendum abrogativo, con le sue 500.000 firme e il suo quorum al 50%. A ciò si aggiunga che all'articolo 71 della Costituzione viene aggiunto un nuovo comma (art. 11, comma 1, lettera c del DDL) che prevede che "al fine di favorire la partecipazione dei cittadini alle determinazioni politiche pubbliche, la legge costituzionale stabilisce condizioni ed effetti di referendum propositivi e d'indirizzo, nonché di altre forme di consultazione, anche delle formazioni sociali. Con legge approvata da entrambe le Camere sono disposte le modalità di attuazione."

E noi in Valle d'Aosta conosciamo bene gli effetti che possono avere i referendum propositivi!!

In particolare il dibattito si è concentrato sull'elezione diretta ovvero indiretta dei futuri Senatori. Io personalmente condivido la scelta optata dal legislatore e faccio mie le parole del Presidente emerito della Corte Costituzionale, Valerio Onida:
"Per il Senato delle Regioni (o delle autonomie) la scelta non è tanto tra elezione diretta ed elezione indiretta o di secondo grado, ma fra rappresentanza diretta del corpo elettorale (sia pure suddiviso fra le Regioni) e rappresentanza delle Regioni come istituzioni territoriali, attraverso i titolari di organi delle stesse o attraverso “delegati” delle stesse (non a caso l’art. 83 Cost. prevede “delegati” delle Regioni che integrano il Parlamento in seduta comune per l’elezione del Presidente della Repubblica, peraltro senza che ciò di fatto abbia dato luogo ad una significativa rappresentanza regionale in tale sede). Si tratta di avere in Parlamento non solo la rappresentanza politica nazionale (Camera) ma anche la rappresentanza delle Regioni come enti a loro volta elettivi e quindi espressione di politiche regionali a loro volta democraticamente formate.
L’elezione diretta dei senatori (anche se collegata temporalmente con l’elezione degli organi regionali) comporta inevitabilmente la prevalenza della logica dei partiti e degli schieramenti politici nazionali, e mal giustifica la differenziazione di funzioni fra le due Camere, portatrici in definitiva della stessa legittimazione popolare. La rappresentanza istituzionale delle Regioni comporta invece la diretta presenza in Parlamento degli interessi e degli indirizzi politici regionali. Naturalmente anche questi indirizzi politici sono in definitiva mediati, localmente, dai partiti, ma una cosa è che il senatore si senta essenzialmente portatore dell’indirizzo politico nazionale del partito nelle cui liste è eletto, altra cosa che si senta portatore degli interessi della comunità regionale che costituisce la base elettorale della Regione di cui è esponente, come interpretati e mediati dalla istituzione regionale: interessi non necessariamente contrastanti con gli interessi nazionali interpretati in sede parlamentare dalla Camera, ma non necessariamente coincidenti con gli stessi, e quindi suscettibili di entrare in dialettica con essi ai fini di una equilibrata composizione (naturalmente in posizione “recessiva”, per la prevalenza della Camera espressiva degli interessi nazionali)."

Infine i rapporti tra Stato e Regioni che non sono confinati solo alla riforma del titolo V ma discendono anche nel nuovo Senato dove siederanno i rappresentanti delle autonomie locali e delle Regioni e non è affatto vero che avrà poteri "minori" rispetto alla Camera. Vero che il rapporto fiduciario con il governo viene attribuito solo alla Camera dei Deputati ma al Senato viene attribuita una funzione importantissima: "esercita la funzione di raccordo tra l'Unione Europea, lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica. Partecipa alle decisioni dirette alla formazione e all'attuazione degli atti normativi e delle politiche dell'Unione europea e ne valuta l'impatto."
La camera alta, come in moltissime democrazie europee, diventa il motore per la europeizzazione del nostro Paese, partecipando attivamente a quella fase ascendente della legislazione europea che diventerà sempre più strategica per la vita normale delle persone visto che già oggi oltre il 70% della legislazione italiana (e quindi anche valdostana) è fatta direttamente o indirettamente da norme di derivazione europea.

La riforma del titolo V che pure presenta profili di inevitabile accentramento su materie peraltro a valenza chiaramente sovraregionale, va letta non da sola ma alla luce della trasformazione del Senato in luogo di rappresentanza delle autonomie, in luogo di prevenzione del contenzioso costituzionale (questo si, vero freno all'economia) e della clausola inserita nel DDL che esclude l'applicabilità del titolo V (e della tanto temuta clausola di supremazia) alle regioni a statuto speciale fino all'adeguamento dei rispettivi statuti sulla base di specifiche intese.
Non sarà la costituzionalizzazione del "principio dell'intesa" come qualcuno avrebbe voluto ma la norma (che peraltro non pone un limite temporale all'adeguamento, basti ricordare che già la riforma costituzionale del 2001 prevedeva il principio dell'adeguamento rimasto però sino ad oggi lettera morta) ha una valenza strategica che ci consente finalmente di aprire un dibattito serio e maturo sul nostro statuto speciale di autonomia.

Credo che la Valle d'Aosta dovrebbe cogliere al volo quest'occasione (anche perché in settant'anni lo statuto non si è mai seriamente riformato) per aprire un dibattito sulla nostra autonomia alla luce delle modifiche costituzionali in essere e alla partecipazione sempre più stretta all'Unione Europea. Un dibattito che coinvolga tutte le forze politiche e che, partendo dalle migliori elaborazioni di riforma statutaria, apra un serio dibattito che veda protagonista la Valle d'Aosta del domani.
Un progetto di riforma del nostro Statuto speciale rispettoso delle nostre competenze acquisiste e che possa valorizzare al meglio la nostra tradizione autonomista, per esempio riprendendo il dibattito sulla zona franca che va contestualizzato e letto alla luce delle norme europee.

La domanda quindi non è quanto è brutto e centralizzatore questo Stato, ma più semplicemente siamo in grado noi di elaborare una proposta politica innovativa sull'autonomia valdostana e contrattarla con lo Stato per un nuovo Statuto speciale? Riuscirà questo Consiglio regionale particolarmente litigioso e diviso a sedersi introno ad un tavolo per elaborare una riforma di tale portata se l'unica riforma approvata in un anno e mezzo attiene agli enti enti locali valdostani e certo, pur rappresentando un passo avanti, non è una rivoluzione rispetto all'assetto esistente?

Il Partito Democratico della Valle d'Aosta è pronto a giocare la sua parte e a portare il suo contributo di idee a cominciare da settembre quando l'On. Gianclaudio Bressa, sottosegretario di Stato agli Affari Regionali, sarà in Valle per parlare della riforma del titolo V e delle autonomie speciali.

venerdì 20 giugno 2014

La scuola plurilingue e il francese in Valle d'Aosta

La Segreteria del Partito Democratico apprende delle iniziative attuate dal gruppo promotore del Progetto École VDA volte al richiedere l’attivazione, su territorio regionale, di una scuola plurilingue caratterizzata da una didattica veicolata dall'inglese e dal francese per l’80% e dall'italiano per il 20%. Si tratta di un’iniziativa per la quale si profila fortissimo il rischio di incostituzionalità rispetto a quanto stabilito dal nostro Statuto Speciale in tema di parità tra lingua italiana e lingua francese. Tuttavia riteniamo che tale iniziativa possa essere valutata come salutare sollecitazione giacché i promotori intendono richiamare anzitutto l’attenzione sulla imprescindibile necessità che in un contesto come la Valle d’Aosta, in cui il bilinguismo è una fondamentale radice storico-culturale, si mettano in atto precise strategie di tutela e di valorizzazione di tale patrimonio. In effetti tale richiesta di una più piena valorizzazione delle competenze orali e scritte in lingua francese non contraddice, ma anzi conferma i rilievi più volte nello stesso senso espressi dalle ricerche e dai rapporti commissionati dalla Sovrintendenza agli Studi della Valle d’Aosta: preoccupa infatti l’abbassamento - registrato dalla Struttura Regionale per la Valutazione del sistema scolastico della Valle d’Aosta (SREV) - nelle competenze in Lingua Francese in alcuni settori dell’istruzione superiore di secondo grado (Istituti Tecnici e Professionali), specie se comparate con paesi francofoni come Belgio, Canada e Svizzera.
Secondo la Segreteria del Partito Democratico VdA, oggi l’attenzione delle istituzioni, della politica, del personale scolastico, delle Organizzazioni Sindacali e dei numerosi cittadini cui stanno a cuore le sorti della scuola pubblica nella nostra Regione dovrebbe concentrarsi sui punti drammaticamente cruciali dal punto di vista didattico per la scuola Valdostana: crescita della dispersione scolastica; diminuzione del numero di giovani che ottengono un diploma di scuola superiore; abbassamento dei risultati degli alunni valdostani nelle rilevazioni nazionali (Invalsi) e in quelle internazionali (OCSE Pisa). A nostro avviso una riduzione dell'insegnamento della grammatica italiana, quale necessariamente scaturirebbe dalla proposta del Progetto Progetto École VDA, non farebbe che aggravare un quadro già critico recando oltretutto pregiudizio alle future capacità dei nostri figli nel mondo del lavoro dal momento che l'insegnamento di importanti materie come la storia, la matematica o la geografia in lingue non perfettamente padroneggiate non consentirebbe di raggiungere gli standard educativi richiesti a livello europeo.
Infine un’ulteriore considerazione: in tempi in cui gli investimenti nel settore dell’Istruzione sono diminuiti sensibilmente, come consta tra l’altro dalla diminuzione dei fondi stanziati a comporre le dotazioni delle diverse istituzioni scolastiche e dall'amara presa d’atto della prassi della non monetizzazione delle ferie non godute per il personale precario, non pare saggio né opportuno dare avvio ad un costoso progetto come quello prospettato dai promotori.
La Segreteria del Partito Democratico crede purtuttavia opportuno cogliere questa occasione per sottolineare la necessità di un potenziamento delle competenze orali e scritte in lingua francese per la popolazione scolastica valdostana, attraverso progetti, però, oculati e ben ponderati nelle loro finalità didattiche. A tale proposito facciamo rilevare che il rapporto tra italiano e francese nelle scuole valdostane è regolato non sull'onda di suggestive proposte del momento, ma dai fondamentali articoli 39 e 40 del nostro Statuto Speciale del 1948. È altresì vero però che la definizione di come italiano e francese interagiscono in concreto nelle aule scolastiche della nostra Regione e gli adattamenti delle richieste della scuola italiana alle esigenze socio-culturali e linguistiche della Valle d’Aosta in realtà non videro la luce che solo molti anni dopo: nel 1983 furono approvati gli adattamenti per la scuola materna, nel 1988 quelli per la scuola elementare, tra il 1986 e il 1994 quelli della scuola media. Si è trattato, come è evidente, di un percorso piuttosto accidentato che necessita evidentemente di un aggiornamento e ammodernamento (la scuola italiana negli ultimi trent'anni è molto cambiata, prima di tutto nei nomi!). D'altronde urge anche che si completi quel percorso iniziato trenta anni fa riempiendo il vuoto normativo riguardante le scuole superiori di secondo grado.
Chiediamo perciò al neo-Assessore Rini se intenda mettere mano alla questione ed eventualmente quali modalità di intervento pensi di adottare. Auspichiamo altresì che possa crearsi un utile dibattito tra personale scolastico, Organizzazioni Sindacali, forze politiche e cittadini in merito alle sorti della scuola valdostana, nella speranza che su un tema così vitale per il futuro della nostra Regione si vada al di là delle solite polemiche pretestuose legate all'oggi e dimentiche del domani.

La segreteria del Partito Democratico della Valle d'Aosta

sabato 12 aprile 2014

Intervento al primo congresso UVP - 12 aprile 2014


Madame la Présidente,
Messieurs les Conseillers,
Mesdames, Messieurs,

Permettez-moi avant tout de vous remercier chaleureusement pour l’invitation que vous m’avez faite. Puisque je viens d’être élu, c’est pour moi la première fois que je parle en public comme secrétaire du Partit Démocratique, et je suis particulièrement content de pouvoir le faire devant votre assemblée, une assemblée qui vient d’apparaître sur la scène politique valdôtaine et qui est déjà fort nombreuse et animée de désirs de renouvellement très grands, voire, si vous me passez la parole , de grands rêves.

Sans rêve pas de changement possible!

Rêver, c’est ce qui lance l’homme, et en particulier l’homme politique, dans des démarches qui visent à changer le monde! Et nous tous, surtout dans un moment difficile comme celui qui nous sommes en train de vivre au niveau politique, nous ne devons jamais l’oublier, pour ne pas perdre notre enthousiasme, notre envie de nous améliorer, de marcher vers des objectifs nouveaux et toujours plus hauts!
C’est en rêvant qu’Emile Chanoux -  qui reste, je crois bien pouvoir le dire, un des phares les plus importants pour vous et pour la communauté valdôtaine toute -, a commencé tout  jeune à penser à une “autre” Vallée d’Aoste, une Vallée d’Aoste au service de l’homme et de son bonheur, comme il le raconte dans une des premières page de son Petit Livre autobiographique:
“J’ai toujours été  rêveur. Je ne sais pas si c’est un bien ou un mal. Mais je suis ainsi. […] Tout le monde rêve quelquefois. Mais pour rêver à mon aise, moi je dois marcher … “Tiens, me dis-je, je marche et à chaque pas que je fais je m’approche de mon but” – fin de citation.
Aujourd’hui, pour nous aussi, c’est le temps du rêve et de la course: l’urgence d’un changement réel est devant les yeux de tous, ainsi que dans nos cœurs et dans nos pensées quotidiennes.
Toutefois, permettez-moi de le souligner, le moment est très difficile et je crois qu’il exige aussi beaucoup de pragmatisme, de capacité de lecture de la réalité et de médiation entre ce que nous rêvons et ce que nous pouvons concrètement faire.

Si j’aime la politique, si pour elle je sacrifie mon temps, ma famille et toutes mes forces c’est parce que je crois dans le pouvoir de la médiation entre l’idéal, sans lequel toute action est vaine et vide, et le réel, l’hinc et nunc dans lequel nous nous trouvons à opérer.  Une médiation qui, à mon avis, ne peut se faire qu’avec l’esprit combatif nécessaire à défendre ce que nous envisageons comme  juste bien sûr, mais aussi et surtout avec le dialogue, un dialogue qui demande d’écouter l’autre avec attention et de proposer nos solutions avec humilité.

*** *** ***

Sogno e realtà, ideali e pragmatismo, lotta e dialogo. La sfida di oggi è per me più che mai questa.
Se posso dire cosa mi hanno insegnato ormai quasi 10 anni di amministrazione in comune a Rhêmes-Notre-Dame, 5 in minoranza e 5 in maggioranza, direi proprio questo. E se in minoranza l’ideale e la lotta sono al centro di ogni azione, quando ci si trova a governare o ad amministrare, specialmente come sindaco, si deve fare i conti tutti i giorni con la realtà, si devono prendere decisioni che talvolta deludono anche i nostri stessi elettori, si passa il tempo a dialogare per convincere e a mediare per portare a casa, alla fine, un risultato che magari non è così vicino alla meta che sognavamo.

E non dobbiamo andare tanto lontano per comprendere che anche per noi è proprio così! L’abbiamo visto con le Europee, dove non possiamo nasconderci che il percorso è stato lungo e travagliato e che il risultato non corrisponde appieno, malgrado il valore della persona, a quanto avevamo sperato.

Queste elezioni europee saranno una cartina di tornasole, tra chi vuole uscire dall’euro e parla il linguaggio del populismo, della battuta facile e dell’insulto personale (e mi riferisco in particolare a Grillo che ironizza sulle scelte coraggiose che ha fatto il PD a livello nazionale, indicando giovani donne preparate come capilista alle prossime elezioni), e chi invece, come noi non vuole uscire dall’Europa: questa Europa non ci piace, ed è per questo che vogliamo andarci per cambiarla.

E cambiarla davvero!

Credo che ci troviamo ad una svolta storica, in cui se da un lato rischiamo di essere inghiottiti da dinamiche nazionali e internazionali, dall’altra abbiamo il dovere di ripensare la Valle d’Aosta perché possa con slancio ripartire superando una gestione, quella attuale, personalistica e che non guarda affatto al bene comune, come abbiamo denunciato più volte in varie sedi.

Il fulcro del dibattito è oggi incentrato sul Consiglio Regionale, dove la situazione di precario equilibrio venutasi a creare in seguito ai risultati delle elezioni è ora precipitata in una paralisi di cui gli elettori che incontreremo nei comizi imminenti, ne siamo tutti consapevoli,  ci chiederanno conto.

Che cosa dire loro? E soprattutto che cosa fare?
Le risposte a tali domande sono difficili, ancor più se pensiamo che anche tra di noi, tra i nostri movimenti e all’interno dei movimenti e dei partiti stessi, le posizioni sono diversificate e sfumate.
Ma se vogliamo che la credibilità dell’alleanza sia corroborata e che la nostra forza politica cresca, la necessità di fare sintesi e di offrire risposte è urgentissima. 

La storia ci insegna che i tempi di crisi sono anche tempi di particolare slancio, di creatività nuove che sorgono, come il documento proposto ieri in Consiglio dimostra, e io voglio leggere tale crisi con questo ottimismo, voglio sperare che facciamo tutti uno sforzo per uscirne presto e bene.

Da un lato, il dibattito è comprensibilmente focalizzato solamente sul Consiglio Regionale, PERO’, già da oggi occorre prevedere che rientri nell’alveo della discussione interna ed esterna alle nostre diverse formazioni politiche. Credo che ciò, oltre a restituire il giusto ruolo agli organi deputati, contribuisca ad arricchire la discussione e a trovare delle soluzioni condivise anche con i nostri elettori.

Dall’altro faccio a me stesso, ai consiglieri regionali e a voi tutti, un appello alla responsabilità. Mi sento di citare ancora una volta Napolitano, le cui parole scelsi per aprire la mia mozione congressuale: “Non si può più, in nessun campo, sottrarsi al dovere della proposta, alla ricerca della soluzione praticabile, alla decisione netta e tempestiva per le riforme di cui hanno bisogno improrogabile per sopravvivere e progredire la democrazia e la società.” 

Io non vedo altra via d’uscita: se altri non la sentono, siamo noi che dobbiamo sentire il peso di questa responsabilità.

Ho molto apprezzato il documento che ieri, tutti i gruppi di minoranza hanno portato alla discussione del Consiglio Regionale. Un tentativo di aprire la discussione, un documento aperto al contributo di tutti, ma soprattutto dei partiti e dei movimenti … che sono stati, tuttavia, completamente esclusi dalla sua elaborazione.

Vero è che si sono riproposte molte delle battaglie che sono state portate avanti in quest’ultimo anno di lavori consiliari, ma è altrettanto vero che il dibattito non può più rinchiudersi nelle mura del Palazzo regionale.
E non sono solo io a dirlo, ma sono le associazioni di categoria, imprenditori, professionisti, commercianti e agricoltori a lanciarci questo invito.
Persino la CGIL, nelle parole del suo segretario regionale, lo ribadisce con forza: “La situazione di stallo politico che sta affrontando il consiglio regionale è insostenibile. La Valle d’Aosta ha bisogno oggi di un governo che lavori, […] Qualunque maggioranza possa formarsi la politica ha il dovere di affrontare le sofferenze di imprese, lavoratori, pensionati e giovani.” Così si esprime Domenico Falcomatà.

Si apra dunque un confronto tra i partiti politici che devono coinvolgere le parti sociali : abbiamo il dovere di ascoltare tutti e mediare, perché è proprio questo il compito dei partiti, …. sempre che non si pensi che la politica la facciano solo gli eletti in Consiglio regionale.

Non c’è bisogno di citare scomodi paragoni con quanto avvenuto nel 1924 a seguito dell’uccisione di Giacomo Matteotti per capire che l’uscita dai consessi democratici è sempre un errore. Lo sa bene chi governa, chi amministra: non si può mai uscire, non è possibile non assumersi la responsabilità di portare il proprio contributo e di esprimersi, con un voto, sulle proposte che si portano alla discussione nei luoghi della discussione.

Se abbandonare l’aula una volta come gesto simbolico può indurre l’altra parte a ragionare, perseverare su questa strada non credo porti ad alcun risultato.

Si parta dal documento proposto, lo si arricchisca e ci si adoperi per uscire da questa crisi e cambiare in profondo la nostra società. Cito, per esempio, le società partecipate come argomento centrale del dibattito politico di questi ultimi tempi e mi chiedo, anzi vi chiedo: oltre ad introdurre il principio delle pari opportunità nella fornitura di beni e servizi, oltre all’introduzione di criteri di selezione pubblica del personale, non è forse venuto il momento di ipotizzare anche la privatizzazione di alcune società? Non è forse venuto il momento di avviare un cambiamento radicale nella visione della nostra economia soffocata da una presenza dell’attore pubblico tale da impedire una sana concorrenza e affievolire la libera iniziativa privata? 

Io spero che domande anche scomode come queste, su cui non è facile trovare un consenso unanime, possano arricchire il dibattito, portando un contributo concreto al cambiamento che tutti vogliamo.

Concludo augurando un buon lavoro a voi delegati dell’Union Valdôtaine Progressiste per il vostro primo congresso regionale e faccio il mio personale “in bocca al lupo” alla candidata alla Presidenza, Alessia Favre, con la quale spero di continuare la proficua collaborazione iniziata in questi mesi.


Merci a tchuette!

sabato 15 marzo 2014

Alcune considerazioni sulle elezioni europee


Il dibattito che si sta sviluppando sulle elezioni europee sembra viziato da un equivoco di fondo.
In chiave europea queste elezioni saranno determinanti per i futuri equilibri del continente perché, per la prima volta, i cittadini europei potranno non solo scegliere  i loro rappresentanti ma anche individuare direttamente il candidato alla carica di Presidente della Commissione europea. La crisi economica degli ultimi anni è stata affrontata con una visione prevalentemente incentrata sul lato del contenimento del debito senza una vera assunzione di responsabilità europea, come il caso della Grecia ha dimostrato. Le conseguenze di tale impostazione economica sta facendo crescere un sentimento antieuropeista che, partendo da una contestazione anche giusta alle politiche di rigore degli ultimi anni, persegue obiettivi sbagliati come l’uscita dalla moneta unica e al tempo stesso alimenta sentimenti xenofobi.
In chiave nazionale questo appuntamento elettorale si pone il duplice obiettivo di legittimare il governo Renzi, che in questo periodo ha assunto la guida del Paese, e di ottenere un numero di eurodeputati tali da far risultare il PD il primo partito dentro la famiglia dei Socialisti e Democratici europei con la possibilità di incalzare efficacemente il futuro presidente della Commissione europea, soprattutto se questo sarà Martin Shulz.
In questa situazione politica anche la Valle d’Aosta può giocare un ruolo importante se si pone l’obiettivo di contribuire concretamente all’elezione di un eurodeputato valdostano che si collochi in un contesto europeista in linea con la tradizione della nostra storia autonomista. 
La segreteria nazionale del PD ha manifestato il suo assenso a concedere l’apparentamento con una lista della minoranza linguisitica purché il sostegno a questa lista sia il più ampio possibile, non solo perché i voti così raccolti confluiscono nella lista nazionale del PD ma anche perché tale meccanismo potrebbe far scattare un eurodeputato in più nella circoscrizione nord-ovest mediante il meccanismo dei resti più alti.
Non si può quindi che ribadire la validità e la centralità dell’attuale coalizione autonomista, democratica e progressista comprendente oltre al PD della Valle d’Aosta anche l’ALPE e l’UVP: se le finalità sono quelle di cui sopra, tale coalizione diventa il motore e la base sulla quale costruire un percorso condiviso per le elezioni europee, che deve necessariamente potersi aprire anche al contributo di altri partiti e movimenti politici se l'intenzione è quella di eleggere un eurodeputato valdostano. E' evidente che tale eurodeputato dovrebbe iscriversi al gruppo dei Socialisti e Democratici, facendo una chiara e netta scelta di campo.
Diversamente, diciamolo chiaramente, non si guarda all'interesse della Valle d'Aosta ma ai propri interessi personali e le elezioni diventano l'ennesima occasione per contarsi senza ottenere alcun risultato concreto. Se bisogna contarsi, essendo evidente che la sola coalizione autonomista progressista non ha i numeri sufficienti per eleggere l'eurodeputato, allora tanto vale che il PD corra da solo con il suo simbolo: rinunciare a quest'ultimo infatti ha senso solo se l'obiettivo è alto e finalizzato al bene della Valle d'Aosta. 
Portare un valdostano a Bruxelles non credo proprio che possa considerato una larga intesa! Le #largheintese si fanno per governare non certo per eleggere un deputato.
Perché così tanta paura di trovare alcuni punti qualificanti all'interno della coalizione Alpe, Uvp e Pd, individuare un candidato di alto profilo e che è al di fuori dalle piccole beghe locali e andare a verificare se può ottenere l'appoggio di uno schieramento più ampio di quello che oggi è all'opposizione in Regione?
E' ormai un anno che la politica valdostana è chiusa su se stessa mentre la crisi aumenta e le difficoltà crescono.Occerrerebbe forse avere un po' più di umiltà per capire che serve uno sforzo congiunto per uscire da questa crisi che sta già cambiando in profondità anche la nostra realtà. 
Intanto, il M5S, che condivide con noi l'opposizione al governo regionale, ha deciso di andare comunque per conto suo portando in Europa la richiesta di uscire dalla moneta unica (e davvero non capisco che vantaggio potrebbe portare alla Valle d'Aosta), mentre alcuni amici che erano nella lista PD-Sinistra Vda alle ultime elezioni regionali hanno già avviato la raccolta delle firme per presentare la lista Tsipras. Quale sarà il risultato? Secondo il mio modesto parere, tale scelta non potrà che produrre una dispersione di voti e dare una mano alla Merkel. Infatti i voti sottratti al PD dalla lista Tsipras non faranno altro che confermare ancora una volta primo partito europeo il PPE della signora Merkel sprecando l'ennesima occasione per cambiare questa politica rigorista.
Certo, capisco che è più semplice fare politica con slogans e portarsi "la claque" che ti applaude ad ogni intervento piuttosto che misurarsi sul piano del ragionamento politico, ma io sono convinto che in questo momento storico debba prevalere il ragionamento rispetto all'insulto gratuito e all'affermazioni di posizioni ideologizzate. 
Tutto il mio sforzo, per quanto possibile, è stato e resta orientato a lavorare per il bene della Valle d'Aosta.